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Il ruolo dei laici

«Attraverso
la Sua Croce assumiamo responsabilità sociale, professionale, familiare».

Karol Wojtyla, "La mia croce"

 

Per gentile econcessione dell'editore, pubblichiamo l'omelia pronunciata dall'allora card. Karol Wojtyla a Kalwaria Zebrzydowska, nel luglio 1971, tratta dal volume La mia croce (con pagine inedite), a cura di Andrzej Dobrzynvski e Valerio Rossi, con testi di Vittorio Messori e Luigi Negri, Interlinea, Novara 2012


 

Sulla via della croce: la responsabilità dei laici

 

Cari fratelli, siete arrivati da varie parrocchie in questo luogo santo. Ma siete arrivati attraverso un’unica via; è la via del nostro Signore e Redentore Gesù Cristo, la via crucis.

Siete arrivati in questo luogo meditando le stazioni della via crucis, le stazioni che ci hanno lasciato i nostri antenati e che da tanti secoli si trovano qui, le “stradine del Calvario”, le stazioni sulle quali meditiamo la via del nostro Signore e Redentore Gesù Cristo. La sua via diventa in questo modo la nostra via. È così da secoli, dai tempi in cui è stata costruita Kalwaria Zebrzydowska, quando sono stati costruiti il santuario e le cappelle lungo le “stradine”. È così da quei tempi, da quando è stato costruito questo luogo che ricorda la Crocifissione, in onore della croce, in onore del Crocifisso. È un grande patrimonio del passato.

Guardando questo complesso, vediamo su di esso un segno del passato. Sono passate la seconda guerra mondiale e l’occupazione tremenda. Ed ecco, sono arrivati i nostri tempi e abbiamo percepito che questi richiedono sul monte di Kalwaria una nuova croce, un nuovo segno, un segno che sarebbe un’espressione della generazione contemporanea.

Per primi hanno intrapreso quest’opera gli uomini adulti e giovani; sono giunti qui da tutte le parrocchie dell’arcidiocesi di Cracovia e ventidue anni fa hanno posto una nuova croce accanto al venerabile santuario della Crocifissione - croce e crocifisso.

A quel tempo era ancora in vita e svolgeva il servizio pastorale sulla soglia metropolitana di Cracovia il principe cardinal Adam Stefan Sapieha, indimenticabile pastore del popolo di Dio in terra polacca. Lui ha presieduto a questo nuovo slancio dei cuori maschili verso la croce. È stato lui che ha indicato Kalwaria, sulla quale la croce di Cristo incontra il cuore di sua madre. E in questa direzione, ventidue anni fa, ha avviato i passi degli uomini adulti e giovani di tutta l’arcidiocesi di Cracovia.

Ma poi quel pellegrinaggio veniva dimenticato, fino a tre anni fa, quando di nuovo si è ripreso. Di nuovo sono giunti qui, nel ventesimo anniversario dell’erezione della nuova croce a Kalwaria, gli uomini adulti e giovani, sono tornati in gran parte gli stessi che allora avevano posto questa croce su questo suolo, ma ne sono arrivati pure altri. Allora, come ricordate, Kalwaria ci ha dato il benvenuto con la pioggia, in modo che volevamo entrare tutti, anche schiacciati, dentro la basilica e lì dovevamo celebrare la santa messa e ascoltare la parola di Dio.

Ma il tempo atmosferico non ci ha spaventati. Siamo tornati l’anno dopo, anche l’anno scorso, e ci siamo messi qui, sulla cima di Kalwaria che è stata tutta illuminata dal sole: il sole rosso scottava i nostri visi e le nostre spalle. Di nuovo siamo venuti sulla via di Cristo, la via crucis. Allora dopo la messa ho tenuto un discorso - l’omelia dell’anno precedente l’aveva pronunciata il vescovo della città di Przemyslv - e ho detto ai presenti che la croce posta ventun anni fa sempre ci aspetta, ci chiama, e dimostra che questa chiamata è efficace. Quando guardiamo il nostro odierno raduno, bisogna dire che il numero dei fedeli è almeno raddoppiato.

Perciò, miei cari fratelli, desidero qui cordialmente salutarvi e vorrei dirvi che l’incontro di oggi mi permette di contare per il futuro su questi pellegrinaggi maschili a Kalwaria, che hanno una splendida tradizione sia nel lontano passato sia in quello più recente e hanno un enorme significato anche nei tempi che viviamo noi.

Permettete che subito rievochi un esempio e modello dei nostri fratelli slesiani, che non hanno Kalwaria Zebrzydowska, ma hanno Piekary Slaskie, dove ogni anno, nell’ultima domenica di maggio, arrivano gli uomini da tutta la Slesia. In treno, in macchina, a piedi, da tutte le città, i paesi, i villaggi slesiani, da tutte le parrocchie, dai loro posti di lavoro arrivano e ricoprono l’intero colle di Piekary, in una moltitudine superiore alla nostra odierna. Spero che la nostra moltitudine di Kalwaria presto uguagli quella della Slesia di Piekary.

Perché veniamo qui? In gran parte la risposta è stata già data. Non vorrei prolungare il mio discorso; vorrei legare con la parola di Dio tutto ciò che è stato già detto e meditato.
Veniamo per confermare che la via di Gesù Cristo è la nostra via; per confermare che la sua croce è la nostra croce; che ci stringiamo intorno a questa croce, che la portiamo nei nostri cuori, che su di essa costruiamo tutta la nostra vita.

Oggi abbiamo portato qui una nuova croce non solo per sostituire quella precedente, che era diventata esile, ma anche per esprimere un senso di continuità. Questo periodo di ventidue anni equivale quasi a una generazione; una generazione - diciamo dei padri - ha portato la croce precedente e l’ha posta sulla cima di Kalwaria ed essa serviva per richiamare e far ricordare.

Arriva oggi una seconda generazione, quella dei figli (ma ci sono fra di loro anche i padri), e porta una nuova croce per sostituire quella precedente, rovinata dalle piogge, dal sole, dai temporali. Benedicendo la croce e posandola sullo stesso posto, in un suolo sassoso del colle di Kalwaria, vogliamo confermare la continuità della nostra via, dei nostri desideri, delle nostre convinzioni, della nostra comunità. Questo è molto significativo, cari fratelli.

È significativo il fatto che voi arriviate qui guidati dal vostro bisogno personale, dalla necessità dello spirito, dalla vostra iniziativa. È significativo che voi qui vi esprimiate da soli. Prima della messa abbiamo sentito una dichiarazione di uno degli uomini, che era come una splendida omelia ed esprimeva la coscienza del mondo polacco, la coscienza di tutte le mancanze e i difetti della nostra società. E questa professione, come ha detto l’oratore, è stata dolorosa, ma siamo per questo a Kalwaria, siamo venuti qui attraverso la via crucis: Cristo cadeva sotto la croce e s’innalzava.

Perciò anche le più dolorose confessioni di fronte alla croce non ci schiacciano, se la croce rimane nella nostra vita; se la croce rimane nelle nostre anime, allora c’è sempre la speranza che l’uomo si risollevi. Il pericolo consiste nell’eliminazione della croce, nel rinnegarla nella vita, nel cosiddetto ateismo progressivo e nella laicizzazione della nostra esistenza.

Qual è un altro segno dell’innalzamento dell’uomo? Quale leva riescono a trovare in questo luogo coloro che respingono la croce? Cristo cadeva sotto la croce e s’innalzava. Esiste un’altra leva? L’uomo può innalzarsi diversamente se non grazie alla croce? Questo è il senso della prima parte della vostra iniziativa. Ma seguirà poi una seconda parte. Io vorrei solo raccogliere i discorsi e le parole che provengono dai nostri fratelli laici. Credo che non per niente il concilio Vaticano II ha lavorato tanto su questo grande tema della Chiesa nel mondo contemporaneo, sul laicato, sulla presenza dei laici, sulla loro vocazione, la loro missione nel mondo e la loro responsabilità.

È positivo che a Kalwaria non parlino solo i sacerdoti, ma anche i laici parlino delle loro prerogative, del loro ruolo nell’ambito della Chiesa, della loro responsabilità per la Chiesa, per il mondo, per la società e per la nazione, della responsabilità per la famiglia e per il loro posto di lavoro. È un enorme campo non solo della vita sociale, non solo dell’industria e dell’agricoltura, non solo della civiltà e della cultura, ma anche della missione dei laici cattolici e della loro responsabilità.

Proprio questo enorme campo prende qui la parola; sono felice, cari fratelli, che durante il nostro pellegrinaggio a Kalwaria la comunità di preghiera diventi nello stesso tempo un’espressione della responsabilità dei laici, dell’apostolato dei laici, perché la Chiesa possa esistere e svilupparsi, perché possa svilupparsi pienamente; a questo scopo devono sussistere due azioni fondamentali, la pastorale e l’apostolato dei laici, come ci ha insegnato il concilio.

Dobbiamo inserire sempre nella vita questo importante insegnamento del concilio: lo avevano incarnato coloro che hanno costruito Kalwaria e lo hanno incarnato coloro che ventidue anni fa di nuovo hanno portato qui la croce. In gran parte vi erano i membri dell’associazione cattolica formata dalla Gioventù maschile, che poi è stata sciolta. Come pure il Vivo rosario delle fanciulle e tante altre organizzazioni di laici cattolici.

Malgrado la proibizione nell’organizzare le associazioni cattoliche, i laici cattolici ci sono; e questo non si può nascondere, non si può calpestare. E una gran bella moltitudine che segue Cristo considera la sua via la propria via, la fa diventare la propria via, perché sa che su questa via l’uomo può non solo cadere, ma anche rialzarsi, perché sa che su questa via l’uomo può rivendicare pieni diritti della sua dignità. Perciò l’apostolato dei laici, la loro missione, la loro responsabilità sono una questione importantissima della Chiesa nel mondo intero e della Chiesa in Polonia.

Quando sono a Roma, dove il santo padre mi ha invitato a far parte del Consiglio per i laici, vedo che i laici cattolici di tutto il mondo - non solo dell’Europa o dell’America, non solo dell’Asia o dell’Africa, dei vari colori della pelle, nero o giallo, delle società che sono appena entrate a far parte della Chiesa, dove la Chiesa costituisce una minoranza - hanno comunque una libertà di associarsi nelle organizzazioni cattoliche laiche e possono collaborare con l’apostolato dei vescovi e dei sacerdoti.

Noi in Polonia siamo privati di un tale diritto; ma esistiamo! Esistiamo! E il nostro esistere è già una testimonianza! La testimonianza della nostra fede, la testimonianza della nostra missione e della nostra responsabilità. Vogliamo assumerci questa responsabilità in termini realistici. L’assumiamo nella nostra vita familiare; l’assumiamo nella nostra vita parrocchiale; l’assumiamo nella nostra vita sociale, culturale, professionale, dovunque siamo. Anche se mostriamo alcune imperfezioni e difetti, anche se compiamo numerosi peccati, malgrado tutto, crediamo che solo attraverso Cristo, attraverso la sua croce possiamo pienamente assumere la responsabilità sociale, professionale, familiare. Lui costituisce un fondamento sul quale si può basare solidamente la vita umana. Perciò cerchiamo lo spazio, cerchiamo un posto, cerchiamo il diritto nella nostra terra.

Stamattina, miei cari, prima di venire qui, ho visitato una parrocchia di Cracovia, dove con grande sforzo siamo riusciti ad ampliare un po’ la chiesa; la parrocchia conta trentamila fedeli, la chiesa è sempre troppo piccola, ma pur sempre un po’ più grande di prima. Quando ho benedetto la chiesa, spargevo l’acqua santa all’esterno e all’interno, poi sull’altare e infine sul pavimento con il segno della croce: una linea dall’altare alla porta, l’altra davanti all’altare. Il segno della croce. La gente ha fatto largo, poi di nuovo è tornata a occupare gli stessi posti che il vescovo habenedetto con il segno della croce. Questo è importante: non solo guardiamo la croce, non solo ci inginocchiamo davanti alla croce, ma anche stiamo sulla croce. È il terreno da cui cresce la nostra esistenza umana, la nostra vita cristiana.

Miei cari fratelli, vi sono molto grato di essere venuti qui da numerose parrocchie della nostra arcidiocesi. E sono molto grato ai vostri sacerdoti, che vi hanno indirizzato qui e oggi vi hanno accompagnato. Forse nelle singole parrocchie si nota qualche diminuzione di fedeli; ma non siamo Chiesa solo nelle parrocchie, costituiamo la Chiesa soprattutto in questa comunità di molte parrocchie, una comunità che si chiama arcidiocesi di Cracovia, il cui nome più appropriato, più cristiano è Chiesa. È un’unica Chiesa di Cristo composta da tante comunità. Dove a capo del popolo di Dio sta un vescovo, lì è la Chiesa; una Chiesa parziale, radicata nella grande universalità della Chiesa di Cristo.

Oggi, qui, come vostro vescovo, sto in mezzo a voi. Sto davanti all’altare e fra poco offrirò il sacrificio al Signore. E offro questo sacrificio con una particolare emozione e commozione, perché oggi lo offro a nome di tutte le parrocchie, di tutta la Chiesa di Cracovia, che vive in più di trecento parrocchie concentrate fra i monti Tatra e la Vistola, sul territorio della regione di Podkarpacie e attorno alla città storica di Cracovia, che sempre rimane un segno del grande passato della nostra patria cristiana.

Allora raccolgo dalle vostre mani e dai vostri cuori tutto ciò che oggi avete portato qui dalle vostre parrocchie, dalle famiglie, tutto ciò che offrite da parte di voi stessi, del mondo degli uomini, della nostra Chiesa. È bene che voi per primi assumiate questa responsabilità per la Chiesa, è bene! Perché è vostro compito! «Dio creò l’uomo [...]; maschio e femmina li creò» (Gen 2,27). Creò la donna come insostituibile aiuto all’uomo. Maria è la dimostrazione migliore: il Padre celeste la donò a suo Figlio come madre. Come madre e anche come aiuto, perché la madre è sempre aiuto; è aiuto per un figlio, ma anche per il marito. L’opera della Redenzione è stata compiuta grazie all’Uomo dei dolori, come abbiamo meditato poco fa; ma anche grazie all’Uomo della grande vittoria, del grande trionfo. Vi può essere un trionfo più grande che il trionfo sulla morte? I successi e i trionfi dell’uomo arrivano così lontano? La vittoria di Cristo non è sempre dinanzi a noi? E tutti noi che lo seguiamo tendiamo verso tale vittoria.

Allora, cari fratelli, accolgo tutte le offerte dei vostri cuori, le pongo sulla patena, le consacro, come vescovo e sacerdote della vostra Chiesa di Cracovia, nel santissimo corpo e sangue di Cristo, affinché diventino fermento di nuovi tempi, della nuova missione, della nuova responsabilità dei laici - degli uomini adulti e dei giovani. Voi stessi di questo parlate e riflettete, entrate voi stessi nei particolari di questi compiti che si presentano davanti a voi, sui quali è edificata la Chiesa. Venite qui in una moltitudine sempre più vasta per aumentare la coscienza della croce di Cristo, grazie alla quale l’uomo matura e si eleva alla piena dignità umana; non esiste un’umiliazione da cui l’uomo non potrebbe sollevarsi alla piena dignità umana. Grazie alla croce l’uomo come pellegrino di questa terra matura e arriva alla patria celeste, all’eternità, all’unione con Dio, il nostro Creatore, nostro Padre e nostro Redentore.

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