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Immigrati in Ruanda, il solidarismo miope di chi si oppone al trasferimento

Il 14 giugno un primo gruppo di sette richiedenti asilo alla Gran Bretagna sarebbe dovuto partire per il Ruanda dove, secondo gli accordi intercorsi tra i governi dei due paesi, la loro richiesta sarà esaminata. Il volo è stato sospeso per un intervento della CEDU. 

Hope Hostel

Il 14 giugno un primo gruppo di sette richiedenti asilo alla Gran Bretagna sarebbe dovuto partire per il Ruanda dove, secondo gli accordi intercorsi tra i governi dei due paesi, la loro richiesta sarà esaminata. Ma il volo è stato sospeso all’ultimo momento perché la Corte europea per i diritti umani è intervenuta in favore di uno degli uomini a bordo, un iracheno secondo il quale nel paese africano avrebbe corso “il rischio reale di subire danni irreversibili”. Sul suo esempio, anche gli altri richiedenti asilo hanno presentato ricorso e così tutti gli ordini di trasferimento sono stati sospesi.  

La loro partenza è solo rimandata, affermano le autorità britanniche che non intendono rinunciare al programma di riallocazione di almeno una parte delle persone che chiedono asilo in Gran Bretagna. Il ministro dell’interno Priti Patel si è detta contrariata, ma ha assicurato: “abbiamo già iniziato i preparativi per il prossimo volo”.  

Ogni anno migliaia di persone raggiungono illegalmente la Gran Bretagna attraversando il canale della Manica, dichiarano, come fanno quelle che sbarcano in Italia attraversando il Mediterraneo, di aver lasciato i rispettivi paesi perché minacciate nella vita o nella libertà e chiedono che sia conferito loro lo status giuridico di rifugiato appellandosi alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e al diritto internazionale. Alcuni richiedenti asilo dicono la verità, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un espediente per evitare di essere rimpatriati, per rimanere nel paese almeno finché le autorità decidono se l’asilo può essere concesso, cosa che richiede sempre molto tempo per la complessità degli accertamenti da eseguire e il numero elevato delle pratica da esaminare.

Il programma di riallocazione dei richiedenti asilo in Ruanda fa parte delle misure che Londra sta adottando per fermare l’immigrazione illegale. “Coloro che vengono nel nostro paese illegalmente non avranno diritto di restare – ha dichiarato il ministro dell’interno Patel presentando il programma mesi or sono – useremo ogni mezzo e ogni strumento legale a nostra disposizione per fare in modo di poterli allontanare. Sarà un chiaro segnale che non si ha diritto a rimanere nel Regno Unito. Infliggeremo un duro colpo ai contrabbandieri di uomini e la gente smetterà di morire lungo le pericolose rotte verso il Regno Unito”.

In base all’accordo con il governo del Ruanda, firmato il 14 aprile, i richiedenti asilo saranno ospitati all’Hope Hostel, l’Ostello della speranza dove in passato furono alloggiati alcuni sopravvissuti al genocidio dei Tutsi, liberi di andare e venire. Quelli che otterranno asilo riceveranno per cinque anni dal governo britannico aiuti economici e altre forme di sostegno affinché possano integrarsi nella vita economica e sociale del Ruanda se lo desiderano. Quelli le cui richieste saranno respinte potranno presentare domanda di rimanere in Ruanda ad altro titolo oppure saranno trasferiti nei rispettivi paesi di origine, nei quali evidentemente non corrono alcun pericolo, o in altri stati in cui hanno diritto di risiedere.

Quello britannico è un buon programma ed è stato concepito nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale in materia di asilo. Anche la Danimarca ha in progetto di trasferire i propri richiedenti asilo in stati terzi extra Unione Europea e ha avviato colloqui tra l’altro anche con il Ruanda. Di riallocazione dei richiedenti asilo si discute da anni in Unione Europea per tentare di ripartire tra gli stati dell’unione il peso degli immigrati illegali alleviando quello sugli stati di frontiera come l’Italia, e non si invoca la Convenzione di Ginevra per opporsi.

Invece il progetto britannico sta provocando reazioni aspre e durissime. Tra il clero, l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, per primo ha rivendicato “il peso della nostra responsabilità nazionale in quanto paese formato su valori cristiani” e ha detto che il progetto è “contrario alla natura di Dio”. Il 14 giugno ha preso la parola l’arcivescovo del Galles, Andrew John, che ha definito il progetto “immorale”. Nello stesso giorno i vescovi della Camera dei Lord hanno scritto una lettera al Times in cui sostengono che “il progetto di deportazione getta vergogna sul paese. La nostra eredità cristiana ci dovrebbe indurre a trattare i richiedenti asilo con compassione, con correttezza e giustizia come abbiamo fatto per secoli”.

Filippo Grandi, l’Alto commissario Onu per i rifugiati, si era già opposto a quelli che aveva definito “sforzi che mirano ad esternalizzare o a fare gestire ad altri paesi gli obblighi relativi all’asilo e alla protezione internazionale” eludendo le responsabilità e violando la Convenzione di Ginevra. Lo ha ribadito in questi giorni aggiungendo che l’iniziativa britannica può costituire un precedente catastrofico perché altri governi potrebbero seguirne l’esempio.

Tutte le critiche eludono il fatto eppure così evidente che la maggior parte degli immigrati illegali non ottengono asilo, e neanche altre forme di protezione internazionale, perché non ne hanno bisogno. Sono in realtà emigranti economici che hanno aggirato leggi e regole e che ritengono inaccettabile essere trasferiti in Ruanda non perché lì correranno dei pericoli, ma perché è per vivere in Gran Bretagna che hanno intrapreso un viaggio clandestino affidandosi a qualche organizzazione criminale. 

“Molti sono davvero dei disperati che fuggono da orrori indescrivibili” scrivono i vescovi inglesi. Ma allora quel che chiedono è di essere al sicuro, non importa dove, e piuttosto ci si dovrebbe indignare che ci siano dei profughi costretti a intraprendere viaggi lunghi, pericolosi e costosi per raggiungere l’Europa, mentre, secondo quanto prevede la Convezione di Ginevra, dovrebbero poter chiedere asilo, essere accolti e assistiti non appena lasciano il loro paese: a questo dovrebbero provvedere le autorità dei paesi confinanti e l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati che vanta di avere sedi in almeno 123 stati e di essere in grado di attivarsi in qualunque parte del pianeta entro 72 ore dall’insorgere di una emergenza.

In realtà, mai detto, ma sotteso a tutte le dichiarazioni, è il fatto che il paese scelto dal governo britannico sia il Ruanda. Se la riallocazione fosse stata concordata, ad esempio, con il Canada o la Nuova Zelanda difficilmente si avrebbero commenti tanto scandalizzati e ostili. Chi contesta il progetto di Londra vuole dall’Europa “porti aperti” contro chi “erige muri”, ritiene l’Occidente ingiustamente ricco, responsabile dei problemi che affliggono il resto del mondo, disposto a una accoglienza indiscriminata e senza limiti. Nessuno poi spiega perché sia immorale e catastrofico ospitare a proprie spese dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Ruanda, salvo affermare che chi ci viene trasferito corre imprecisati  pericoli. Stupiscono soprattutto le parole dell’Alto commissario Grandi che ringrazia sempre i paesi africani e asiatici per la loro straordinaria disponibilità ad accogliere i rifugiati e raccomanda ai paesi ricchi di seguirne l’esempio. Qualche anno fa le Nazioni Unite hanno dichiarato l’Uganda – eppure un paese meno sicuro e prospero del Ruanda, con cui confina – il miglior stato in cui un rifugiato può sperare di essere ospitato.

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