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La bolla mediatica del coronavirus e degli "angeli" che lo combattono

Allo Spallanzani di Roma hanno fatto un gran lavoro. Ma non è il primo team di ricerca che isola e studia il nuovo coronavirus che viene dalla Cina. Le notizie sparate in prima pagina, sulla "scoperta del secolo" rivelano piuttosto una serie di frustrazioni e rivendicazioni di una società italiana malata (ma non della sindrome cinese)

Roma, foto di gruppo di Zingaretti con le ricercatrici dello Spallanzani, il direttore Ippolito il virologo Nicastri e l'ambasciatore cinese Li Junhua

Da quando è scoppiata l’epidemia di coronavirus i titoli dei quotidiani italiani alternano trionfi e tragedie, senza soluzione di continuità e soprattutto senza mezze misure. Ieri è stato il giorno del trionfo, ma si è trattato di un trionfalismo esagerato, anche se non del tutto ingiustificato. Parrebbe quasi che in Italia sia stata scoperta la vera natura del virus, ma non è proprio andata così.

Il team di ricerca dell’Istituto Spallanzani, di Roma, ha lavorato sui campioni prelevati da uno dei due pazienti cinesi ricoverati presso il loro centro. Ha isolato e studiato il virus. Un bel risultato, considerando che le possibilità di successo si aggirano attorno al 10%. E’ sicuramente un passo avanti per la lotta al virus, nessuno leva il merito al team di ricerca. Ma non è l’unico, né il primo ad aver ottenuto questi risultati. Il coronavirus era già stato isolato e studiato a Wuhan, dove si sono manifestati i primi casi. La Cina ha condiviso gli esiti della sua ricerca. In Europa, i primi a isolarlo sono stati i ricercatori francesi dell’Istituto Pasteur. Però… tutti i quotidiani italiani, ieri, “sparavano” in prima pagina, la scoperta del nuovo secolo.

La lettura dei titoli dei grandi quotidiani nazionali è un trattato di sociologia. Troviamo di tutto: trionfalismo nazionale (“A Roma in 48 ore trovano il virus”, Libero e “Antivirus Italia” Il Giornale), trionfalismo femminista (“Un team di donne isola il morbo”, Il Messaggero e “Gli angeli del virus”, La Repubblica) e richiesta di più soldi pubblici (“Che ipocriti sullo Spallanzani – Ministri e politici tutti i fare i complimenti ai virologi che ieri hanno isolato il micidiale coronavirus. Ma da anni lasciano senza fondi per la ricerca l’istituto di Roma…”, Il Tempo).

Il dibattito scoppiato il giorno stesso, è ancor più uno spaccato di società. Il team “tutto femminile” comprende le ricercatrici Concetta Castilletti, Francesca Colavita e Maria Rosaria Capobianchi, ma, a quanto risulta, anche due uomini, Fabrizio Carletti e Antonino Di Caro. Che però non fanno notizia, evidentemente. A volte chi di femminismo ferisce, di femminismo perisce, perché il titolo de La Repubblica “Gli angeli del virus” ha fatto indignare non poche femministe su Twitter e Facebook. A quanto pare, considerano una forma di “paternalismo” anche questo complimento, che ricorda il ruolo di “angelo del focolare” di fascista memoria. Nel team c’era anche una ricercatrice assunta con un contratto Co.co.co (dunque subito definita “precaria” da tutti i quotidiani). E da qui è nata l’ennesima polemica sul lavoro del ricercatore, sottopagato e non sufficientemente valorizzato. Si capisce, dunque, come la notizia del virus isolato allo Spallanzani, sia diventata uno sfogatoio di tutte le rivendicazioni degli contemporanee degli italiani. Tutto risponde a una narrativa del riscatto sociale: abbiamo le eccellenze anche se ci considerano Terzo mondo, sono donne e meridionali quelle che riscattano il buon nome del Paese, la ricerca funziona anche se non ha soldi, le italiane lavorano bene anche se precarie, considerate inferiori all’uomo e sottopagate. Non manca nulla.

Però, appunto, allo Spallanzani non sono stati i primi a isolare il virus. I primi nel mondo sono stati ricercatori cinesi a Wuhan, i primi in Europa sono stati ricercatori francesi del Pasteur. Il trionfalismo sul “primato che non c’è” nasce, a quanto pare, da un comunicato stampa dello Spallanzani, che risultava essere stato scritto il 31 gennaio, anche se la notizia è stata data il 2 febbraio successivo. Il 31 gennaio è il giorno in cui anche l’Istituto Pasteur ha diffuso la notizia dell’isolamento del virus, dunque chi ha redatto il comunicato stampa a Roma poteva anche non saperlo. Poi però, due giorni dopo, tutte le testate italiane, quasi senza eccezioni, hanno sparato un “primato mondiale” che non è mai stato vantato da alcuno. Nessun medico o ricercatore ha mai millantato il credito, si tratta di una bolla mediatica.

Una bolla mediatica, per altro, che si inserisce in una bolla ancor più gigantesca: quella dell’informazione sul coronavirus. Adesso l’epidemia (virale) ha generato un’epidemia di panico che ha avuto subito il suo impatto economico: le borse di tutto il mondo, Milano inclusa, stanno crollando. La paura ha colpito tutti, non solo i ristoranti cinesi che vengono disertati dai clienti. La parola d’ordine è diventata “niente panico”. Ma come è possibile chiedercelo dopo che, ormai da due settimane a questa parte, il coronavirus cinese è sempre la prima notizia di ogni testata, in Italia e nel mondo?