• IL LIBRO

Indagine su Sherlock Holmes (e sul suo autore)

Quali sono i tratti principali della figura di Sherlock Holmes e di quella del suo collaboratore John Watson? E quale la vita e la personalità del loro ideatore, Sir Arthur Conan Doyle? Nel libro “Indagine su Sherlock Holmes” (Ares, 2020), Paolo Gulisano offre una risposta a queste domande.

La vita stessa è un enigma di cui occorre investigare gli indizi per comprenderne un po’ di più il mistero. Lo sanno bene Sherlock Holmes e anzitutto il suo ideatore, il medico e romanziere scozzese Sir Arthur Conan Doyle, che, spinto dalla «necessità di attingere al bello, al buono, a tutto ciò che colpisce, interessa e incuriosisce, attraverso la lettura, e di condividere passioni, interessi e scoperte con i propri lettori attraverso la scrittura», inizia a immaginare i tratti del suo detective. Animato da tale desiderio, «cominciò ad affiancare all’attività di medico quella di narratore, e alla fine questa diventò assolutamente preponderante. Le sue storie di indagini, di inchieste, di misteri da svelare, finirono per diventare una piccola epopea. In fondo Sherlock Holmes e John Watson sono una specie di Don Chisciotte e Sancio Panza, con la differenza che Holmes non combatte contro i mulini a vento, ma contro criminali ben concreti, e il suo metodo non è la follia, ma il ragionamento deduttivo».

In Indagine su Sherlock Holmes (Ares, 2020, pp. 232), l’abile investigatore, il suo inseparabile collaboratore Watson e il loro autore sono messi sotto la lente di ingrandimento di un altro medico e scrittore, Paolo Gulisano, firma nota ai lettori della Nuova Bussola. Egli raccoglie una miniera di indizi non solo sul più famoso detective della storia che da 130 anni continua a essere rivisitato al cinema come nella letteratura, ma anche sulla vita del suo autore, appunto Sir Artur Conan Doyle, il quale avrebbe voluto ottenere la fama e la gloria per mezzo di romanzi storici e invece si ritrovò a reinventare e rendere il romanzo giallo di stampo poliziesco un’opera d’arte. «Holmes era lo specchio in cui Doyle si rifletteva, in cui guardava».

Scozzese, classe 1859, figlio di genitori di origini irlandesi, Arthur comincia a respirare nelle aule di medicina lo spirito scientista positivista per cui abbandona presto la fede cattolica, forse anche per rimarcare la propria identità rispetto a quella del padre alcolista che certamente non apprezzava. Si forma alla scuola del medico Joseph Bell, il quale sostiene che «un uso addestrato dell’osservazione può portare a una utilissima anamnesi del paziente» e che fu uno degli incaricati alle indagini medico-legali dei delitti di Jack lo squartatore.

Holmes, invece, è «un individualista, ma al servizio della giustizia. Un anarchico, un freddo calcolatore, apparentemente cinico, ma capace di provare misericordia per la povera gente dei quartieri più poveri di Londra». Si descrive così: «Io detesto il grigio tran tran dell’esistenza quotidiana: ho bisogno di sentirmi in uno stato di esaltazione mentale costante. Ecco perché mi sono scelto questa particolarissima professione, o meglio me la sono creata, dal momento che sono unico al mondo. Sono il solo poliziotto privato “consulente”». Il suo metodo d’indagine consiste nel «vedere ciò che gli altri si lasciano sfuggire», cercando di scovare in ogni dettaglio un indizio utile per una conoscenza oggettiva, evitando di «formulare teorie premature su dati insufficienti».

Per quanto riguarda il suo collaboratore, «Holmes non riconobbe mai di avere in Watson qualcuno intellettualmente suo pari, ma Watson non dimostrò di soffrirne eccessivamente: accanto a Holmes sembrò aver trovato il proprio posto nel mondo, la luce riflessa di cui brillare, un rimedio alla propria fragilità». In questo modo, «Watson finì per diventare l’eroe del quotidiano, l’eroe possibile, avvicinabile, concreto, plausibile».

Rispetto alla fede - sottolinea Gulisano - «a suo tempo aveva fatto pronunciare al suo amato e odiato personaggio: “Non c’è nulla in cui la deduzione sia così necessaria come nella religione”, proseguì appoggiandosi con la schiena alle persiane. “Può essere costruita dal ragionatore come una scienza esatta. A me sembra che la nostra maggiore certezza della bontà divina poggi proprio sui fiori”. Così diceva nel racconto Il patto navale. Una consapevolezza dei propri limiti, della propria finitezza, che Holmes esprime con parole ancora più commoventi: “Che Dio ci aiuti!”, mormorò Holmes dopo un lungo silenzio. “Perché il destino si diverte a scherzare con noi umili vermi? Di fronte a un caso come questo, non posso non pensare alle parole di Baxter: ‘E così finirebbe Sherlock Holmes, se non fosse per la misericordia divina’”».

Trasposto in molteplici versioni cinematografiche e ridisegnato persino in veste di cartone animato, il personaggio uscito dalla penna di Conan Doyle è ormai un cult, in quanto «Holmes è qui a ricordarci che l’uomo è fatto per investigare il mistero, è fatto per scoprire la verità. Ha come vocazione quella di rendersi conto della necessità di affrontare il mistero. A volte può conoscere solo dei frammenti, dei tratti di un sentiero che alla fine si interrompe. La missione di Sherlock Holmes è stata quella di svelare ciò che è nascosto ed è una missione che egli lascia ancora oggi come compito a ogni lettore».