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MEDIO ORIENTE

Israele, prosegue l'annessione di fatto della Cisgiordania

Record di nuovi insediamenti autorizzati dal governo Netanyahu, coloni che si accaparrano terre con la complicità dell'esercito. Israele sta mettendo il mondo di fronte al fatto compiuto, eliminando sul campo ogni possibilità di uno Stato palestinese.

Esteri 11_05_2026

Mentre a Gaza si continua a morire nell’indifferenza della comunità internazionale e il Medio Oriente vive una delle fasi più incerte degli ultimi anni, la Cisgiordania, con il collaudato metodo coloniale, viene inesorabilmente trasformata in qualcos’altro. I palestinesi si trovano, ora, di fronte al cosiddetto “fatto compiuto”. Nuovi insediamenti, nuove strade con annessi posti di blocco.

Nel frattempo, il governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, ha approvato la costruzione di trentaquattro nuove colonie, portando a centotre il totale autorizzato dall’attuale coalizione governativa. Un numero senza precedenti. Un’accelerazione brutale. Un messaggio politico scolpito nel cemento e nel filo spinato: Israele vuole chiudere definitivamente la partita palestinese prima che gli equilibri regionali cambino. È il più grande pacchetto di espansione coloniale dai tempi dell’occupazione del 1967. E non è un caso che arrivi proprio adesso.

Israele sente che il tempo stringe. E quando il mondo si sveglierà scoprirà che non esiste più nulla da negoziare, anche se molti governi europei iniziano a mostrare segni di irritazione. Alcuni Paesi hanno già sospeso o limitato i contratti militari con Israele. Le critiche internazionali aumentano. Ma per ora restano azioni simboliche.

La guerra contro l’Iran, che doveva consacrare Netanyahu come l’uomo capace di “ridisegnare il Medio Oriente”, non ha prodotto il trionfo annunciato. Il cessate il fuoco ha lasciato nel potere israeliano un senso di incompiutezza e persino di frustrazione. A Tel Aviv, molti volevano la caduta della Repubblica Islamica. Non è accaduto. Anzi: Teheran è sopravvissuta, ha mantenuto la propria struttura statale e continua a esercitare influenza strategica nella regione, dallo Stretto di Hormuz al Levante. Anche sul fronte libanese, Israele non è riuscito ad ottenere la vittoria promessa. Hezbollah, che secondo la propaganda israeliana doveva essere annientato, continua a riarmarsi e a rappresentare una forza militare e politica decisiva nel Libano meridionale. Il cessate il fuoco ha il sapore dell’interruzione forzata.

E allora Netanyahu cerca altrove il terreno su cui lasciare un’eredità irreversibile. Quel terreno è la Cisgiordania. La strategia è semplice, ma al tempo stesso feroce e lucidissima: approfittare del caos regionale, dell’attenzione mediatica concentrata sulla guerra con l’Iran e della protezione politica garantita dalla Casa Bianca per trasformare l’occupazione in annessione permanente. Non si tratta più di occupare temporaneamente un territorio in attesa di negoziati. Quei negoziati sono stati sepolti. Oggi Israele costruisce strade, avamposti, zone militari, quartieri coloniali, corridoi strategici, come se la Cisgiordania fosse già parte integrante dello Stato israeliano.

E la tempistica è tutto. In Israele ci saranno prossimamente le elezioni. I sondaggi mostrano un indebolimento del blocco guidato da Netanyahu e dei suoi alleati ultranazionalisti, tra cui Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. La destra israeliana teme che questa possa essere una delle ultime finestre politiche favorevoli per imporre cambiamenti irreversibili, senza incontrare serie conseguenze internazionali.
Con Donald Trump alla Casa Bianca, Israele gode infatti di un margine d’azione straordinario. Washington continua a garantire copertura diplomatica, sostegno militare e protezione nelle sedi internazionali. Ma nessuno a Gerusalemme può essere certo che questo clima possa durare.

Il nuovo piano di insediamenti colpisce deliberatamente aree strategiche della Cisgiordania, comprese porzioni dell’Area B, che dagli Accordi di Oslo del 1993 erano state definite come territori sotto amministrazione congiunta israelo-palestinese. Un’erosione a quel poco che rimane dell’autonomia palestinese, a trent’anni dal “processo di pace”.

Gli Accordi di Oslo avevano diviso la Cisgiordania in tre settori: Area A, sotto il controllo palestinese; Area B sotto l’amministrazione condivisa; Area C sotto il pieno controllo israeliano. Sulla carta sembrava una transizione verso uno Stato palestinese. Nella realtà si è trasformata in una geografia della frammentazione. Oggi l’Area A è ridotta a isole urbane isolate da posti di blocco, strade militari e colonie israeliane. L’Area C, che rappresenta oltre il 60% della Cisgiordania, è nel mirino del progetto espansionista israeliano.

I nuovi insediamenti servono esattamente a spezzare definitivamente la continuità territoriale palestinese, isolare città e villaggi e rendere impossibile qualsiasi futura sovranità reale. In altre parole: creare uno Stato palestinese solo sulla carta, senza continuità territoriale, senza controllo delle frontiere, senza libertà di movimento. Per milioni di palestinesi la Cisgiordania è diventata un labirinto di barriere, incursioni notturne e violenza dei coloni. Interi villaggi vivono sotto assedio permanente. Le strade vengono chiuse improvvisamente. I posti di blocco, oltre mille, paralizzano gli spostamenti. Gli attacchi dell’esercito israeliano sono quotidiani.

E accanto ai militari agiscono i coloni armati. Indisturbati. Non più gruppi marginali. Non più estremisti isolati. Oggi i coloni rappresentano una forza politica centrale all’interno dell’attuale coalizione di governo. Molti di loro operano sotto la protezione dell’esercito o in una sostanziale impunità. La settimana scorsa un palestinese di 23 anni è stato ucciso da coloni armati vicino a Deir Jarir, a est di Ramallah. Pochi giorni dopo, un altro uomo è stato ammazzato durante un raid israeliano a Tubas. Dal 7 ottobre 2023, almeno mille palestinesi sono morti in Cisgiordania tra operazioni militari israeliane e attacchi dei coloni. Mille morti in un territorio che non è nemmeno il principale teatro della guerra.

Israele sembra aver calcolato che l’attuale costo diplomatico sia inferiore al vantaggio strategico ottenuto consolidando il controllo territoriale prima di eventuali cambiamenti geopolitici. Netanyahu porta sulle spalle il trauma politico del 7 ottobre 2023, il più grave fallimento sul piano della sicurezza nella storia d’Israele. Da allora ha cercato una vittoria capace di riscrivere la narrazione: contro Hamas, contro Hezbollah, contro l’Iran. Ma nessuna di queste guerre ha prodotto il risultato definitivo promesso all’opinione pubblica israeliana.

La Cisgiordania diventa allora il fronte dove ottenere almeno una vittoria storica interna: la sua annessione. Non formalizzata da una legge, ma realizzata sul terreno. La tragedia è che tutto questo avviene mentre la leadership palestinese appare più debole e frammentata che mai. L’Autorità Palestinese è screditata, priva di reale potere e incapace di influenzare gli eventi. Gaza è devastata dalla guerra. Il sistema politico palestinese è diviso.

La nuova offensiva coloniale non rappresenta un caso isolato, ma si configura come parte di un disegno storico preciso. L’obiettivo è quello di cancellare definitivamente la possibilità di un ritorno alla soluzione dei due Stati. Non si tratta più di occupazione temporanea. La geografia politica della Palestina viene ridefinita tra distrazioni e indifferenza, mentre il mondo osserva senza intervenire. Quando si spegneranno le telecamere sui bombardamenti tra Israele e Iran, quando termineranno i vertici internazionali e le diplomazie torneranno a parlare di “pace”, potrebbe essere troppo tardi.



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