• MEDIO ORIENTE

Israele ed Emirati, una silente preghiera per la pace

Oggi Israele, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti firmano il loro primo accordo alla Casa Bianca. Un evento di pace per il Medio Oriente dopo 30 anni di incessanti e vani sforzi diplomatici e speranze deluse non può non essere salutato con commozione, ed anche, in considerazione delle reazioni che sono emerse, con responsabilità e gioia contenuta, intrisa di silenzi e di preghiera.

Israele_EAU

Un evento di pace per il Medio Oriente dopo trent’anni di incessanti e vani sforzi diplomatici, speranze deluse e tantissime chiacchiere, non può non essere salutato con commozione, ed anche – in considerazione delle reazioni che sono emerse - con responsabilità e gioia contenuta, intrisa di silenzi e di preghiera. Ricordando che la pace è un dono di Dio. Oggi, dinanzi all’annunciata cerimonia che vedrà ancora una volta la Casa Bianca apparecchiata a festa per la firma della pace, stavolta tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e Bahrein sarà possibile reagire diversamente ?

Il secolo scorso due cerimonie erano avvenute, sempre a Washington, per altri due analoghi trattati: la prima – era il 26 marzo 1979 –  aveva fatto sensazione, segnava una svolta importantissima nei rapporti tra lo Stato ebraico e l’universo arabo e islamico. Perché era addirittura l’Egitto, il più autorevole paese di questa costellazione, che aveva aperto, guidato e sostenuto con la sua potenza militare ben tre guerre a Israele, il “nemico” per antonomasia, a stringergli ora la mano, a dirgli cerchiamo di avviare un discorso di buon vicinato e di cooperazione in una visione lungimirante e pacifica. Ma forse perché ancora prematuro – scottavano le ferite, le disfatte, le ambizioni – o per un’atavica diversa concezione dei rapporti di forza,  gli altri leader arabi non accettarono il passo di Anwar Sadat che, ricoperto della gloria del Nobel per la pace, ne cadde vittima, nel terribile attentato in patria per la festa nazionale del 6 ottobre 1981.

Dovettero passare quindici anni perché Washington, giustamente orgogliosa dei suoi successi diplomatici, spiegasse di nuovo l’apparato di festa. Il secondo trattato di pace fu stipulato il 23 luglio 1994 tra Israele e il regno hashemita di Giordania, vicino prestigioso ma anche esigente nella consapevolezza delle sue responsabilità. In primis di essere erede del potere spirituale che scaturisce per la famiglia reale Hashem dalla discendenza diretta del profeta Maometto: non per nulla ha regnato sull’Heggiaz (la regione costiera sul mar Rosso della penisola arabica) e i Luoghi Santi islamici fino a un secolo fa; e dal 1967 presiede al possesso giuridico-religioso dell’ente islamico Waqf della Spianata delle Moschee di Gerusalemme. E poi la consapevolezza di aver accolto centinaia di migliaia di profughi palestinesi;  i loro discendenti sono oggi più di tre milioni e mezzo, il 40% della popolazione.

Questo trattato era stato possibile perché preceduto dai famosi Accordi di Oslo dell’agosto 1993: avevano dischiuso la soluzione del problema palestinese, prefigurata il 13 settembre dalla stretta di mano alla Casa Bianca tra il premier israeliano Yitzak Rabin ed il presidente dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) Yasser Arafat, simbolicamente accerchiati dall’abbraccio del presidente Bill Clinton. Conosciamo il seguito, sappiamo cioè come questa soluzione, in trent’anni di tentativi (sempre coinvolgenti direttamente gli Stati Uniti) non sia stata finora raggiunta; a causa soprattutto del rifiuto palestinese di accogliere proposte di compromesso sui problemi più controversi.

E sappiamo delle tre intifade e della scelta politica dell’ANP di ottenere dalla comunità internazionale, tramite le Nazioni Unite, quel che nei negoziati con Israele non ha mai ottenuto, né potrà mai conseguire: uno stato musulmano che escluda la “contaminazione” ebraica. Una scelta politica fatta naturalmente di infingimenti e compiacenze di rivendicazioni pretestuose, manovre e compromessi tattici. Ai quali, a dispetto della verità storica, si sono prestati i paesi europei, persino l’Italia (in sede Unesco e Consiglio per i diritti umani), e senza mai dismettere o ridurre generose pubbliche sovvenzioni.

Solo che in circostanze politiche e strategiche diverse emerse nella regione di osservanza sunnita, per l’intromissione di altre potenze e in particolare dell’Iran sciita , e in presenza di un fervore straordinario di opere, tecnologicamente avanzate, in tutti i paesi arricchitisi con il petrolio, ha cominciato a rivelare le sue incongruenze, i suoi limiti e rischi l’irriducibile avversione all’esistenza dell’ “inconcepibile Stato estraneo sulla sacra terra islamica “, Israele. Che invece si presentava politicamente in sintonia, militarmente preparato, principale alleato degli Stati Uniti, tecnologicamente all’avanguardia.

La riprova più clamorosa e politicamente scioccante si è avuta in sede di Lega Araba il mese scorso. Il presidente degli Stati Uniti Donald  Trump (sì, proprio colui che aveva spostato la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme!) aveva appena annunciato la decisione degli Emirati Arabi Uniti di seguire Egitto e Giordania nel far pace con Israele che l’ANP reagiva con veemenza, la bollava  di “tradimento”, “collaborazionismo”  e di altri epiteti ingiuriosi – particolarmente velenoso l’attacco al principe ereditario degli Emirati, Mohammed bin Zayed, definito un “tumore”  – e chiedeva alla Lega una riunione urgente e di condanna. Ma la richiesta non fu accolta e la riunione non fu convocata. Uno sgarbo senza precedenti per i palestinesi, segno che non tutti i ministri degli Esteri dei paesi membri vollero evitarlo. La questione sollevata dall’ANP fu comunque iscritta all’odg della riunione ordinaria della Lega del 9 settembre, di pochi giorni fa. Finita però senza alcun esito, in totale disaccordo. Lo ha spiegato un alto funzionario della Lega, Hussam Zaki: “Ovviamente la discussione  è stata seria e completa , ma non ha portato a un accordo sulla risoluzione proposta dai palestinesi. Sono stati proposti numerosi emendamenti e contro-emendamenti e si è arrivati a un punto in cui i palestinesi hanno preferito che la bozza non passasse anziché approvarla in un modo che ritenevano inadeguato”.

Parole che confermano una ben diversa valutazione del “problema Israele” da parte dei paesi arabi,  in particolare del Golfo, per quanto essi esprimono. E infatti, anche il piccolo emirato del Bahrein ha deciso di unirsi alla cerimonia odierna di pace alla Casa Bianca, mentre l’Arabia Saudita – che pure ha già aperto il suo spazio aereo al traffico aereo israeliano - preferisce ancora attendere per la firma della pace. Una remora comprensibile per il fatto che ospita e custodisce i Luoghi Santi dell’Islam e vuol mostrare delicatezza e comprensione a chi ancora oggi non ha superato remore o avversità. Come il Qatar che  continua a mostrare ostilità e diffidenza. Mentre il Kuwait¸ non dichiaratamente ostile, preferisce attendere sviluppi positivi.

E gli Stati Uniti? Soddisfatti dei risultati raggiunti, continuano nella strada intrapresa dal presidente Donald Trump e gestita da Jared Kushner, suo genero e consigliere per il Medio Oriente. Che, incoraggiato dagli ultimi eventi, rilancia il suo piano “per la prosperità” della regione sostenendo che “i paesi hanno cominciando ad abbandonare i vecchi conflitti e a muoversi in direzione della pace”.

Chi però non vuol sentirne parlare, perché si sente “pugnalata alla schiena”, è l’Autorità Nazionale Palestinese. Ha cominciato dal fronte interno: decisa a riunire le forze dell’organizzazione terroristica Hamas, al potere a Gaza, con quelle del movimento Fatah,  ha annunciato tre obiettivi: la ricucitura della loro “spaccatura”, la “resistenza popolare” in Cisgiordania, e una serie di riforme istituzionali. Il passo più importante in campo regionale è stato il viaggio della scorsa settimana a Beirut del capo politico di Hamas, Ismail Hanyeh, per discutere con il capo degli Hezabollah, il potente sceicco Hassan Nasrallah,  “i pericoli per la causa palestinese” e il rafforzamento della loro stretta collaborazione militare. Che gode del sostegno concreto dell’Iran sciita. Un fronte che non si presta a sottovalutazioni. E motiva il silenzio orante per la pace.