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Israele, Netanyahu ha perso la scommessa

Il premier Netanyahu aveva voluto le elezioni anticipate per modificare in modo a lui favorevole l'equilibrio uscito dalle elezioni dello scorso aprile. Ma il voto offre una situazione ancora più complicata della precedente e probabilmente apre la strada all'uscita di scena del leader conservatore.

Il premier Netanyahu saluta i suoi sostenitori

Non c’è riuscito!  Benjamin Netanyahu puntava su una modifica, a lui favorevole, dei risultati delle elezioni politiche dello scorso 9 aprile, ma la seconda chiamata alle urne di ieri, da lui provocata, non solo non l’ha fornita, anzi ha peggiorato alcune referenze per un suo eventuale, quanto incerto e difficile, incarico di formare un governo. Ovvero per proseguire l’incarico di primo ministro, esercitato ininterrottamente nell’ultimo decennio, e ora forse al traguardo.

I risultati, non ancora definitivi, mostrano il Likud, il partito conservatore, nazionalista e sionista da lui presieduto, conseguire 32 seggi tanti quanti il rivale Kahol Lavan (Blu e Bianco), partito nazionale per il riferimento ai colori della bandiera, fondato dall’ex capo di Stato Maggiore Benny Gantz, dove sono confluiti altri due ex capi di Stato Maggiore e parecchi ufficiali superiori delle forze armate. Entrambi i partiti avevano conseguito in aprile 35 seggi ciascuno. Stavolta si sono rafforzati, con 9 seggi (quasi il doppio di aprile) il partito di destra Israel Beitenu del russofono Avigdor Lieberman, e con almeno 12 la Lista araba unita, che ha rimediato all’errore di abbandonare l’elettorato della minoranza etnica dinanzi a quattro diversi partiti, favorendo fra l’altro l’astensionismo

Oggi, pur dinanzi ai risultati incompleti del voto, Israel Beitenu chiama i due maggiori partiti alla formazione di quella «unione nazionale e liberale», da esso sempre auspicata, che tenga fuori dal governo i partiti confessionali sefardita e azkhenazita. Ma proprio per non volerli escluderli dalla coalizione, consolidatasi negli ultimi anni, Netanyahu non era riuscito a coagulare la maggioranza di destra e religiosa uscita dalla consultazione di aprile. Mentre i partiti arabi, attraverso un loro esponente di spicco, Ahmed Tibi, fanno sapere che “se Benny Gantz ci interpella presenteremo le nostre condizioni”, escludendo comunque ogni sia pur minima intesa con il Likud .

Benny Gantz, unendo i risultati conseguiti da Israel Beitenu, dalla Lista araba unita e dai partiti minori della sinistra, potrebbe raggiungere la maggioranza di 61 deputati necessaria per l’auspicato «largo governo di unione che esprima la volontà del popolo. Abbiamo cominciato i negoziati. Parlerò con tutti», ha detto appena noti i primi esiti del voto, pur precisando di «attendere uno-due giorni per conoscere i risultati finali». In effetti ha preso subito l’iniziativa. Quella tanto temuta da Netanyahu da fargli mettere le mani avanti, chiamando alla formazione di «un governo sionista forte, senza i partiti arabi antisionisti, che negano l’esistenza stessa di Israele come stato ebraico e democratico».

Netanyahu non ha fatto cenno alla promessa di voler annettere la Valle del Giordano allo stato d’Israele da lui fatta una settimana prima del voto, forse per smuovere gli astensionisti e spronare i coloni a sostenerlo, e rivelatasi inefficace. Che sia ormai finita la sua “era”, come sostengono i partiti arabi e qualche altro esponente suo avversario? Essi insistono nel ricordare che il 3 ottobre egli si dovrà presentare al magistrato incaricato di indagare su presunti, e infamanti, reati  quali la corruzione, l’abuso di fiducia, la malversazione.

Le posizioni sono comunque sul tappeto, chiare soprattutto al presidente dello stato Reuven Rivlin che dovrà aprire la via a trattative per la costituzione di una maggioranza parlamentare da alcuni osservatori previste come “dolorose”. E non solo per le difficoltà oggettive derivanti dal sistema  proporzionale puro (e quindi per sostenere l’opera del leader incaricato di formare una stabile coalizione di governo).

Infatti una crisi profonda pervade  la nazione israeliana, tanto da essere oggi rappresentata come  “malattia “ da Ben-Dror Yemini,  noto editorialista del diffuso quotidiano Yedioth Ahronot. Egli analizza l’odio, l’astio, l’avversione, l’ostilità che negli ultimi tempi hanno  pervaso la società ebraica da preconizzare come rimedio un governo ampiamente allargato, perché uno «striminzito la renderebbe ancor più vulnerabile». Allusione, in primis, al contrasto – emerso alla grande anche in queste elezioni – tra partiti laici e religiosi, tra i fautori di uno stato sionista ed uno per nulla confessionale.