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Israele alle urne in cerca d'identità

Se la vittoria del premier Netanyahu è scontata, la vera novità è l'ascesa dei partiti religiosi, che potrebbero conquistare quasi un terzo dei seggi e condizionare fortemente il prossimo governo. E' il riflesso di una grande crescita d'influenza degli ortodossi nella società israeliana.

Il premier israeliano Netanyahu

Siamo ormai alla vigilia delle elezioni politiche in Israele, in programma per martedì. Ovviamente - come in ogni consultazione - contano i voti veri; stando ai sondaggi, però, l’esito sembra abbastanza scontato. Il centrodestra guidato da Benjamin Netanyahu si confermerà alla guida del Paese; però va subito aggiunto che il premier uscirà da queste elezioni un po’ malconcio: aveva scelto il voto pensando di uscirne trionfatore.

Invece oggi deve fare i conti con un avversario interno, l’ex suo collaboratore Naftali Bennett, un quarantenne ex imprenditore informatico che ha lasciato il Likud per scalare Habayit HaYehudi, il partito dei nazionalisti religiosi, il più vicino al mondo dei coloni. Sta per portare questa forza politica a un successo inaspettato: dai 3 attuali potrebbe ritrovarsi con 15 seggi, tolti praticamente tutti a Netanyahu e al suo ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman. Per cui il tema principale di tutti i commenti del dopo elezioni sarà certamente l’ulteriore spostamento a destra di Israele e l'oltranzismo sulla questione degli insediamenti in Cisgiordania. Con buona pace di chi ancora crede alla favoletta dei due Stati dietro l'angolo.

La vera novità di questo voto, però, sarà piuttosto un’altra: l’aumento numericamente significativo della componente religiosa all’interno della Knesset, il parlamento ebraico. Tutto lascia infatti pensare che i partiti religiosi potranno contare per la prima volta su almeno 30 dei 120 seggi complessivi. A quelli di Habayit HaYehudi andranno infatti aggiunti i deputati degli altri due principali partiti religiosi: lo Shas - espressione dei sefarditi - e Agudat Yisrael - lo storico partito ashkenazita. Se poi al conto aggiungiamo anche i religiosi ortodossi candidati dai partiti laici per fare concorrenza a queste tre forze politiche, non è difficile prevedere che i deputati con la kippah rappresenteranno più o meno un terzo della prossima Knesset. Vale a dire una quota senza precedenti nella politica israeliana.

L'era del sionismo laburista in Israele è finita da un pezzo. Ma anche l'israeliano medio che si accontentava delle bandiere con la stella di Davide accanto ai sempre nuovi grattacieli di Tel Aviv non sembra più interpretare lo spirito del momento. Perché cresce d'importanza (oltre che numericamente) l'Israele che i precetti della Torah li pratica sul serio. E questa crescita porta con sé all'interno del Paese una spaccatura ben più profonda rispetto a quella tra destra e sinistra: la tensione vera all'interno dello Stato ebraico nel futuro prossimo sarà soprattutto quella tra laici e religiosi.

Intendiamoci: nel mondo ebraico, religioso vuol dire tante cose tra loro diverse; sarebbe bene, ad esempio, imparare ad andare oltre lo stereotipo di Meah Shearim, il quartiere degli ultra-ortodossi a Gerusalemme dove si vive ancora come nello shtetl dell'Europa Orientale di inizio Novecento (per qualcuno persino colbacchi compresi). Ebrei religiosi in Israele non vuole dire solo palandrane e cappelli neri: sono anche gli ebrei del sionismo religioso, i giovani professionisti vestiti alla moda ma con una kippah sulla testa, le donne che si coprono i capelli e vestono con «modestia», i ragazzi mandati a studiare nelle yeshiva, le scuole rabbiniche. Bennett vince perché porta allo scoperto questo mondo, che in molti anche in Israele fanno fatica a capire (figuriamoci sui giornali stranieri, che leggono il Medio Oriente sempre e solo con le categorie della politica).

Ma questo dover tornare a fare sempre più i conti anche a livello collettivo con i precetti religiosi innervosisce parecchio l'israeliano laico: la madre di tutte le battaglie oggi è quella sulla Tal Law, la legge che ammette l'esenzione dal servizio militare per i giovani (maschi) che si dedicano allo studio della Torah. Sì, perché solo una piccola minoranza degli ultra-ortodossi si arruolano nei battaglioni “ad hoc” creati per loro tra le fila di Tzahal, l'esercito israeliano. E per tutti gli altri questo è uno scandalo. L'anno scorso ci aveva pensato la Corte Suprema a decretare l'inammissibilità dell'esenzione, imponendo al governo di riformare la legge. Netanyahu ha però preferito andare prima alle elezioni pensando di poterlo fare da una posizione di maggiore forza. Con il nuovo parlamento che si va profilando dovrà invece accontentarsi di qualche piccola cosmesi, giusto per evitare grane con l'Alta Corte.

La Tal Law potrebbe essere solo l'aperitivo, perché i rapporti tra Stato e religione sono una nebulosa alquanto vaga in Israele, Paese che in omaggio all'unica Legge non ha neppure una Costituzione. Tutto si fonda su uno status quo stabilito a suo tempo da Ben Gurion con i leader religiosi, inizialmente parecchio perplessi di fronte a questo Messia socialista. Per non trovarseli a remare contro gli assegnò la giurisdizione esclusiva sulle materie legate alla religione, che però hanno risvolti fondamentali anche sulla comunità civile. Così tuttora in Israele non solo non esiste l'istituto del matrimonio civile, ma anche un ebreo riformato o conservative deve andare a sposarsi all'estero, perché il Rabbinato riconosce come validi solo i matrimoni ortodossi. E nel giorno dello Yom Kippur guai a farsi beccare a guidare un auto da un gruppo di religiosi.
Paradossi di un Paese  che fino adesso ha fatto finta di essere laico. E alla fine religioso - almeno in parte -  lo è ridiventato sul serio.