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Italiani contro cancel culture: giù le mani da Colombo

“Il 12 ottobre: nulla da festeggiare. L’America non fu scoperta. Fu invasa e saccheggiata”. E così anche l'amministrazione di Philadelphia cancella il Giorno di Colombo e lo sostituisce con quello dell'Indigeno. La comunità italiana non ci sta e fa causa. Ma è già una sconfitta culturale battersi per i diritti di una minoranza e non per quelli universali della scoperta dell'America e dell'apporto della civiltà cristiana.

St. Paul (Minnesota) una delle tante statue di Colombo abbattute

“Il 12 ottobre: nulla da festeggiare. L’America non fu scoperta. Fu invasa e saccheggiata”. E’ uno dei tanti meme, in lingua sia inglese che spagnola, che circolano in rete, in modo virale, contro la festa del Giorno di Colombo. Negli Usa, da 84 anni, si celebra ogni secondo lunedì di ottobre, per celebrare la scoperta dell’America il 12 ottobre 1492. Tuttavia non poteva rimanere illeso nella grande campagna di rivisitazione della storia e della cultura americana, quella vera e propria rivoluzione culturale chiamata “cancel culture”, cultura della cancellazione. La festa della scoperta dell’America è tornata al centro dell’attenzione in questa settimana, perché associazioni legate alla comunità italiana di Philadelphia hanno fatto causa al comune, per la sua decisione unilaterale di rimuovere la celebrazione e sostituirla con il Giorno dei Popoli Indigeni, in onore alla memoria dei nativi americani. Ma 14 Stati, oltre al Distretto di Colombia (l’ente locale di Washington, che porta proprio il nome del navigatore genovese), con circa 130 città, hanno già deciso di sostituire la memoria indigenista a quella “colonialista” europea e cristiana. La campagna è dunque già molto vasta.

Il Giorno dei Popoli Indigeni è un’invenzione di Berkeley, l’università di San Francisco dove iniziarono sia il movimento per la pace che il ’68 americano, che fece sua la battaglia, che durava già da anni, del movimento indigenista internazionale, sia del Nord che del Sud America. L’idea venne proposta, a mo’ di provocazione, il 12 ottobre 1992, in occasione dei 500 anni della scoperta dell’America. Lo scopo è la completa rivisitazione della storia del Nuovo Mondo. Non si obietta tanto che Colombo non fu il primo uomo europeo a metter piede nel continente (obiezione inutile, considerando che, con tutto il rispetto per i vichinghi, fu il primo ad aprire la nuova rotta), quanto il fatto che fu il “primo dei genocidi” e il “primo degli schiavisti”. Una condanna che ha un certo fondamento nella storia, considerando che il grande navigatore genovese governò col pugno di ferro Hispaniola la primissima colonia europea in terra americana. Per questo venne rimosso  dalla corona spagnola e arrestato dopo la sua terza spedizione. Fu una dimostrazione di civiltà non comune: la Spagna cristiana dimostrava di riconoscere i crimini come tali, anche se commessi contro nativi americani. Purtroppo nella rilettura della storia compiuta alla fine del Novecento, questo merito non viene riconosciuto. Si riconosce solo la brutalità del colonialismo europeo, senza neppure volerlo confrontare con la violenza estrema e sistematica degli imperi americani pre-colombiani.

Nello schema astratto di quel che oggi si chiama “cultura della cancellazione”, la memoria del colonialismo europeo deve essere completamente rimossa e condannata: se ne devono rimuovere nomi e simboli, date e statue (di tutti, anche dei padri fondatori come Thomas Jefferson e George Washington, o il liberatore degli schiavi Abraham Lincoln), mentre se ne deve condannare l’influenza che ebbe sul corso della storia. Si viene così a creare il mito di una America Felix in cui i nativi vivevano in equilibrio e in armonia (anche con la natura), a cui poi seguì il genocidio per mano europea. Sulla sua entità circola con insistenza una cifra mai verificata: 100 milioni di morti. Ma non vi sono ancora prove sicure per dimostrare che vi fossero anche 100 milioni di abitanti in tutte le Americhe prima dell’arrivo di Colombo. Più che di storia si tratta di politica e di filosofia, al massimo. Chi ha anche solo un minimo di dimestichezza con la storia delle idee, vi riconoscerà sicuramente l’impronta di Rousseau, il suo “buon selvaggio” contaminato dalla civiltà europea, con la sua religione cristiana, la proprietà privata e infine il capitalismo. L’idea è quella di riscoprire quel che c’era prima della civiltà e di rivalutarlo. In un’era di ecologismo imperante, non è solo una forma di revisionismo storico, ma un invito per il futuro: tornare a uno stile di vita basato sul modello di quello che esisteva nel passato mitizzato.

Almeno a Philadelphia, tuttavia, la cultura della cancellazione si scontra con le rivendicazioni degli italiani. Perché se il Giorno dei Popoli Indigeni celebra la memoria di una minoranza, anche gli italiani rivendicano il loro status di minoranza. Colombo era italiano, innegabilmente, la sua celebrazione è sempre stata vissuta con orgoglio dalla comunità italo-americana nel corso dell’ultimo secolo: discriminati, trattati da inferiori dalla maggioranza anglosassone protestante, ma pur sempre all’origine di tutta la civiltà americana. Oggi questo riconoscimento viene meno, nel momento in cui anche gli italiani, da decenni, sono parte del “privilegio bianco”. Per venire incontro alle rivendicazioni italiane, ma senza rinunciare a denigrare il passato, l’amministrazione liberal di San Francisco, ha infatti trasformato il Giorno di Colombo in una festa degli italiani, come a sottolineare che sia importante per loro, ma non per tutti. A Philadelphia, il testo della denuncia mossa dalle associazioni italiane, recita anche: “Mentre l’origine etnica di entrambi i gruppi (nativi e italiani, ndr) merita riconoscimento, il sindaco Kenney (di Philadelphia, ndr) non può prendere decisioni che discriminano gli italo-americani per celebrare al loro posto un altro gruppo etnico”. Nella stessa denuncia, stilata dagli avvocati della Società 1492, lamentano una crescente pressione sulle comunità italo-americane “come non si vedeva dagli anni Venti”, quando gli italiani erano discriminati apertamente e spesso anche vittime di linciaggio. Il sindaco Kenney risponde che la denuncia è solo strumentale e politica e nega che vi siano discriminazioni ai danni degli italiani.

La battaglia è ancora tutta da combattere, sul piano legale, però è già una sconfitta su quello culturale. Si parte dal presupposto che ormai si possa ridurre tutto ad una mera guerra per bande. Non è più l’apporto di un italiano alla causa universale della civiltà cristiana che viene rivendicato, ma solo i diritti di una minoranza europea, una fra le tante, in un tipo di società in cui nulla è più riconosciuto come universale.

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