• PARLA IL SUPERIORE

“Il Rosario è stato l’unico sostegno di padre Maccalli”

È atterrato ieri pomeriggio a Ciampino, con Nicola Chiacchio, padre Pierluigi Maccalli, rapito da fondamentalisti islamici più di due anni fa. Durante la prigionia ha rifiutato la conversione all’islam e si è “fabbricato da solo una coroncina del Rosario che recitava tre volte al giorno”. La testimonianza alla Nuova Bussola di padre Antonio Porcellato, superiore generale della Sma

L’incubo era cominciato la sera del 17 settembre 2018. Padre Pierluigi Maccalli, originario di Madignano, era stato rapito da otto uomini mentre si trovava nella parrocchia di Bomoanga, Niger. Il commando di terroristi, armi in pugno, lo aveva caricato su una moto per poi allontanarsi presumibilmente verso il confine con il Burkina Faso. Il suo calvario lungo più di due anni è finito giovedì con il rilascio avvenuto in Mali e condiviso insieme al connazionale Nicola Chiacchio e ad altri due ostaggi.

Nella serata di giovedì 8 ottobre, Maccalli, Chiacchio, la cooperante francese Petronin e l’ex ministro maliano Cissé sono atterrati all’aeroporto di Bamako su un aereo militare. Ieri pomeriggio, invece, lo sbarco a Roma Ciampino dei due italiani, accolti dal capo del governo, Giuseppe Conte, e dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Subito dopo il ritorno in Italia, Maccalli e Chiacchio sono stati condotti in Procura per essere ascoltati dai Pm che avevano aperto sulle due scomparse un’indagine con ipotesi di reato di sequestro con finalità di terrorismo.

I due ex ostaggi, rapiti in luoghi diversi dell’area del Sahel, condividevano la prigionia dal marzo del 2019. Un anno più tardi, il 24 marzo 2020, i rapitori avevano registrato un breve video che li ritraeva insieme e che una fonte anonima aveva girato al quotidiano Avvenire. Quel fotogramma della durata di 24 secondi aveva dato forza alle speranze mai venute meno di familiari e confratelli di padre Maccalli. La notizia della liberazione gli è stata comunicata lo scorso 5 ottobre nell’estremo nord del Mali dove probabilmente sono stati detenuti e ha avuto una successiva conferma dopo una telefonata con alcuni funzionari dell’intelligence italiana ai quali sono sembrati “emozionati ed increduli”. Ed emozionante è stato anche l’abbraccio con i suoi confratelli ritrovati a Roma ieri sera dopo più di due anni.

Padre Antonio Porcellato, superiore generale della Sma (Società delle missioni africane), ha raccontato alla Nuova Bussola Quotidiana la commozione della prima cena di padre Maccalli dopo il suo ritorno in Italia, iniziata con preghiere e canti di ringraziamento. Con i suoi confratelli, il missionario di Madignano ha ripercorso l’odissea di cui è stato protagonista. “Nonostante in prigionia potesse avere con sé solamente un quadernetto - ci ha confidato padre Porcellato - padre Gigi ha mostrato un’impressionante precisione con le date durante il racconto che ci ha fatto”. L’aspetto spirituale è stato fondamentale nei due anni passati nelle mani dei terroristi: “Ci ha detto che il suo unico sostegno era la preghiera e che per trovare conforto si era fabbricato da solo una coroncina del Rosario che recitava tre volte al giorno”. A tal proposito, padre Maccalli è rimasto particolarmente colpito dal fatto che la sua liberazione è avvenuta all’indomani del giorno in cui la Chiesa celebra la festa della Madonna del Rosario.

Sophie Petronin, uno dei quattro ostaggi rilasciati venerdì, si è convertita all’islam. I terroristi hanno provato a convertire anche il missionario lombardo, ma senza successo. Poco prima di liberarlo hanno dovuto riconoscere la ‘resa’, congedandolo - come ci ha raccontato padre Porcellato - con l’augurio “di diventare mussulmano un giorno”. Una circostanza che rende evidente l’appartenenza dei suoi rapitori al mondo del fondamentalismo islamico e fa capire come la loro finalità non fosse esclusivamente politica o economica. In base al racconto fatto da padre Maccalli a padre Porcellato, i suoi carcerieri “volevano convertire e lo dicevano apertamente”, specificando ai prigionieri di “non essere mafiosi” e autodefinendosi “credenti”.

Come ci ha spiegato il superiore generale della Sma, grande conoscitore dell’Africa subsahariana, questi gruppi terroristici locali legati ad Al Qaeda, a differenza di quelli collegati all’Isis, uccidono meno gratuitamente e, pur rispettando di più in linea generale i prigionieri, cercano fortemente la loro conversione. La vita da prigionieri non era facile. Padre Porcellato, riportando il racconto del suo confratello, ci ha spiegato che “uomini e donne vivevano separati e nelle mani degli stessi rapitori di padre Gigi c’era probabilmente anche suor Gloria Cecilia Narvaez (rapita nel 2017 e non ancora liberata, ndr) e Luca Tacchetto (italiano rapito con la fidanzata canadese in Burkina Faso e rilasciato lo scorso marzo, ndr)”.

Il missionario lombardo ha vissuto il primo anno all’oscuro di tutto, senza alcuna informazione. Le cose sono iniziate a migliorare dall’inizio del 2020 fino al lieto fine delle scorse ore grazie anche al lavoro degli uomini della Farnesina che padre Porcellato ha voluto riconoscere: “Ci hanno sempre incoraggiato e dato speranza, il loro apporto è stato rassicurante per noi e per la famiglia sin dall’inizio”.

Nella giornata di ieri fonti dei servizi segreti italiani hanno spiegato all’Adnkronos che nella risoluzione del caso ha influito la formazione del nuovo governo di transizione che dovrebbe portare il Mali al voto fra 18 mesi. Gli uomini dell’intelligence, contattati dall’agenzia di stampa, hanno svelato che “c’è un certo bisogno del nuovo governo maliano di dimostrare di essere in grado di riportare stabilità nel Paese”. Non a caso, proprio ieri, il Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione africana ha comunicato la decisione di revocare la sospensione di Bamako in segno d’incoraggiamento per gli sviluppi positivi riscontrati nella vita politica della Repubblica. “A livello locale - hanno spiegato le fonti dei servizi all’Adnkronos - avevano bisogno di riportare a casa l'ex ministro Cissé, che era stato all’opposizione e che faceva parte del gruppo degli ostaggi, tra cui i due italiani. C’è stata quindi una forte collaborazione di intelligence e informativa, fino a quando non si è arrivati al rilascio”.

I responsabili del rapimento di padre Maccalli e di Chiacchio appartenevano a gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda e operativi nell’area settentrionale del Mali. Gli ostaggi, ascoltati in caserma, hanno raccontato ai Ros di essere stati nelle mani di tre gruppi di terroristi diversi. “Il primo è stato quello dei pastori fulani, il secondo composto da sequestratori di origine araba e poi infine il terzo, da tuareg”, hanno spiegato i due italiani liberati. Non solo i carcerieri, ma anche i luoghi di detenzioni non sono stati sempre gli stessi: i due prigionieri sono stati costretti a percorrere migliaia di km su moto e barche, attraversando il Burkina Faso e poi il Mali.

Con gli inquirenti italiani, padre Maccalli ha ricostruito anche la dinamica del suo sequestro a Bomoanga, confermando il sospetto affiorato sin da subito dell’esistenza di un piano premeditato. Il commando di terroristi piombati nella sede della missione, infatti, era andato a colpo sicuro, prelevando senza incertezze il religioso italiano e ignorando, invece, un suo confratello indiano presente e le suore francescane vicine di casa. Maccalli, in base a indiscrezioni raccolte dalle agenzie di stampa, avrebbe raccontato ai carabinieri di essere stato venduto ai suoi rapitori da “una persona con cui aveva avuto contatti tramite una missione situata a circa 150 chilometri dalla capitale”. L'uomo - hanno riportato le agenzie - avrebbe avvertito i jihadisti che “l’uomo bianco era tornato”.

L’ex ostaggio avrebbe raccontato che ad eseguire materialmente il sequestro sono stati otto pastori islamisti appartenenti alla tribù che da anni sta insanguinando Paesi come Mali, Niger, Nigeria, Camerun e Burkina Faso. Una versione che confermerebbe le prime testimonianze rese dalle suore residenti nella casa attigua a quella del religioso che avevano raccontato di aver ascoltato i terroristi pronunciare parole in lingua fulani durante l’irruzione. Secondo quanto ha scritto il Corriere della Sera, il rilascio dei quattro ostaggi è avvenuto al termine di una trattativa che ha richiesto la liberazione di quasi duecento militanti islamisti detenuti nelle carceri maliane.