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In piazza per chiedere il diritto all'educazione

Di nuovo in piazza per chiedere il rispetto di un diritto basilare, ma sempre più calpestato: la scelta dell’educazione da impartire ai propri figli. Dopo i veri e propri abusi che si sono registrati negli ultimi mesi, con l’imposizione già nelle scuole elementari e negli asili di corsi che veicolano l’ideologia gender, molti genitori si ritroveranno a Roma sabato 17 giugno, per un presidio vicino al ministero dell’Istruzione.

Di nuovo in piazza per chiedere il rispetto di un diritto basilare, ma sempre più calpestato: la scelta dell’educazione da impartire ai propri figli. Dopo i veri e propri abusi che si sono registrati negli ultimi mesi, con l’imposizione già nelle scuole elementari e negli asili di corsi che veicolano l’ideologia gender, molti genitori si ritroveranno a Roma, alle 10.30 di sabato 17 giugno, per un presidio vicino al ministero dell’Istruzione (in largo Bernardino da Feltre).
 
La manifestazione è organizzata da alcune delle associazioni promotrici degli ultimi due Family Day, come Generazione famigliaNon si tocca la famigliaComitato articolo 26, Pro Vita e Citizen go, che in un comunicato esprimono la loro preoccupazione per il mancato rispetto dei diritti dei genitori, a causa della diffusione nelle scuole di controversi progetti educativi, svolti perfino contro la volontà delle famiglie. In aperta violazione, cioè, della priorità educativa riconosciuta ai genitori dall’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dall’articolo 30 della Costituzione.
 
Questo quotidiano ha già raccontato l'allarmante caso avvenuto a Milano, dove la preside di una scuola elementare ha respinto la legittima richiesta di due famiglie di esonerare le proprie bambine dalla frequenza di un corso su temi sensibili, presentato incredibilmente come “obbligatorio” e basato su un approccio educativo del tutto opposto al tipo di educazione che quei genitori intendono trasmettere ai loro figli. Quel corso è tenuto da un’associazione vicina alla galassia Lgbt, così come della stessa matrice culturale è un altro contestatissimo progetto rivolto alle scuole dell’infanzia di Milano e voluto da un’associazione arcobaleno che promuove l’indifferentismo sessuale ed è sostenitrice di una pratica aberrante come l’utero in affitto.
 
A preoccupare molti genitori c’è poi la rete “Educare alle differenze”, che ha la pretesa di educare nelle scuole e comprende oltre 250 associazioni sparse su tutto il territorio nazionale, tra cui una intitolata a un fautore della pedofilia, un’altra nei cui circoli si praticano orge e prostituzione e altre ancora che promuovono spettacoli blasfemi e pericolosi ‘giochi’ erotici. E ancora il festival di letteratura per l’infanzia “Uscire dal guscio”, anche questo promosso da sigle Lgbt, dai cui siti è possibile arrivare facilmente con qualche clic a filmati pornografici.
 
Quelli appena ricordati sono solo alcuni dei casi più recenti, ma gli esempi di questo tipo ormai non si contano più, con il gender che viene veicolato spesso all’insaputa dei genitori, attraverso corsi dai titoli in apparenza rassicuranti come “contrasto al bullismo”, “lotta alle discriminazioni”, “decostruzione degli stereotipi”, “pari opportunità”, “inclusione”, “diritti della cittadinanza” e via dicendo. Tutte tematiche che meriterebbero di essere affrontate secondo un approccio responsabile, coinvolgendo le famiglie, e che invece vengono usate come cavallo di Troia per propagandare un’ideologia che rifiuta i significati della natura maschile e femminile, compresa la loro differenza arricchente e generatrice di vita.
 
Ecco perché le associazioni familiari hanno deciso di lanciare questa nuova iniziativa, aperta alla partecipazione di genitori, nonni, insegnanti, educatori, ragazzi e chiunque abbia a cuore la libertà educativa e la stessa libertà d’espressione. Nello specifico, i promotori della manifestazione davanti al Miur chiedono al ministro Valeria Fedeli e in generale alla classe politica che venga formalizzata a livello normativo la richiesta del consenso informato ai genitori da parte delle scuole, con la relativa possibilità di esonero per i figli e la previsione di attività alternative rispetto a quei progetti scolastici sui quali le famiglie esprimono il loro dissenso. Le associazioni familiari, inoltre, rivendicano il diritto di essere coinvolte e ascoltate “nel merito della formulazione di riforme organizzative e didattiche che impattano su genitori e alunni”.
 
E chiedono di poter collaborare con le scuole, “in attuazione del principio di imparzialità che deve caratterizzare l’amministrazione pubblica e l’autonomia delle scuole”, alla luce del fatto che diversi istituti sono sempre più influenzati dall’agenda delle associazioni Lgbt e che si propongono norme con espressioni pensate appositamente per facilitarne l’ingresso nelle scuole (vedi per esempio alcuni passaggi della legge sul cyberbullismo e il testo unificato sull’educazione di genere).
Sempre nel solco di una rinnovata alleanza educativa scuola-famiglia si inserisce l’iniziativa “Adotta un docente”, lanciata da Non si tocca la famiglia assieme al Comitato difendiamo i nostri figli, e che si rivolge a quei docenti desiderosi di salvaguardare la loro libertà d’insegnamento, innanzitutto rispetto alla possibile imposizione della cosiddetta “educazione di genere”, dove con il termine genere (l’equivalente inglese di gender) si intende ideologicamente un costrutto culturale, fondato sulla negazione dell’importanza del sesso biologico.
 
C’è bisogno di genitori e docenti uniti, quindi, perché è chiaro che di fronte alla rivoluzione antropologica in atto - ossia l’ennesimo attacco alla cellula fondamentale della società (la famiglia, reduce da mezzo secolo di leggi e movimenti culturali volti a indebolirla) e l’ennesima violenza sui più piccoli e fragili - serve l’impegno di tutti.