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Ora di dottrina / 158 – Il supplemento

Il Proprio della Domenica di Passione

La Domenica di Passione svela come Dio ha deciso di trionfare sui propri nemici e di cosa la Chiesa deve nutrirsi nel tempo dello scontro radicale con il potere delle tenebre. Anche stavolta, scopriamo alcuni “segreti” contenuti nel Proprio gregoriano.

Catechismo 06_04_2025

Il Proprio della quinta domenica di Quaresima, nel Rito romano antico e in quello riformato, è praticamente identico, eccezion fatta per l’antifona di Comunione. Con la riforma liturgica, è stato soppresso il tempo di Passione, che quelle antifone esprimono in pienezza, con la motivazione di «restituire la sua completezza, anche esteriore, alla quaresima» (A. Bugnini, La riforma liturgica, Roma, 1997, p. 318). Che cosa significhi questa frase non è dato saperlo; la completezza della Quaresima è stata infatti per secoli scandita da due enfasi ben chiare: l’una, che emerge nella prima metà del tempo sacro, insiste sulla penitenza, e in particolare sul digiuno e sull’astinenza, che uniscono la Chiesa ai quaranta giorni di Cristo nel deserto e alla sua lotta contro il tentatore; l’altra, caratteristica della seconda metà di questo tempo, pone in primo piano l’incomprensione sempre più profonda e radicale tra Cristo e i Giudei, fino all’atto estremo di crocifiggere, fuori dalla Città Santa, Colui verso cui tutto l’antico Israele era orientato e da cui tutta la sua storia bimillenaria riceveva senso.

Ora, con la riforma liturgica questa presunta nuova completezza della Quaresima ha comportato paradossalmente la pressoché totale eliminazione del riferimento al digiuno e all’astinenza dalle orazioni, in particolare le collette, mentre quella radicale incompatibilità tra la luce e le tenebre, che emerge con chiarezza già dopo la domenica Lætare, con la revisione del lezionario è stata decisamente attenuata.

Ma, grazie a Dio, il Proprio gregoriano è sopravvissuto. Torniamo così all’obiettivo di questi articoli domenicali, ossia la ricerca di alcuni “segreti” contenuti nel Proprio gregoriano delle domeniche di questo specifico tempo liturgico. In effetti, il passaggio tra il Proprio che ha accompagnato le prime quattro domeniche della Quaresima e quello della Domenica di Passione è fortemente marcato dal fatto che tutte le antifone riportano Cristo che parla in prima persona, nel contesto dell’acuirsi della lotta contro l’uomo iniquo e la gente empia (Introito), contro i propri nemici e le genti piene di collera (Graduale), contro coloro che, fin dall’infanzia, hanno provato ogni genere di assalto e hanno lasciato i segni delle loro macchinazioni sul dorso (Tratto). A questi assalti, il Signore risponde con la confidenza piena nel Padre (Offertorio) e con la consegna del proprio corpo e del proprio sangue (Comunione).

La vetta melodica dell’Introito Iudica me Deus (re) viene raggiunta sulla sillaba semiornata -pe della parola éripe: entrando nella sua Passione, Cristo non prega il Padre, ma grida a Lui per essere liberato dall’uomo iniquo e ingannatore, ab hómine iníquo et dolóso; si tratta di un dettaglio che richiama la grande verità ricordata dalla lettera agli Ebrei: «Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà» (Eb 5, 7). Il Proprio vuole metterci di fronte a questo gemito, vuole fondere il grido della Chiesa e di ogni cristiano, che patisce in questa valle di lacrime, in questo mondo di continua lotta, con quello del suo Signore.

Nel Rito antico si può notare anche un’altra particolarità: proprio nella domenica in cui le rubriche indicano di omettere il Salmo Iudica me Deus, che il sacerdote recita prima di salire i gradini dell’altare, la liturgia lo “rilancia”, cantandolo nell’antifona iniziale. Perché? Entrando nel tempo di Passione, la Chiesa ci fa approssimare al grande mistero della Pasqua del Signore, ci fa salire i gradini che portano all’immolazione sull’altare della Croce e alla solennità del tempo liturgico si confà la maestà del canto gregoriano.

Anche il Graduale Eripe me, Dómine riporta la supplica di liberazione «de inimícis meis […] de géntibus iracúndis: ab insurgéntibus in me – dai miei nemici […], dalle genti adirate, da coloro che mi assalgono»: il legame con il Vangelo (rito antico) è piuttosto evidente. La pericope del Vangelo di Giovanni (8, 46-59), infatti, termina con i Giudei che prendono delle pietre per scagliarle contro Gesù, reo di essersi attribuito il nome divino: Io sono. Ma questo tentativo di togliere di mezzo il Signore, che si compirà da qui a qualche giorno, è solo l’ultimo assalto, in ordine di tempo, che Gesù subisce da parte delle forze del male, che avevano cercato di eliminarlo dalla faccia della terra fin dalla sua comparsa nel mondo, come attesta la sanguinosa persecuzione di Erode, che fece uccidere tutti i bambini al di sotto dei due anni. Per questo, nel Tractus Saepe expugnavérunt me, si fa riferimento agli assalti subiti fin dalla giovinezza, già si anticipano i solchi lasciati sul dorso da quanti ordiscono trame contro il Giusto, ma anche il trionfo ultimo del Signore che schiaccia la «cervice dei peccatori». Il modo utilizzato è l’ottavo, certamente tipico del Tratto, ma che indica sempre una perfezione: in questo caso, la perfezione dei patimenti di Cristo, che si compiono nel suo trionfo anticipato non solo dalle parole finali – Dóminus iustus concídet cervíces peccatórum –, ma anche dai richiami melodici ai cantici della veglia pasquale.

Il Salmo 128 viene troncato con il riferimento all’umiliazione degli iniqui, con il loro collo che viene calpestato dal piede del Signore, immagine del dominio del vincitore sul nemico sconfitto, che nel Salmo introduce altre immagini significative: la confusione di quanti odiano Sion, che divengono come l’erba che inaridisce appena spuntata, incapace di riempire i covoni di chi miete, segno della lontananza della benedizione di Dio. Questa domenica ci introduce nel tempo tragico della posizione dell’uomo davanti all’estremo tentativo del Figlio di Dio di conquistarlo a Sé con l’amore: da una parte un rifiuto sempre più accanito, che porta ad una vittoria momentanea e apparente, ma che invece è foriera di sterilità e oblio, dall’altra l’accettazione di unirsi ai patimenti e allo scandalo di Cristo, per divenire fecondi e fruttiferi.

Il Communio Hoc córpus quod pro vóbis tradétur: hic cálix novi testaménti in meo sánguine –, che nel rito riformato è stato trasferito nella Missa in Cena Domini, non è solo la risposta di Dio alla durezza del cuore dell’uomo, nell’offerta e nella consegna perpetua del suo corpo e del suo sangue nell’Eucaristia, ma è altresì l’offerta di entrare in comunione con la sua Passione mediante la manducazione del suo corpo immolato e del suo sangue versato. La Domenica di Passione, che tradizionalmente comporta la velazione del Crocifisso (e delle immagini sacre), svela in realtà come Dio ha deciso di trionfare sui propri nemici e cosa la Chiesa deve incessantemente offrire e ciò di cui nutrirsi nel tempo dello scontro radicale con il potere delle tenebre.



Ora di dottrina / 158 – La trascrizione

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