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Immigrati, creare una "fascia di sicurezza" in Libia

L'Italia è sola ad affrontare il problema e che l'Operazione Mare Nostrum sta incentivando gli sbarchi e gli affari dei trafficanti di esseri umani. L'unica soluzione è nell'occupazione di una piccola zona costiera libica, coinvolgendo l'Onu.

Immigrati sbarcati

Sbarco in Calabria

 

Inutile farsi illusioni. Neppure l’appello che lunedì scorso ha lanciato Matteo Renzi a Nazioni Unite e Unione Europea chiedendo un supporto internazionale alla gestione dell’emergenza immigrazione sortirà effetti di rilievo. I flussi migratori che dalla Libia riversano migliaia di immigrati quasi ogni giorno verso l’Italia sono destinati a continuare se non ad aumentare sia per la stagione estiva in arrivo sia perché anche le cosche egiziane stanno mettendo in mare barconi, sempre diretti ovviamente verso l’Italia, unico Paese al mondo ad aver spalancato le porte a chiunque e unico ad utilizzare i militari per raccogliere e portare in Patria immigrati clandestini. Di fatto le forze militari concepite per difendere quelli che un tempo erano definiti i “sacri confini della patria” vengono oggi impiegate dal governo italiano per consentire a chiunque di violare quegli stessi confini favorendo l’arricchimento della criminalità organizzata.

Così come quello stesso Stato italiano che chiede alle forze dell’ordine di contrastare la criminalità nel nostro Paese aiuta a ingrassare le cosche nordafricane. Tra l’altro sono finiti i soldi per finanziare l’operazione navale Mare Nostrum e in Sicilia sempre più spesso si rilevano gruppi di africani sbandati fuggiti o mai entrati in centri d’accoglienza ormai al collasso dove mancano brande e cibo. Uomini disperati che vagano per l’Italia e che in molti casi non sono stati neppure identificati. Nonostante i problemi interni e la minaccia crescente che preme sui nostri confini meridionali, a Roma buttano soldi e forze militari in nuove missioni oltremare prive di senso e che nulla hanno a che fare con gli interessi nazionali.

Nei prossimi 9 mesi spenderemo almeno 4,8 milioni di euro per schierare 50 militari del Genio con ruspe e mezzi in Repubblica centrafricana nell’ambito di una missione dell’Unione Europea che punta a stabilizzare il Paese sconvolto dalla guerra tra cristiani e islamici. Di fatto daremo una mano ai francesi a garantire i loro interessi nella ex colonia quando né Parigi né tanto meno Bruxelles muovono un passo per aiutare l’Italia a gestire l’emergenza immigrati. Non pago di tanto spreco il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha iniziato a preparare il terreno per una nuova missione di pace in Ucraina con un‘intervista su Repubblica.

«Se dovesse servire – ha dichiarato il ministro Pinotti - l’Italia è disponibile anche ad inviare un contingente di peacekeeper» ha detto il ministro Pinotti pur ammettendo che finora «nessuno ha avanzato questa richiesta».

Insomma siamo pronti a inviare truppe - a cui lo Stato fa fatica a pagare persino gli stipendi - in tutte le crisi del mondo mentre non riusciamo a gestire neppure quelle di casa nostra di fronte alle quali i nostri alleati si fanno di nebbia.

Paradossi che inducono a riflettere non solo sulle capacità di chi ci governa ma anche sulle opzioni disponibili per gestire in modo risolutivo l’emergenza immigrati. Opzioni possibili a patto di rendersi conto che il problema è e resterà italiano e che è inutile attendersi aiuti dai partner europei in termini di navi o di disponibilità ad accogliere immigrati. Assurdo anche pensare di risolvere il problema con la semplice sospensione dell’Operazione Mare Nostrum, come pretendono Forza Italia e Lega Nord, perché i flussi non si interromperebbero ma tornerebbero a confluire tutti su Lampedusa ripetendo quelle situazioni d’emergenza già conosciute negli anni scorsi.

L’unica risposta che l’Italia può dare a questo punto, vista la sordità della Ue e delle agenzie internazionali, è la creazione di una “fascia di sicurezza” sulle coste libiche da gestire insieme alle autorità libiche e all’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Acnur). Se vogliamo è una versione migliorata dei vecchi “respingimenti”, che sono però necessari sia perché non è più tollerabile che Roma si renda complice del crimine organizzato nordafricano sia perché l’Italia non ha né le risorse né il dovere di accogliere chiunque voglia venire nel nostro Paese dove le condizioni di vita sono dure anche per tanti nostri connazionali.  

La presenza delle navi militari dell’operazione Mare Nostrum, tra cui anche quelle per operazioni anfibie, consentirebbero di effettuare una forte pressione sulle autorità libiche che sostengono di non avere i mezzi per interrompere i flussi di immigrati verso l’Italia. Curiosamente, Tripoli ha inviato battaglioni di soldati a proteggere i porti petroliferi da dove si effettua il redditizio export di petrolio ma non ha mandato neppure un soldato a presidiare i porti utilizzati da scafisti e trafficanti. Perché Roma non chiede conto di questa “anomalia” alle autorità libiche? Oltretutto i loro militari e poliziotti li addestriamo pure noi italiani.

Se Tripoli non è in grado di gestire il problema, l’Italia ha tutto il diritto di assumere iniziative unilaterali prendendo il controllo di una piccola area costiera sulla quale sbarcare gli immigrati raccolti in mare dalla flotta. Del resto il passo sarebbe davvero breve considerato che oggi gli immigrati clandestini vengono raccolti a poche miglia dalle coste libiche e non ci vorrebbe né molto tempo né molti sforzi per riportarli laggiù sotto scorta militare trattenendo sulle navi o portando in Italia solo chi avesse particolari necessità sanitarie. Un’operazione del genere non costerebbe in termini finanziari molto di più di Mare Nostrum (9,5 milioni al mese) e sarebbe alla portata della Marina Militare e dei suoi Fucilieri consentendo al governo italiano di invitare Onu, Ue e le organizzazioni umanitarie a insediarsi su quel tratto di costa libica per portare aiuti umanitari agli immigrati e svolgere in loco le operazioni di screening volte ad accertare la presenza di persone che hanno diritto all’asilo politico nei paesi europei. In fondo è un’operazione analoga a quella che l’Acnur ha già svolto negli anni ’90 a Hong Kong al tempo della crisi dei boat people vietnamiti.

Certo vi sarebbe un minimo di rischio di scontri a fuoco con trafficanti e miliziani ma le nostre forze navali sono in grado di esprimere un deterrente significativo e per colpire le gang e i loro capi potrebbero venire impiegati droni e forze speciali, cioè gli stessi “assetti” che utilizziamo in Afghanistan per colpire i talebani. Del resto gli americani effettuano regolarmente, anche se silenziosamente, raids in territorio libico per dare la caccia a qaedisti o compiere ricognizioni. Perché non potremmo fare altrettanto per difendere i nostri interessi nazionali?

Inoltre un’operazione del genere avrebbe probabilmente una durata limitata. Da un lato perché la Libia sarebbe obbligata ad assumersi le sue responsabilità o ad accettare l’ingerenza italiana e dall’altro perché i flussi migratori si ridurrebbero in tempi rapidi una volta appurato che pagare il “biglietto” agli schiavisti libici comporterebbe comunque di ritrovarsi sulla sponda africana del Mediterraneo. 

Sul piano militare l’operazione sarebbe gestibile senza troppe difficoltà, ma sul fronte politico chi avrà mai il coraggio di ordinare respingimenti? In attesa che a Roma qualcuno esca dal mondo del politically correct terzomondista per un salutare bagno di realismo vale la pena ricordare che le stime valutano che in Libia si trovino tra i 700 mila e un milione di persone pronte a venire illegalmente in Europa attraverso il portone spalancato dall’Italia. Meglio quindi  considerare che, se non cambia l’approccio di Roma, da oggi fino all’autunno/inverno il numero di immigrati clandestini diretti in Italia dipenderà esclusivamente dal numero di barche, barconi, gommoni e bagnarole disponibili sulle coste del Nord Africa.

 

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