• EDITORIALE

In carcere, ma sempre uomini

Italia condannata a Strasburgo per il sovraffollamento inumano dei penitenziari: l'esito di una giustizia malata, con il 42% di detenuti in attesa di giudizio. Non bisogna dimenticare che il carcere deve rieducare una persona per reintegrarla nella società.

Carcere sovraffollato

L’Italia è stata condannata ancora una volta per lo stato pietoso delle carceri. Questa volta la Corte Europea dei diritti umani ha accolto il ricorso di sette detenuti nei carceri di Busto Arsizio e Piacenza, costretti a vivere in celle con meno di 3 metri quadri a disposizione. E non ci voleva certo la Corte di Strasburgo per rendersi conto che si tratta di condizioni inumane. E’ la seconda volta che l’Italia viene condannata, la prima era stata nel 2009 per un ricorso simile riguardante il carcere romano di Rebibbia. Questa volta all’Italia tocca pagare un totale di 100mila euro per danni morali. Ma ci sono altri 500 e più ricorsi in attesa di essere giudicati a Strasburgo.

Ma aldilà di ciò che si dice in Europa resta il fatto che la situazione delle carceri è una vera e propria vergogna nazionale, che offende l’uomo, tutti gli uomini. Vergogna a cui si aggiunge anche il cinismo di politici che sfruttano un problema vero per meschini calcoli elettorali. Come sta facendo il Grande Digiunatore, che con la scusa del problema delle carceri sta cercando sostegni importanti per presentare una lista alle elezioni che sia in grado di far entrare una pattuglia radicale in Parlamento. Ancora peggio, a questo scopo usa pure il Papa per accreditarsi come difensore dei valori cattolici e trovare stampelle anche su questo versante. Ma non c’è niente di più lontano dal vero interesse per la persona umana e per la sua dignità, che la Chiesa - e in particolare Benedetto XVI, dopo Giovanni Paolo II – testimonia in ogni situazione.

Ma torniamo alla questione centrale: i carcerati; perché di questo parliamo quando ci riferiamo al problema carceri, alle persone guardiamo e non agli edifici. Non è accettabile ciò cui stiamo assistendo e si tratta di una situazione cui si deve dare una risposta urgente. Alcuni parlano di amnistia come la soluzione. Non escludiamo che possa essere usata un’altra volta per fare fronte all’emergenza, ma pensare che questa sia la soluzione è decisamente illusorio.

Quello dei detenuti non è un problema a se stante, è l’aspetto più inquietante di una situazione disastrosa nella giustizia. Basti pensare che dei circa 70mila detenuti nelle carceri italiane, nel 42% di casi si tratta di detenuti in attesa di giudizio. Cioè, presunti innocenti in carcere in attesa di un processo e di un verdetto. E siccome in Italia un processo penale dura in media più di 5 anni, si capisce bene quanto questo possa influire sul sovraffollamento delle carceri. Inoltre, abbiamo visto anche recentemente come l’istituto della custodia cautelare venga usato con una certa disinvoltura a scopi mediatici da giudici che forse hanno in mente altro che la giustizia. Probabilmente un intervento sull’uso della custodia cautelare avrebbe molta più efficacia dell’amnistia nello svuotare le carceri, e sicuramente più duratura.

Ma c’è un secondo aspetto che va sottolineato, perché il problema dei detenuti non è soltanto lo spazio in cui sono costretti a vivere. Ma è, più in generale, lo scopo della pena che sono chiamati ad espiare. Lo ha ricordato in modo molto chiaro papa Benedetto XVI lo scorso novembre, parlando ai direttori dei penitenziari europei, riuniti a Roma dal Consiglio d’Europa: «Occorre impegnarsi – ha detto - in concreto e non solo come affermazione di principio, per una effettiva rieducazione della persona, richiesta sia in funzione della dignità sua propria, sia in vista del suo reinserimento sociale». Il tempo del carcere non può essere soltanto tempo di umiliazione e pena, la dignità della persona deve restare il centro dell’azione detentiva, è «tempo di riabilitazione e di maturazione».

E questo è anche nell’interesse della società. Dice ancora il Papa: «L’esigenza personale del detenuto di vivere nel carcere un tempo di riabilitazione e di maturazione è, infatti, esigenza della stessa società, sia per recuperare una persona che possa validamente contribuire al bene di tutti, sia per depotenziarne la tendenza a delinquere e la pericolosità sociale».

È su questo che bisogna insistere molto se si vuole affrontare veramente la questione carcerati; alcune esperienze interessanti, di lavoro e di formazione, sono già in atto, ma si basano sull’impegno delle organizzazioni di volontariato e sulla buona volontà delle autorità dei penitenziari, spesso senza risorsa alcuna. Sono iniziative invece che devono essere sostenute e incentivate, nell’ottica della sussidiarietà, per la realizzazione degli scopi di ogni istituto penitenziario.

Quella domanda di senso che è comune a tutti gli uomini, non viene sospesa dal fatto di essere chiamati a pagare per una colpa, anzi la situazione del carcere la rende più acuta. E la risposta più vera non sta nell’amnistia ma in una compagnia di uomini aperti alla verità.

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