• BAGHDAD

Iraq, la ribellione contro la corruzione (e contro l'Iran)

Gli iracheni si ribellano, soprattutto a Baghdad e nel Sud sciita. Affrontano la violenza delle milizie: già 260 i morti. La protesta è contro la corruzione del governo, ma di fatto è rivolta contro l'Iran e la sua pesante ingerenza. La Chiesa è al fianco dei manifestanti. Mons. Sako chiede al governo di "ascoltare il grido legittimo" della protesta.

Manifestanti a Baghdad

Di tutte le proteste in giro per il mondo, si parla meno di quella che ha come epicentro una piazza Tahrir. E’ ancora celebre questo nome per la piazza Tahrir del Cairo, origine della rivolta contro Moubarak all’inizio del 2011, la più celebre delle “primavere arabe”. Questa piazza Tahrir, stavolta, origine della nuova protesta, è nel cuore della Zona Verde di Baghdad. L’Iraq è in fiamme. Si tratta di una protesta massiccia, la più violenta fra quelle di questo turbolento tardo 2019, che conta già 260 morti e feriti nell’ordine delle migliaia.

Gli iracheni, a Baghdad e in gran parte delle città del Sud, a maggioranza sciita, protestano soprattutto contro la corruzione, come in tutte le rivolte della piazza araba. Le contestazioni, iniziate il 1 ottobre scorso, sono subito state stroncate dal governo di Adel Abdul Mahdi con estrema violenza. L’agenzia Reuters ha documentato, a una settimana dall’inizio delle manifestazioni, anche l’uso di cecchini, appostati sui palazzi più alti, da parte delle milizie sciite filo-governative. All’inizio del mese le vittime erano subito salite a 150 morti e migliaia di feriti. Una commissione di inchiesta ha accertato un “uso eccessivo della violenza” da parte delle forze dell’ordine. Dopo una breve tregua, le proteste sono scoppiate di nuovo il 24 ottobre. Il giorno successivo si contavano già le prime 8 vittime a Baghdad, uccisi dalla polizia e 3 a Nassyria, per mano di milizie filo-governative. Col dilagare delle manifestazioni, sono aumentate esponenzialmente anche i morti. Fino ad arrivare alla cifra, ancora solo provvisoria, dei 260 morti in tutto dall’inizio di ottobre all’inizio di novembre.

La protesta, in questi ultimi giorni, mira a paralizzare il Paese, fino alla caduta del governo. Paralizzarlo con scioperi generali, prima di tutto, a cui hanno aderito le città di Bassora e la provincia di Babilonia, dove impiegati pubblici e scuole hanno chiuso i battenti. Ma si mira anche ad una paralisi del traffico, bloccando le strade con auto usate a mo’ di barricate. A Karbala e Najaf, città cuore dell’islam sciita iracheno, ai manifestanti si sono uniti anche gli studenti delle scuole religiose. L’ayatollah al Sistani, principale guida religiosa sciita nel paese, non ha preso posizione, ma ha invitato alla calma sia i manifestanti, sia le forze dell’ordine.

Nella protesta contro la corruzione del governo, tutte le confessioni cristiane, pur invitando le parti a non ricorrere alla violenza, solidarizzano con i manifestanti. “Siamo venuti per esprimere la nostra ammirazione per questi giovani che hanno spezzato le barriere settarie e riguadagnato l’identità della nazione irachena. Al governo chiediamo di ascoltare il loro grido legittimo” – ha dichiarato monsignor Raphael Sako, patriarca caldeo, ai manifestanti di Piazza Tahrir a Baghdad, presso cui si è recato in visita portando medicine. Nei giorni di maggior tensione, mons. Sako si era recato in ospedale in segno di solidarietà con i feriti, in maggioranza musulmani sciiti. Ieri, presso la cattedrale di san Giuseppe a Baghdad si è tenuta una preghiera ecumenica per la pace.

La protesta è di natura inter-confessionale, non settaria. Ma la maggior parte dei manifestanti è sciita. Sono sciiti che si ribellano contro un governo dominato da sciiti. Come si spiega? In pratica, si scrive “corruzione del potere”, ma si legge Iran. E’ stato l’Iran, infatti, il maggior beneficiario della guerra contro lo Stato Islamico, conclusa nel 2017 e in questi due anni sta già abusando del potere acquisito. I cittadini iracheni non godono del fatto di abitare nel secondo Paese produttore di petrolio nell’Opec, perché i partiti politici filo-iraniani e le milizie controllate da Teheran hanno costruito i loro imperi economici, prendendo il controllo di tutti gli appalti della ricostruzione del Paese e dandosi a traffici illeciti. Sunniti e curdi scendono poco in strada, i primi temono di essere accusati di “collaborazione con lo Stato Islamico”, i secondi di essere secessionisti. Sono dunque gli ordinari cittadini iracheni della maggioranza musulmana sciita a protestare contro una corruzione che è frutto di una pesante ingerenza straniera (di Teheran). Le bandiere iraniane vengono bruciate in piazza Tahrir. E a Karbala, ieri, è stato preso di mira dai manifestanti il consolato dell’Iran. “Tutti i partiti e le fazioni sono corrotti – spiega ad Associated Press un giovane manifestante di Nassyria – e tutto ciò dipende dall’Iran, perché li usa per esportare il suo sistema di governo teocratico anche in Iraq”.

E l’Iran rischia di innescare una spirale di ancora maggior violenza, intervenendo militarmente al fianco del governo. Secondo quanto riportano fonti dell’Associated Press, dopo il secondo scoppio della protesta, a fine ottobre, il generale Soleimani, al comando delle forze Qods (che dipendono dalla Guardia Rivoluzionaria, i pasdaran del regime khomeinista) è volato a Baghdad, non solo per presenziare, ma addirittura per presiedere la seduta di un consiglio di sicurezza, al posto del premier. Secondo fonti presenti all’incontro, avrebbe dichiarato che “In Iran sappiamo come gestire questi tipi di proteste, sono già scoppiate da noi e le abbiamo messe sotto controllo”. Secondo quanto denunciano residenti e manifestanti, a sparare contro le proteste sono soprattutto miliziani paramilitari, vestiti di nero e con il volto mascherato e potrebbero essere uomini delle forze Qods.

“Per le comunità sciite in Iraq, così come per quelle in Libano, Teheran e i suoi alleati locali non sono riusciti a trasformare una vittoria militare e un successo politico in una visione socio-economica convincente – spiega Hanin Ghaddar, analista di Foreign Policy – Molto semplicemente, la narrativa dell’Iran, incentrata sulla resistenza, non porta il pane in tavola”.