• ANNIVERSARIO

La battaglia del Cairo che la Chiesa sta perdendo

Venti anni fa, in questi giorni, si svolgeva al Cairo la Conferenza Onu su popolazione e sviluppo che vide una furiosa battaglia diplomatica. Grazie a Giovanni Paolo II fu evitato che passasse il diritto all'aborto, ma, 20 anni dopo, anche nella Chiesa ha fatto breccia una mentalità mondana.

Propaganda per il controllo delle nascite

Venti anni fa, proprio in questo giorno infuriava al Cairo una battaglia destinata ad avere gravi ripercussioni internazionali. La battaglia si svolgeva al chiuso di un grande centro congressi e non si usavano armi da fuoco, ma lo scontro – di dimensioni mondiali – non era per questo meno grave: era intorno al riconoscimento o meno del diritto all’aborto, e dell’aborto come metodo di controllo delle nascite, una cosetta da 50 milioni di morti l’anno.

Stiamo parlando della Conferenza Internazionale dell’Onu su Popolazione e Sviluppo (5-14 settembre 1994). Due erano gli schieramenti principali: uno era guidato dagli Stati Uniti (con l’Unione Europea a fare da principale sostegno), il cui presidente Bill Clinton si era premurato in vista della Conferenza del Cairo di inviare un messaggio a tutti i capi di governo del mondo per spiegare che le politiche di controllo delle nascite erano una priorità di politica estera degli Stati Uniti (a buon intenditor…). Se consideriamo che oggi il presidente Barack Obama ha fatto cosa analoga per promuovere le unioni gay nel mondo, capiamo anche la continuità delle amministrazioni democratiche americane.

A fronteggiare gli Usa era la Santa Sede – capo delegazione era il cardinale Renato Raffaele Martino, allora Osservatore permanente presso l’Onu a New York – irriducibile nel difendere la dignità dell’uomo e il valore della famiglia, «patrimonio più originario e sacro dell’umanità», come aveva detto papa Giovanni Paolo II per spiegare l’interesse della Chiesa in questa battaglia. Non a caso intorno alla Santa Sede si coagularono molti paesi del Sud del mondo, perché i poveri sono le prime vittime del movimento per il controllo delle nascite. 

La posta in gioco era altissima e la cronaca di quella battaglia riempì le pagine dei giornali di tutto il mondo. Alla fine la Santa Sede colse due successi non di poco conto: fu respinto il tentativo di ridefinire il concetto di famiglia, trasformandolo in “famiglie”, e nel Programma di Azione fu scritto chiaramente che l’aborto non può essere considerato un metodo di pianificazione familiare. E malgrado i successivi tentativi – che proseguono tuttora – di intervenire su questo punto, quella clausola ancora resiste, e nessun documento internazionale può tuttora essere presentato a sostegno di un presunto diritto all’aborto.

Cionondimeno bisogna riconoscere che il Cairo è stato un punto di svolta per le politiche di controllo delle nascite: si è lì stabilito per la prima volta che i programmi per il controllo della popolazione entrano a pieno diritto nelle politiche di sviluppo, così che ad esempio la Banca Mondiale si sentì libera da allora di imporre condizioni fino a quel momento “suggerite” sottobanco ai paesi poveri: chi vuole un prestito si deve impegnare nella riduzione dei tassi di fertilità (contraccezione, sterilizzazione e così via). Ma soprattutto furono dirottati sui programmi di controllo delle nascite, che da allora assunsero il nome più accattivante e meno colonialista di “servizi di salute riproduttiva”, un’enormità di fondi che hanno favorito anche la nascita di numerose Organizzazioni non governative che si sono affermate in questi anni come il braccio operativo degli interessi di circoli elitari che influenzano i governi occidentali.

Fino ad allora gli Stati Uniti finanziavano per tre quarti tutti i programmi sulla popolazione nel mondo, incluso il bilancio del Fondo Onu per la Popolazione (Unfpa), che aveva tra l’altro organizzato la Conferenza del Cairo. Con l’approvazione del Programma di Azione ci fu un impegno economico di tutti i paesi occidentali e il moltiplicarsi di canali – anche privati – attraverso cui fare convergere denaro allo scopo di diminuire la popolazione mondiale o, quantomeno, rallentarne la crescita. Al punto che oggi è praticamente impossibile stabilire con esattezza quanti soldi vanno per programmi che diffondono contraccezione e aborto nel mondo (chi volesse approfondire cosa accadde al Cairo e gli interessi in gioco può consultare R. Cascioli, Il Complotto demografico, Piemme 1996).

Questi venti anni hanno dunque visto procedere la macchina per il controllo delle nascite di pari passo con le sempre più forti pressioni per riconoscere l’aborto come diritto umano. Senza considerare che anche l’avanzata ideologica del gender ebbe al Cairo il “battesimo”, anche se il tentativo di inserire già in quel Programma d’Azione la definizione di cinque generi da sostituire al sesso biologico fu respinto (del resto il legame tra controllo delle nascite e promozione dell’omosessualità è facilmente intuibile).

Il mondo – soprattutto quello occidentale – è diventato dunque molto più come l’immaginavano le forze che sulla Conferenza del Cairo avevano puntato forte. Quello che era forse meno prevedibile è che in questi venti anni un cambiamento radicale avvenisse anche nella Chiesa cattolica, nel senso di una clamorosa perdita di ragioni per difendere l’uomo – immagine e somiglianza di Dio – e di un adeguamento alla mentalità mondana.

Per mesi, durante la preparazione della Conferenza del Cairo, quando il disegno anti-umano prendeva consistenza, Giovanni Paolo II lottò strenuamente per impedire che si arrivasse a distruggere la vita e la famiglia in un documento delle Nazioni Unite che sarebbe stato firmato da tutti i capi di Stato e di governo. E poi proprio nell’Anno che l’Onu aveva deciso di dedicare alla Famiglia. Scrisse una lettera a tutti i capi di Stato del mondo e al segretario generale dell’Onu richiamandoli al fatto che la Conferenza del Cairo si era messa su una brutta strada, che c’era un tentativo di manipolare la famiglia che sarebbe stato distruttivo per l’intera comunità umana. Scrisse una lettera durissima a Nafis Sadik, la donna pachistana a capo dell’Unfpa e grande regista della Conferenza del Cairo. Ma soprattutto si preoccupò di spiegare a tutto il popolo le ragioni di quella che oggi certi cattoliconi definirebbero in modo spregiativo “una Crociata”. 

Usò in modo particolare l’appuntamento dell’Angelus per proporre domenica dopo domenica una catechesi sulla famiglia, ma anche sul diritto naturale, senza il quale non si comprende la ragione di un impegno così radicale. Diceva ad esempio il 19 giugno: «La famiglia è la cellula primaria della società. Essa poggia sulla solida base di quel diritto naturale che accomuna tutti gli uomini e tutte le culture. È urgente prendere coscienza di questo aspetto. Non di rado infatti, l’insistenza della Chiesa sull’etica del matrimonio e della famiglia viene equivocata, come se la comunità cristiana volesse imporre a tutta la società una prospettiva di fede valida solo per i credenti (…). In realtà il matrimonio, quale unione stabile di un uomo e di una donna che si impegnano al dono reciproco di sé e si aprono alla generazione della vita, non è soltanto un valore cristiano, ma un valore originario della creazione. Smarrire tale verità non è un problema per i soli credenti, ma un pericolo per l’intera umanità».

Proprio questa verità pare invece essere stata in gran parte smarrita nel mondo cattolico, malgrado i Papi si siano sforzati di ricordarla. Alcuni fatti recenti sono lì a dimostrarlo: il primo è la “Carta del Coraggio” redatta da 3mila rover e scolte dell’Agesci, un vero documento programmatico presentato alla Route Nazionale di San Rossore a metà agosto. Nel capitolo dedicato all’amore, i ragazzi scout parlano di famiglia «intesa come qualunque nucleo di rapporti basati sull'amore e sul rispetto» e chiedono alla Chiesa di «mettersi in discussione e di rivalutare i temi dell'omosessualità, convivenza e divorzio». Si tratta di affermazioni che, prima dei giovani, mettono in discussione il tipo di educazione e testimonianza che hanno trasmesso gli adulti. 

Più sorprendentemente ancora, posizioni accomodanti sono state espresse autorevolmente al recente Meeting di Rimini, dove – ad esempio – nell’incontro dedicato ai “Nuovi diritti” si è totalmente ignorato il diritto naturale, ovvero «la legge iscritta dal Creatore nella natura umana», senza il quale non ha neanche senso parlare di “nuovi diritti”. La “novità” dei diritti infatti non si riferisce tanto al dato cronologico (sinonimo di “recenti”) quanto a quello ontologico (si sostituiscono alla legge naturale che è nel cuore di ogni uomo). Così a Rimini si è arrivati a valorizzare i “nuovi diritti” e teorizzare l’inutilità, anzi la dannosità, di battaglie a difesa della famiglia. 

Basterebbe confrontare queste posizioni con quelle espresse a suo tempo da Giovanni Paolo II per capire cosa è accaduto in questi venti anni. 

E ora ci troviamo alla vigilia di un Sinodo straordinario sulla famiglia, la cui preparazione ha evidenziato ancora una volta come una parte non marginale della Chiesa – mi sia lasciata passare questa espressione - abbia disertato e sia passata al nemico. Invece di preoccuparsi di offrire al mondo la testimonianza e la bellezza di una vita matrimoniale e familiare vissuta secondo natura, assistiamo addirittura a un attacco contro la stessa natura del matrimonio, mascherato da premura pastorale e sostenuto da eminenti cardinali.

Vale a dire che quella «urgenza di prendere coscienza» del significato della famiglia e della vita, che Giovanni Paolo II vedeva venti anni fa, oggi è ancora più attuale, per i cattolici e per chiunque abbia a cuore la verità. Perché in gioco non c’è solo la morale cattolica, come qualcuno vorrebbe far credere, ma la sopravvivenza della nostra stessa società.