Il valore redentivo della sofferenza
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Nella visione cristiana la vita è sacra e inviolabile, non finisce nel nulla poiché l’anima, creata da Dio, sopravvive al corpo e vive per l’eternità; le sofferenze possono avere un valore redentivo infinitamente grande se unite alle sofferenze di Cristo.
La posizione della Chiesa cattolica, in difesa sempre e in ogni caso della vita umana, è indubbiamente controcorrente rispetto al diffondersi di un clima sociale e culturale che favorisce il riconoscimento legale dell’eutanasia e del suicidio assistito in un numero sempre più ampio di Paesi nel mondo e in cui il diritto all’autodeterminazione sul fine vita è accolto come una conquista di civiltà.
Ragionevolmente, secondo una visione materialistica, edonistica e utilitaristica dell’esistenza, ove il valore della persona umana è legato al concetto di “qualità” della vita, ovvero allo stato di “benessere” e di godimento dei piaceri, nonché all’idoneità alla produzione di profitti e alla realizzazione di successi, procurare una “dolce” morte a persone anziane, malate o inabili può rappresentare una soluzione liberatoria e persino un atto di compassione e di umanità.
Perché, dunque, la Chiesa cattolica – nella sua storia millenaria e nonostante ogni contraria spinta progressista e libertaria in tema di fine vita – continua a condannare un tale atto di autodeterminazione? Perché eutanasia e suicidio assistito costituiscono atti moralmente inaccettabili? Perché, non di rado, è un credente stesso a battersi per la loro legalizzazione?
A questi interrogativi si possono dare due ordini di risposte. La prima presuppone una riscoperta del significato della sacralità della vita umana e della sua appartenenza al Dio creatore. La seconda implica una riscoperta del valore cristiano della sofferenza. Solo partendo da queste due verità teologiche si può comprendere fino in fondo il diritto e il dovere di ogni uomo e donna di difendere la dignità della vita umana, dal principio alla sua fine.
Secondo l’insegnamento del Catechismo della Chiesa cattolica «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione creatrice di Dio…» (2258). Dalla creazione ad immagine di Dio (Gen 1,27) deriva la ragione fondamentale della dignità dell’uomo: «Di tutte le creature visibili, soltanto l'uomo è “capace di conoscere e di amare il proprio Creatore” …» (356). La persona umana è un’unità di anima e corpo creata a immagine di Dio (362). Se la persona umana è generata (biologicamente) dall’unione dell’uomo e della donna, «ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio» (366). L’anima, quel «principio spirituale» di Dio nell’uomo (363), è opera di Dio che la crea di volta in volta e la innesta nella carne del nascituro. Nella teologia cristiana l’anima «è immortale: essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte» (366).
Se la vita umana è tutto questo, appare chiara la ragione per cui nessuno abbia il diritto di fare o farsi violenza oppure di togliere o togliersi la vita. Solo Dio, che ha creato e donato la vita, ha il potere di toglierla. Il Catechismo insegna: «Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata…» (2280). La vita dell’anziano o del malato nulla perde in termini di sacralità, dignità e immortalità (nella sua componente spirituale) rispetto alla vita di una persona giovane e sana. Più del corpo è l’anima ciò che “conta”, poiché “destinata” a tornare a Dio e a partecipare alla vita eterna.
Se l’autodeterminazione e la libera volontà dell’individuo costituiscono le basi su cui si poggia la legittimazione delle pratiche dell’eutanasia e del suicidio assistito, la finalità che esse perseguono è certamente quella di “risolvere” il problema del soffrire, eliminandolo, ovvero anticipando la morte. Già trent’anni fa Giovanni Paolo II aveva rilevato il diffondersi di «un'atmosfera culturale che non coglie nella sofferenza alcun significato o valore, anzi la considera il male per eccellenza, da eliminare ad ogni costo» (Lettera Enciclica Evangelium Vitae, 15).
In cosa consiste, allora, questo significato “positivo” del mistero della sofferenza? In primo luogo, la sofferenza e la sofferenza nella malattia – ricordiamo che la sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia, perché abbraccia sia la sofferenza fisica sia la sofferenza morale («dolore dell'anima») – può aiutare a discernere nella propria vita ciò che non è essenziale per volgersi verso ciò che lo è, provocando una ricerca di Dio, un ritorno a Lui.
In secondo luogo, la Sacra Scrittura ci insegna che la sofferenza è presente nel mondo per far nascere opere di amore verso il prossimo. La parabola del Buon Samaritano (Lc 10,30-37) ci ricorda l’atteggiamento da tenere nei riguardi del prossimo “sofferente”: il «fermarsi», l'aver «compassione», il «dare aiuto». Cristo stesso è presente nel prossimo sofferente: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).
In terzo luogo – ed è questo un concetto essenziale nella teologia cristiana – «la sofferenza può anche avere un valore redentivo per i peccati altrui» (Catechismo 1502). Nel corso della sua vita terrena Cristo si è avvicinato al mondo dell'umana sofferenza guarendo i malati e consolando gli afflitti; ha assunto la sofferenza su di sé sperimentando l’incomprensione, l’odio e le ostilità; in ultimo è andato incontro alla sua passione e morte con la consapevolezza della missione da compiere: far sì che l'uomo non muoia, ma abbia la vita eterna. Per mezzo della Croce si compie «l'opera della salvezza».
Se la sofferenza di Cristo ha compiuto l’opera della redenzione, ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo. La partecipazione alle sofferenze di Cristo è la “chiave” per l’accesso al Regno di Dio: gli uomini, mediante le loro sofferenze, «restituiscono l'infinito prezzo della passione e della morte di Cristo, che divenne il prezzo della nostra redenzione» (Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 21). San Paolo, rivolgendosi ai Colossesi, spiega il valore salvifico della sofferenza: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
Queste verità teologiche rovesciano completamente la prospettiva sul senso della vita. Nella visione atea e materialistica dell’esistenza, la vita umana è un semplice prodotto delle leggi della natura e della casualità della materia e la morte segna la fine di tutto; in tale prospettiva una morte anticipata che libera dalle sofferenze e da una vita diventata “inutile” può rappresentare un atto di umanità e di civiltà. Nella visione cristiana la vita è sacra e inviolabile, non finisce nel nulla poiché l’anima, creata da Dio, sopravvive al corpo e vive per l’eternità; le sofferenze possono avere un valore redentivo infinitamente grande se unite alle sofferenze di Cristo.
Con la morte si conclude l’esperienza terrena, ma attraverso la morte si apre anche, per ciascuno di noi, al di là del tempo, la vita piena e definitiva. Gesù Cristo è presente accanto al malato, al sofferente, al morente come Colui che vive e dona la vita: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25).

