• LA PROPOSTA

Intercettazioni, una legge contro la barbarie

la Commissione Giustizia della Camera, nell’ambito della discussione sul disegno di legge in materia di processo penale, ha approvato un emendamento riguardante le intercettazioni, firmato dal deputato Alessandro Pagano, iscritto al gruppo Area Popolare, che rende punibile le registrazioni fraudolente di conversazioni avvenute tra privati

Il deputato Ncd Alessandro Pagano

L’estate, oltre che essere infuocata sul piano climatico, rischia di diventarlo anche per la polemica sulle intercettazioni. Diritto di cronaca da una parte, tutela della privacy dall’altra sembrano inconciliabili e il legislatore appare impossibilitato a individuare soluzioni virtuose per stabilire un equilibrio tra il rispetto dell’autonomia dei giornalisti e la protezione dell’intangibile sfera di riservatezza di ciascuno di noi. A impedire che questo punto virtuoso di bilanciamento tra due diritti ugualmente meritevoli di tutela venga raggiunto una volta per tutte sono il giustizialismo di chi vorrebbe pubblicare tutto di tutti, sottoponendo alla gogna mediatica i protagonisti di fatti di interesse pubblico, anche se privi di rilievo penale, e la furbizia di quanti, per nascondere le proprie malefatte e per conquistarsi un’immeritata impunità, sognano di riuscire a imbavagliare l’informazione.

Venerdì la Commissione Giustizia della Camera, nell’ambito della discussione sul disegno di legge in materia di processo penale, ha approvato un emendamento riguardante le intercettazioni, firmato dal deputato Alessandro Pagano, iscritto al gruppo Area Popolare, che rende punibile le registrazioni fraudolente di conversazioni avvenute tra privati. Recita il testo: «Chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all'immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni. La punibilità», si legge ancora nell'emendamento, «è esclusa quando le riprese costituiscono prova nell'ambito di un procedimento dinnanzi all'autorità giudiziaria o siano utilizzate nell'ambito di esercizio del diritto di difesa».

Anche il Pd, insieme ai centristi, ha votato compattamente a favore di quest’emendamento, scatenando le ire del Movimento Cinque Stelle, che ha gridato alla censura. In realtà, nell’era di internet, con una diffusione dilagante di file audio e video, anche amatoriali, attraverso una molteplicità di piattaforme (si pensi soltanto alla condivisione sui social network), porre un freno ad abusi che rischiano di azzerare ogni garanzia di riservatezza per i cittadini appare quanto mai opportuno. Semmai andrebbe circoscritta l’applicazione di tale divieto quando il trattamento di quei dati e quindi la trasmissione di quelle notizie, anche attraverso file audio e video, avvenga nell’esercizio dell’attività giornalistica.

Ma oggi quali intercettazioni, a norma di legge, sono pubblicabili? Quelle riportate negli atti giudiziari, per esempio nell’ordinanza di custodia cautelare, o quelle che finiscono comunque nel fascicolo processuale, ma senza essere portate a conoscenza degli avvocati di parte, non dovrebbero comunque essere pubblicate, ma finiscono per esserlo e nessuno dice nulla perché ormai sono nelle mani di troppe persone e quindi diventa arduo frenarne la diffusione attraverso i media. Se invece le telefonate esistono, sono state ascoltate dagli inquirenti, che le hanno autorizzate ed eseguite, ma non sono state trascritte, non devono in alcun modo finire sui giornali. A maggior ragione non dovrebbero essere pubblicate intercettazioni inesistenti, come nel caso Crocetta (ben 4 procure hanno smentito l’attendibilità di quella riguardante una presunta conversazione tra il governatore della Sicilia e il suo medico Tutino). Ma di fronte a questi abusi, finora, chi ha pagato?

Mai nessuno. Né il giornalista, che si è spesso trincerato dietro l’esimente del diritto di cronaca, né tanto meno il magistrato (o l’avvocato di parte) che quelle intercettazioni ha passato al cronista. Negli stadi, se accadono incidenti o si verificano comportamenti contrari alla legge, oltre ai colpevoli, se catturati, si applica il principio della responsabilità oggettiva e si puniscono anche le società sportive. Forse è il caso che anche di fronte ad abusi nella divulgazione di intercettazioni che fanno a pezzi i diritti individuali e ledono a volte in maniera irreparabile la privacy, l’onore, la dignità, la libertà delle persone coinvolte, si preveda per legge la possibilità di applicare quel principio ai responsabili. 

Il governo e il Parlamento stanno cercando una soluzione, che sarebbe davvero a portata di mano se si desse meno fiato alle trombe degli estremismi. L’emendamento Pagano soddisfa un’esigenza vera, ma dovrebbe precisare che i divieti si applicano solo in determinati casi al giornalismo d’inchiesta, in sintonia con il Codice deontologico dei giornalisti del 1998, che individua i confini di liceità dell’utilizzo dei cosiddetti mezzi fraudolenti (telecamere nascoste, registratori nascosti). Il testo dell’emendamento va a colpire direttamente la pubblicazione di materiale raccolto all’insaputa dell’interlocutore e dunque potrebbe interessare molte delle inchieste giornalistiche che non diventano necessariamente prova in un processo penale. Questo potrebbe effettivamente produrre un vulnus al libero esercizio del diritto di cronaca. Secondo il codice deontologico dei giornalisti, è possibile l’utilizzo di quei mezzi fraudolenti, allorquando il giornalista non possa documentare in altri modi, cioè con trasparenza, dichiarando le finalità di quel servizio, le situazioni che scopre e intende portare all’attenzione dell’opinione pubblica. 

Se un cronista documenta un disservizio, un abuso, un maltrattamento, una violenza, anche se tali condotte non integrassero di per sé reati punibili a norma di legge, sarebbe autorizzato a divulgare quelle notizie e quei filmati, perché da essi emergono comunque particolari di interesse pubblico e che vanno a impattare sulla vita di ciascuno di noi. Diverso è il caso del vero e proprio spionaggio dal buco della serratura, utilizzato a fini di dossieraggio politico o quello del gossip voyeuristico fine a se stesso. Li’ non dovrebbe esserci indulgenza né da parte della giustizia né da parte dei Consigli di disciplina dell’Ordine dei giornalisti, deputati ad applicare le sanzioni disciplinari.

Lunedì in aula alla Camera è prevista dunque bagarre e non è detto che prima della pausa estiva si arrivi a un punto d’intesa. Nel testo che esce dalla commissione,infatti, la formulazione è vaga e si delega al governo l’intervento in materia. Nel disegno di legge si prevede «una revisione della disciplina delle intercettazioni telefoniche o telematiche» che possa assicurare una maggiore tutela dei diritti alla riservatezza dei «terzi estranei» e dei «soggetti soltanto casualmente intercettati» e delle conversazioni «del tutto estranee all’oggetto dell’accertamento e quindi del tutto irrilevanti». Se il governo intervenisse in maniera energica e con norme restrittive su questo punto, i dietrologi si scatenerebbero parlando di vendetta del premier dopo l’uscita della sua intercettazione sull’”incapace” Letta (conversazione col generale della Guardia di Finanza Adinolfi).

C’è sempre una contingenza, quindi, che allontana inesorabilmente un civile e pacato confronto su un principio sacrosanto del vivere civile come quello della tutela della nostra privacy, che non deve limitare la libertà di manifestazione del pensiero ma neppure immolarsi e soccombere in ogni occasione.