• VITA VS MORTE

Irlanda del Nord, manca poco all’aborto imposto da Londra

Il 21 ottobre scade il termine per formare un nuovo governo nell’Irlanda del Nord: se ciò non avverrà, l’esecutivo britannico, esulando dalle proprie competenze, imporrà nella sua provincia una legge ultrapermissiva sull’aborto e le “nozze gay”. Intanto la Chiesa e altre confessioni cristiane organizzano una preghiera e chiedono di proteggere i nascituri. E a Londra la parlamentare Stella Creasy ottiene la censura di manifesti critici della sua azione contro i bambini nel grembo.

Mancano 18 giorni alla scadenza fissata dal Parlamento britannico per il ripristino di un governo nell’Irlanda del Nord: se rimarrà lo stallo nella provincia, che gode in teoria di una sua autonomia legislativa in base all’Accordo del Venerdì Santo del 1998, dal giorno dopo (il 22 ottobre) entreranno formalmente in vigore delle norme sull’aborto estremamente permissive e vi sarà il via libera, sebbene con un diverso regime transitorio, per le “nozze gay”. Le misure, con qualche clausola, sono contenute nel Northern Ireland (Executive Formation etc) Act, questo il nome ufficiale del provvedimento votato a luglio dalla maggioranza dei parlamentari di Westminster, che, invece di limitarsi a ripristinare l’ordinaria amministrazione, hanno pensato di sfruttare la crisi politica della provincia per imporre due leggi che l’Irlanda del Nord aveva sempre bocciato.

Da oltre due anni e mezzo l’Irlanda del Nord si trova senza un esecutivo e un parlamento operativi, a causa della frattura tra i due principali partiti, il Sinn Féin e il Partito unionista democratico (Dup), che hanno rotto a gennaio 2017 l’ultima coalizione di maggioranza, non riuscendo più a trovare un accordo.

La spada di Damocle che pende sulle sorti dell’Irlanda del Nord ha spinto la Chiesa cattolica e i leader di anglicani, metodisti, presbiteriani e altre confessioni cristiane a organizzare un fine settimana di preghiera per il 12-13 ottobre, concentrando la loro attenzione sulla minaccia dell’aborto (non una parola, purtroppo, sulle “nozze gay”, anche questo un segno dei tempi).

Allo scopo è stata firmata una dichiarazione congiunta, in cui si esortano i partiti della nazione nordirlandese a formare rapidamente un esecutivo per evitare l’imposizione di Londra. «Non ci sono prove che questi cambiamenti riflettano la volontà delle persone interessate, poiché non sono state consultate. Vanno ben oltre i “casi difficili” di cui alcuni hanno parlato», si legge nel documento che reca le firme del cattolico Eamon Martin, arcivescovo di Armagh e primate di tutta l’Irlanda, di Richard Clarke (arcivescovo anglicano di Armagh), William Henry (presbiteriano), Sam McGuffin (presidente della chiesa metodista irlandese) e Brian Anderson (presidente dell’Irish Council of Churches).

I leader cristiani hanno chiesto a tutti i fedeli, le congregazioni e le parrocchie di unirsi alla preghiera del 12-13 ottobre, «pregando sia per la protezione dei bambini non nati nella nostra società sia per le donne che affrontano gravidanze difficili insieme alle loro famiglie». Monsignor Martin e gli altri firmatari chiedono quindi al segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, Julian Smith (governo Johnson), di riconvocare il Parlamento di Stormont prima del 21 ottobre «per offrire ai partiti un’opportunità di prendere le misure necessarie sia per impedire l’entrata in vigore di queste leggi sia per trovare una soluzione migliore per l’Irlanda del Nord». E domandano un incontro con lo stesso Smith per esprimere le preoccupazioni di un gran numero di cittadini, credenti e non credenti, e «per il bene di coloro che non hanno voce in questo dibattito».

Alla luce delle recenti dichiarazioni del ministro, sembra difficile che ascolti. Inoltre, l’atto approvato da Londra rende ancora più complicato il raggiungimento dell’intesa tra i partiti nordirlandesi, poiché il Sinn Féin, contrariamente al Dup, ha cercato negli anni scorsi di far passare le “nozze gay” e quindi può avere tutto l’interesse, come ha riconosciuto perfino la Bbc, ad attendere la scadenza del 21 ottobre senza cercare un accordo, così da rendere legali i “matrimoni” tra persone dello stesso sesso. Lo stesso Sinn Féin si è nel frattempo sempre più schierato a favore dell’aborto, aumentando la sua distanza dal Dup.

Il popolo pro vita dell’Irlanda del Nord si sta impegnando in una serie di iniziative, culminate nell’imponente marcia del 6 settembre, che ha visto circa 20.000 persone dirigersi verso la sede del Parlamento per dire no all’aborto, ad oggi già consentito in presenza di grave pericolo per la vita o la salute della madre.

Intanto, Stella Creasy, la parlamentare inglese prima firmataria dell’emendamento per imporre l’aborto nell’Irlanda del Nord e lei stessa incinta, si è resa protagonista della censura di una campagna pro vita nel quartiere londinese di Walthamstow, dove risiede. Qui erano stati piazzati dei grandi manifesti, raffiguranti a sinistra la Creasy e a destra l’immagine in scala di un feto di nove settimane, sovrastato dalla scritta: «La vostra MP (parlamentare, ndr) sta lavorando sodo per portare via i miei diritti umani».

Il manifesto riportava poi la dicitura StopStella.com, rimandando al relativo sito Internet gestito da un gruppo pro life, il Centre for bio-ethical reform, in cui si invita a scrivere e-mail alla Creasy per chiederle di stoppare il suo attivismo contro i nascituri. Sullo stesso sito si riportano i “frutti” della sua azione politica. In particolare, se il governo nordirlandese non verrà formato in tempo, i bambini nel grembo non avranno più alcuna protezione legale fino a 28 settimane, periodo entro il quale l’aborto sarà possibile per qualsiasi ragione e senza nemmeno la necessità dell’intervento di un medico.

La Creasy ha reagito con una serie di tweet in cui ha chiamato in causa la polizia sostenendo che quei manifesti fossero delle «molestie» alle donne del suo quartiere e si è scagliata contro la concessionaria pubblicitaria che aveva concesso quegli spazi. La concessionaria, la Clear Channel Direct, si è immediatamente messa sull’attenti, comunicando sempre via Twitter di aver rimosso la campagna pubblicitaria e avviato la revisione dei «nostri processi interni». Nel frattempo, diversi manifesti erano stati vandalizzati da attivisti pro aborto.

Riepilogando: non solo l’uccisione legale dei bambini viene imposta a una popolazione da un parlamento che non ha nemmeno la competenza per votare una legge del genere; ma chi osa mettere a nudo le azioni dei responsabili viene tacciato dagli stessi di «molestie». È la nuova libertà.