• SANTI E GASTRONOMIA/5

Kateri Tekakwitha, una santa singolare

Kateri Tekakwitha è la prima “pellerossa” ad essere stata canonizzata. Tra i miracoli dovuti alla sua intercessione, c’è la guarigione inspiegabile, nel 2006, di Jake Finkbonner, un bambino affetto da fascite necrotizzante. Già orfana dei genitori, scoprì Cristo grazie ai missionari gesuiti e decise di dedicarsi a Lui, imitandone le sofferenze. Il documentario “In her Footsteps” ne racconta la storia.
LA RICETTA: TORTA MOHAWK

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Ospedale di Baltimora, 2006. Intorno al grande tavolo ovale posto al centro della sala di riunione sono seduti il primario e due medici. Stanno parlando di un vero miracolo, accaduto ad un piccolo paziente, Jake Finkbonner, affetto da fascite necrotizzante (una rara malattia, terribile, che mangia letteralmente le carni, nel suo caso del viso). Ma il ragazzo è guarito miracolosamente.

I medici non sanno spiegarne la ragione e il primario è irritato: tra poco dovrà affrontare i giornalisti che aspettano sul corridoio in attesa di entrare. Il primario obietta che non può dire alla stampa che Jake è guarito grazie ad una catena di gente che ha pregato per lui. Ma uno dei due medici gli fa notare che dovrà dire la verità, perché la verità è proprio quella: quelle persone hanno pregato per lui ininterrottamente, invocando l’intervento della beata Kateri e il piccolo Jake è guarito. Il primario chiede chi sia Kateri. E quel medico glielo spiega: si tratta di Kateri Tekakwitha, “pellerossa” venerata da molte persone in Canada e negli Stati Uniti, convinte del suo potere di guarigione.

Nacque nel 1656 da due genitori provenienti da due tribù nemiche: la madre era Algonchina e il padre Mohawk. All’età di quattro anni, perse tutta la sua famiglia (i genitori e il fratello) a causa di un’epidemia di vaiolo che colpì la regione dal 1661 al 1663. Si ammalò anche lei, ma sopravvisse. La malattia però le aveva lasciato molti effetti collaterali: la sua vista fu notevolmente indebolita e avrebbe sofferto delle conseguenze di quella terribile malattia fino alla fine dei suoi giorni.

Dopo la morte dei genitori, venne adottata dagli zii. Quando compì vent’anni i genitori adottivi così come il capo amerindio cercarono di costringerla a scegliere un marito ma, secondo gli storiografi cattolici, desiderò ardentemente mantenere la sua verginità per dedicarsi a Gesù.

Kateri aveva osservato per giorni i missionari gesuiti che erano venuti nel suo villaggio e la loro presenza aveva fatto nascere in lei il desiderio di convertirsi al cattolicesimo. Li osservava mentre pregavano nella piccola chiesa di legno che avevano costruito vicino al fiume. Aiutavano la gente, insegnavano ai bambini a leggere e scrivere, pregavano. La preghiera affascinava Kateri che si mise ad imitarli, seduta per ore davanti alla grande croce di legno che reggeva un Cristo sofferente. La giovane sentiva il desiderio di soffrire con Lui e di alleviargli il dolore. Ascoltando la storia della vita di quell’uomo incredibile crebbe in lei il desiderio di dedicarsi a Lui e di fare come Lui: guarire i malati.

E così chiese ai padri gesuiti di battezzarla. Padre Jacques de Lamberville accolse la sua richiesta; dopo sei mesi di catecumenato, fu battezzata dallo stesso sacerdote il giorno di Pasqua, il 18 aprile 1676. Ricevette da padre Lamberville il nome di Kateri, in onore di santa Caterina da Siena. Ma il suo rifiuto di sposarsi e poi la successiva conversione la ridussero quasi in schiavitù, perché era diventata un peso per la sua famiglia adottiva. Lavorava senza sosta, senza ricevere nulla in cambio, tranne un tetto e un po’ di cibo, ma anche disprezzo e violenza fisica.

Decise di lasciare il suo villaggio per stabilirsi presso la missione cattolica di Saint-François Xavier, a Sault Saint-Louis, vicino a Montreal. Fece il viaggio a piedi, camminando per oltre 300 chilometri attraverso i boschi: vi arrivò due mesi dopo. Giunta alla missione Saint-François Xavier, a La Prairie, nel 1677, si dedicò alla preghiera e al lavoro. Nacque in lei il desiderio di aiutare altri nativi della Valle degli Irochesi a convertirsi e ad abbracciare la fede cattolica.

La preghiera la trasformò a tal punto che la sua pietà impressionò lo storico François-Xavier Charlevoix, in missione nella Nuova Francia per ordine del re Luigi XIV. Le sue lettere sono una fonte molto ricca di informazioni su Kateri. La giovane ebbe poco tempo per svolgere la missione di conversione degli amerindiani che si era prefissata: visse solo per tre anni sulle rive del fiume San Lorenzo e morì il 17 aprile 1680, all’età di ventiquattro anni, in odore di santità secondo i suoi biografi gesuiti.

Nel tempo la sua fama si è diffusa in tutto il mondo cattolico, in particolare grazie agli scritti dei “Rapporti gesuiti”. Durante la sua breve vita, Kateri praticò molto il digiuno e la mortificazione, a volte anche eccessiva. I padri gesuiti che lavorarono con lei furono colpiti dalla sua vita virtuosa, dalla sua pietà e dalle sue pratiche estreme di pentimento. La giovane amerindiana si era bruciata e trafitta la pelle con spine diverse volte, per imitare le sofferenze di Cristo. Dopo aver fatto voto di castità, Kateri voleva creare un convento per le suore amerindie a Sault St-Louis, ma non poté andare avanti, in particolare a causa della sua salute fragile. Dopo la morte di Kateri, come affermarono dei testimoni, dal suo viso scomparvero i segni del vaiolo.

La salma verginale di Caterina non fu posta in una povera corteccia di albero, avvolta in una coperta, secondo il costume indiano, ma in una cassa di legno, dono di due francesi. Sulla sua tomba cominciarono ad accorrere nativi e francesi da ogni parte, persino da Montreal e dal Québec. Per sua intercessione i miracoli si moltiplicarono. Infatti, le sono stati attribuiti diversi miracoli, tra cui guarigioni straordinarie di infermi e malati, ma anche delle apparizioni. Kateri Tekakwitha sarebbe apparsa a due persone nelle settimane successive alla sua morte: apparve sia alla sua migliore amica che a padre Claude Chauchetière.

Il suo potere di guarigione si manifestò in diverse situazioni e culminò con il caso del piccolo Jake Finkbonner: fu questo miracolo che portò alla canonizzazione di Kateri. Soprannominata “il giglio dei Mohawk”, Pio XII ne aveva già riconosciuto l'eroicità delle virtù il 3 gennaio 1943, dichiarandola venerabile. Nel 1980 è stata beatificata da Giovanni Paolo II, e il 21 ottobre 2012 canonizzata da Benedetto XVI. È la prima santa pellerossa del Nord America. Le reliquie della vergine Kateri, poste in una cassetta di ebano, dal 1719 sono custodite dai gesuiti a Caughnawaga, nella Diocesi di Albany (Stato di New York).

Nel 2014 è stato realizzato un documentario intitolato “In her Footsteps” (Sulle sue orme), che ci porta in un viaggio dal nord dello Stato di New York a Montreal e Caughnawaga; dallo Stato di Washington al New Mexico, mentre seguiamo l'incredibile viaggio di fede profonda, sacrificio eroico e amore per Cristo di santa Kateri. Nel film, presentato in Italia dal Festival Internazionale del Film Cattolico Mirabile Dictu (www.mirabiledictu-icff.com, fondato e presieduto da chi scrive) sono intervistate molte persone che sono state toccate da lei, tra cui l'arcivescovo di Filadelfia Charles Chaput, OFM, della tribù Potawatomi, l'unico arcivescovo nativo americano; il vescovo James Wall di Gallup, New Mexico, la diocesi con il maggior numero di cattolici nativi americani; suor Kateri Mitchell, SSA, direttrice esecutiva della Conferenza Tekakwitha, e Jake Finkbonner, il bambino che ha ricevuto la guarigione miracolosa che ha portato alla canonizzazione di Kateri.

Il film mostra che nessuno è troppo semplice o troppo giovane per seguire Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, e che questa donna, il cui volto era sfregiato e la vista era debole, è ancora una fonte di guarigione e di grazia per tutti noi.

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