a cura di Stefano Fontana
  • IL PUNTO

Il sinodo dell’Amazzonia contraddice GPII a Puebla

Nel blog precedente abbiamo visto che la linea del sinodo dell’Amazzonia, presente nell’Instrumentum laboris ed emersa anche in questi primi giorni di lavori, è in contrasto con quanto detto da Benedetto XVI alla VI Conferenza dei Vescovi latinoamericani ad Aparecida nel 2007.

La stessa cosa può essere detta rileggendo il famoso discorso di apertura della II Conferenza del CELAM (Consiglio delle Conferenze episcopali dell’America Latina e dei Caraibi) pronunciato da Giovanni Paolo II nel 1979, appena eletto Papa. Perché faccio questi confronti? Perché da molte parti si presenta l’attuale sinodo come in perfetta continuità con il percorso delle Chiese latinoamericane nel post-Concilio, segnato appunto dalla scansione decennale delle Conferenze del CELAM. Ma a rileggere i discorsi inaugurali dei Pontefici di allora ciò non risulta per niente.

Come è ampiamente dimostrabile, la prospettiva del sinodo attualmente in corso è quella di una pastorale e una dottrina “induttive”, che emergano dall’interno delle culture indigene, con la sostituzione dell’evangelizzazione con il dialogo. Nell’Instrumentum laboris non si parla mai di dottrina o di verità da annunciare.

Giovanni Paolo II a Puebla non aveva certo dato indicazioni di questo genere, tutt’altro. Aveva detto che i Pastori sono “Maestri di Verità” perché “vigilare per la purezza della dottrina, base nell’edificazione della comunità cristiana, è, infatti, insieme con l’annunzio del Vangelo, il primo e insostituibile dovere del Pastore, del Maestro della fede”. “I fedeli dei vostri Paesi” - aveva detto il papa rivolto ai vescovi del continente - “sperano e reclamano anzitutto un’assidua e zelante trasmissione della verità su Gesù Cristo. Questa si trova al centro dell’evangelizzazione e ne costituisce il contenuto essenziale”.

Oggi si chiede una rilettura del Vangelo dal punto di vista dei popoli indigeni oppure dell’ecologismo,  ai tempi di Puebla si parlava di letture “materialiste” (nel senso marxista della parola) del Vangelo o a partire dalla situazione di dipendenza del continente, come avveniva nella teologia della liberazione. La teologia “indigena” che anima questo sinodo è figlia di quelle riletture.

Che però Giovanni Paolo II aveva condannato: “esistono oggi da molte parti – il fenomeno non è nuovo – riletture del Vangelo, che sono risultato di speculazioni teoriche ben più che di autentica meditazione della parola di Dio e di un vero impegno evangelico. Esse causano confusione … In alcuni casi, o si tace la divinità di Cristo, o si incorre di fatto in forme di interpretazione contrarie alla fede della Chiesa. Cristo sarebbe solamente un “profeta”, un annunciatore del Regno e dell’amore di Dio, ma non il vero Figlio di Dio … In altri casi, si pretende di mostrare Gesù come impegnato politicamente, come uno che combatte contro la dominazione romana e contro i potenti, anzi implicato in una lotta di classe. Questa concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa”.

Già ai tempi di Puebla si era ampiamente condannato l’evangelizzazione di quel continente da parte dei missionari come un’opera di oppressione culturale e materiale. Giovanni Paolo II, però, disse il contrario: “È questa la fede che ha informato la vostra storia e ha plasmato i valori migliori dei vostri popoli e dovrà seguire ad animare, con tutte le energie, il dinamismo del suo futuro. È questa la fede, che rivela la vocazione alla concordia e all’unità e che deve allontanare i pericoli di guerre in questo continente della speranza, nel quale la Chiesa e stata così potente elemento di integrazione. È questa la fede, infine, che con tanta vitalità e in modi così vari esprimono i fedeli dell’America Latina attraverso la religiosità o pietà popolare. Da questa fede in Cristo, dal seno della Chiesa, traiamo la capacità di servire l’uomo, i nostri popoli, di penetrare con il Vangelo la loro cultura, di trasformare i cuori, di umanizzare sistemi e strutture”. Il punto di partenza non sono le culture locali, ma la fede che le valorizza purificandole.

Nel sinodo dell’Amazzonia ora in corso non si parla mai di Dottrina sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II, invece, a fronte della teologia della liberazione, paragonabile alla teologia indigenista ed ecologista di oggi, riproponeva nella sua integralità proprio la Dottrina sociale: “Quanto abbiamo ricordato sopra costituisce un ricco e complesso patrimonio, che la Evangelii Nuntiandi denomina Dottrina Sociale o Insegnamento Sociale della Chiesa Questa nasce alla luce della Parola di Dio e del Magistero autentico, della presenza dei cristiani in seno alle situazioni mutevoli del mondo, a contatto con le sfide che da esse provengono… confidare responsabilmente in tale dottrina sociale, anche se alcuni cercano di seminare dubbi e sfiducia su di essa, studiarla con serietà, cercare di applicarla, insegnarla, esserle fedele è, in un figlio della Chiesa, garanzia dell’autenticità del suo impegno nei delicati ed esigenti doveri sociali, e dei suoi sforzi a favore della liberazione o della promozione dei suoi fratelli. Permettete, dunque, che raccomandi alla vostra speciale attenzione pastorale l’urgenza di sensibilizzare i vostri fedeli su questa dottrina sociale della Chiesa”.

So bene che non si possono ridurre le Conferenze del CELAM ai discorsi dei Pontefici che le hanno inaugurate. Però non si deve fare nemmeno il contrario, ossia fingere che quei discorsi non ci siano stati.