• LA BUONA SCUOLA

Il vecchio vizio dello statalismo

Si deve riconoscere a Renzi il merito di aver affermato che la scuola è la leva fondamentale per lo sviluppo del paese e di avere centrato alcuni mali del nostro sistema, ma il modo indicato per risolverli è quel centralismo statale che ha generato i problemi attuali. E di famiglie e scuole paritarie non si parla.

Il premier Renzi in visita a una scuola

“La Buona Scuola”,  il documento con le Linee guida sulla scuola per il rilancio del nostro sistema di istruzione, è finalmente pubblico e consultabile sul sito del Governo "Passo dopo passo" (clicca qui).

Occorre preliminarmente riconoscere al presidente Renzi un grande merito: aver affermato (sin dall’inizio del suo mandato) che la scuola è una leva fondamentale, nient’affatto secondaria, per lo sviluppo del Paese e per la realizzazione del bene comune. E che per questo non è un capitolo di spesa improduttivo, ma il primo e fondamentale investimento su cui puntare. Si tratta di una svolta, prima ancora che politica, di natura culturale. Non è poca cosa.

È necessario anche ammettere, dopo una prima lettura del documento (molto rapida, dato che è appena stato pubblicato e consta di 136 pagine) che sono stati colti diversi aspetti critici del nostro sistema scolastico, bisognosi di interventi incisivi: l’eccessiva burocratizzazione, l’autonomia solo di facciata, la carenza di un sistema di valutazione efficace, la mortificazione della figura professionale dei docenti, la mancanza di potere effettivo dei dirigenti per intervenire efficacemente sui problemi, la carenza di risorse, lo scarso o inesistente collegamento fra scuola e mondo del lavoro, etc…

Quello che però sorprende è come si pensa di poter affrontare e risolvere le tante e annose questioni sul tappeto. Senza entrare nel merito di ogni singolo aspetto trattato nel documento – non è questa la sede per farlo e sicuramente occorrerà studiarlo più approfonditamente - delude infatti l’approccio complessivo, che appare ancora caratterizzato da un certo statalismo. Proprio quello che ha affossato la scuola italiana… Insomma, si vuole curare la malattia alimentandone la causa.

Lo Stato ne esce confermato nel suo ruolo di erogatore e gestore dei servizi scolastici, anziché limitarsi a fare da controllore e garante della conformità alle norme generali. La società civile e le famiglie sono quasi invisibili nel documento, se non come valutatori o finanziatori del sistema (vd. punto 6, Risorse per la buona scuola, pubbliche e private). 

Per non parlare poi delle scuole non statali e addirittura delle paritarie, che pure farebbero parte a pieno titolo del sistema nazionale di istruzione … Si afferma che “Il Sistema Nazionale di Valutazione sarà esteso anche alle scuole paritarie” e che “servirà lavorare per dare alle scuole paritarie (se valutate positivamente) maggiore certezza sulle risorse loro destinate, nonché garanzia di procedure semplificate per la loro assegnazione” in un’ottica di trasparenza, estendendo anche a loro l’uso della piattaforma di “Scuola in chiaro”. Ma niente di più. E proprio nulla sulla libertà di scelta educativa delle famiglie, ancora costrette a pagare due volte qualora scelgano l’istruzione non statale…

Forse non a caso, contestualmente alla presentazione delle linee guida, Attilio Oliva presidente di TreeLLLe e del Biac education committee dell’Ocse, commentando il successo conseguito dalle scuole paritarie che per sconfiggere la crisi e conquistare nuovi iscritti hanno puntato sull’innovazione, ha affermato: «Vogliamo proprio andare dritti verso un monopolio assoluto della scuola da parte dello Stato? Così sta avvenendo perché le scuole private stanno sparendo. Per sopravvivere, mentre l'offerta statale è rigidissima, le paritarie più agguerrite ne inventano una più adeguata ai tempi. E sopravvivono solo se inventano servizi migliori che ovviamente si devono far pagare».

Questa impostazione obsoleta, tendenzialmente centralista, finisce per generare l’impossibilità di risolvere fino in fondo i problemi, perché il “pallino” resta nelle mani dello Stato e l’asse dell’iniziativa e della responsabilità non si sposta sulla società civile e sulle persone, generalmente mosse da più alte idealità e da maggiore spirito di iniziativa. Così, per esempio, gli insegnanti restano – nonostante una parziale rivisitazione del profilo professionale e le possibilità di carriera legate al merito - dei funzionari statali assunti esclusivamente attraverso i classici “concorsoni” (fonti di infiniti conflitti e ricorsi…); ai dirigenti sono attribuiti maggiori poteri ma non possono scegliere i docenti di cattedra (quelli che realmente incidono sulla qualità della scuola…) e l’autonomia resta ancora limitata anche sotto il profilo economico; il varo di un autentico sistema duale, come esiste in altri paesi europei, resta embrionale poiché pare limitarsi ad un potenziamento delle esperienze di alternanza scuola-lavoro, anziché valorizzare ed estendere le buone prassi che in alcune regioni stanno producendo risultati davvero interessanti. 

Ma, soprattutto, la scuola italiana si conferma scuola dello Stato, ancora asservita alle logiche sindacali e dimentica, in buona parte, dello scopo vero per cui esiste, cioè l’educazione della persona attraverso l’istruzione, in collaborazione con le famiglie che ne hanno la principale titolarità; come pure dimentica del grande ruolo che in questo ambito hanno e possono ancora di più avere le iniziative che fioriscono “dal basso”.

Non si vuole, tuttavia, buttare via il bambino insieme all’acqua sporca; il documento è da studiare approfonditamente e non mancano aspetti interessanti su cui lavorare per farli crescere e realizzare, riconoscendo che a volte è meglio fare piccoli passi avanti piuttosto che stare fermi. Inoltre, dal 15 settembre prenderà l’avvio una grande fase di dibattito/consultazione, attraverso la quale si vorrebbe giungere ad un documento definitivo che sia frutto delle diverse istanze della società civile. Vedremo. Se il governo andrà avanti (c’è anche questa variabile, molto incidente nel  nostro Paese…), chissà che una volta tanto si riesca a fare in modo che la montagna non partorisca il classico topolino. Ma non sarà facile…