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SIRIA

Il regime di al Sharaa finge di processare gli jihadisti persecutori

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Alcuni dei responsabili dei massacri in Siria, ai danni delle minoranze alawita e cristiana, sono sotto processo. Ma la magistratura del nuovo regime li vuole assolvere a tutti i costi, respingendo anche prove inconfutabili.

Libertà religiosa 29_11_2025
Miliziani di HTS, fedeli al nuovo regime (foto di Elisa Gestri)

Annunciato appena due giorni prima, si è aperto il 18 novembre presso il palazzo di giustizia di Aleppo il  processo agli imputati dei massacri del marzo scorso ai danni delle comunità alawite della regione costiera.

Mentre i media siriani, e a seguire le principali testate internazionali, parlano di 1400 vittime totali dei massacri, la ong inglese Osservatorio siriano per i diritti umani ha accertato almeno 1500 morti e 1200 persone scomparse nel nulla, rapite, soppresse o inghiottite nelle prigioni governative.  

Tali dati vanno approssimati per difetto, in quanto migliaia di famiglie sono state costrette dalle forze dell’ordine del nuovo governo a dichiarare il falso circa la fine dei loro cari, negandone la morte violenta; alcune fonti parlano addirittura di 14.000 - 15.000 vittime totali, ma probabilmente il numero esatto resterà sconosciuto.

La prima udienza del processo aleppino è arrivata dopo mesi di indagini di un'apposita  commissione governativa che ha rimesso 563 persone sospette ai magistrati competenti, con il conforto di migliaia di prove tra testimonianze dirette e registrazioni audio-video. Per un attimo, le comunità colpite hanno sperato che finalmente sarebbero stati individuati i colpevoli dei massacri - com’è noto, miliziani di Hayat Tahrir al Sham o loro fiancheggiatori- ed emesse sentenze proporzionate all'entità dei fatti.  Fin dall’apertura dell’udienza, però, è apparso evidente che le cose sarebbero andate in maniera diversa. In aula è stato portato un numero “simbolico” di quattordici imputati, sette sospetti membri del regime di Assad e sette appartenenti al Ministero della difesa del governo siriano, questi ultimi accusati di omicidio premeditato; la sede del processo, Aleppo, distante centinaia di chilometri dalla costa, ha impedito alla maggior parte delle famiglie delle vittime di assistere al processo nelle città in cui sono avvenuti i massacri; non è chiaro se sia stato permesso agli imputati  e alle famiglie delle vittime di nominare rappresentanti legali, sempre che ce ne fosse tempo dato il poco preavviso. Inoltre, le telecamere della TV siriana, ammessa ad assistere all’udienza - il governo aveva assicurato un processo pubblico e trasmesso in televisione - si sono limitate ad inquadrare l’aula, escludendo i volti, peraltro semicoperti, degli imputati.

«Il culmine dell'assurdo si è raggiunto durante l'interrogatorio di uno degli imputati, membro del Ministero della difesa, che appare in un video nell’atto di giustiziare persone inginocchiate a terra» dichiara alla Nuova Bussola Quotidiana un membro della comunità alawita che ha chiesto di restare anonimo. «Il video, nitidissimo, non ha lasciato adito a dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, e nella maggior parte dei tribunali ne costituirebbe prova lampante. Eppure l'imputato ha respinto ogni responsabilità, affermando trattarsi di un video creato con l’intelligenza artificiale. Il peggio è che il giudice ha accolto la dichiarazione come un dato di fatto, senza richiedere una perizia tecnica a confutare od accertare la veridicità di tale affermazione».

Alla luce di simili fatti, il processo di Aleppo sembra assomigliare solo formalmente ad un reale procedimento giudiziario; appare più un rituale di purificazione della coscienza istituzionale di Ahmed al Sharaa e compagni. Le modalità di realizzazione appaiono infatti finalizzate deliberatamente a chiudere il caso con il minor numero di perdite - anche mediatiche - possibile.

A dicembre i quattordici imputati saranno sentiti nuovamente - a quanto si apprende, giovedì 18 i sospettati di aver fatto parte del regime di Assad e giovedì 25 i membri del Ministero della difesa; poi, seguirà il verdetto.

Frattanto resta da chiarire - se mai sarà possibile farlo - dove porta la catena di comando che ha ordinato, o quantomeno permesso,  i massacri. Per ora, la ferita della comunità alawita rimane aperta, e l’escalation di brutalità non sembra arrestarsi: nei giorni scorsi, gravi violenze interconfessionali sono scoppiate a Homs in seguito all’uccisione nel vicino villaggio di Zaidal di una coppia di beduini, attribuita dal governo alla comunità alawita.

Le violenze si sono presto estese alla regione costiera, dove, a quanto si apprende, una manifestazione di alawiti che a Latakia chiedevano sicurezza è stata repressa a colpi d’arma da fuoco dalle milizie governative.