• NIGERIA

Il prezzo del petrolio cala, la povertà aumenta

Il forte calo del prezzo del petrolio – da 108 a circa 50 dollari al barile da giugno a oggi – danneggia tutti i Paesi produttori. Più di tutti però ne risentono le “cicale” che, negli anni in cui il prezzo saliva e i profitti erano elevati, hanno scialato e sprecato. Prima fra tutti, la Nigeria dove la poverta aumenta sempre di più. 

Oleodotto in Nigeria

Il forte calo del prezzo del petrolio – da 108 a circa 50 dollari al barile da giugno a oggi – danneggia tutti i Paesi produttori. Più di tutti però ne risentono le “cicale” che, negli anni in cui il prezzo saliva e i profitti erano elevati, hanno scialato e sprecato. Ancora lo scorso ottobre Angola e Nigeria, quest’ultima da poco promossa a prima economia d’Africa, si contendevano con orgoglio il titolo di primo produttore del Continente: maggiore la capacità estrattiva della Nigeria – 2 milioni di barili al giorno – ma compromessa da insicurezza e gestione poco accorta. A ruota l’Angola – 1,7-1,8 milioni di barili al giorno – avvantaggiato però dai molti giacimenti off shore, più al sicuro da attentati e furti. Adesso i governi di entrambi i Paesi, e con loro quelli degli altri produttori africani, rivedono bilanci e previsioni di crescita, consapevoli che, prima o poi, potrebbero essere costretti a varare misure economiche impopolari, necessarie per contenere le perdite e rimandare la bancarotta, ma che rischiano di provocare rivolte, sommosse e peggio ancora. 

Il crollo del prezzo del petrolio ha evidenziato la fragilità economica di Paesi che vantano da anni percentuali di crescita del Pil anche a due cifre, grazie essenzialmente alla vendita di materie prime tra cui petrolio e gas, ma in cui le maggiori risorse finanziarie disponibili non hanno prodotto sviluppo economico e umano, come conferma ogni anno l’Indice di sviluppo umano pubblicato dall’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che vede gran parte dei paesi africani, inclusi quelli produttori di petrolio, al fondo della classifica. È il risultato prima di tutto del persistere di politiche economiche di sfruttamento, per meglio dire di rapina, associate a livelli insostenibili di malgoverno e corruzione. Il Global Financial Integrity, centro studi Usa che si avvale della consulenza di esperti del Fondo monetario internazionale, ha da poco pubblicato un rapporto contenente stime aggiornate relative ai trasferimenti illeciti all’estero di capitali dai Paesi poveri ed emergenti. Nel 2012 i capitali sottratti allo sviluppo, un fenomeno particolarmente incidente sulla vita economica e sociale dei Paesi subsahariani, sono ammontati a 991 miliardi di dollari. Per il decennio 2003-2012 si è calcolata la cifra enorme di 6.600 miliardi di dollari.    

La Nigeria è il primo dei Paesi africani per ammontare di denaro trasferito all’estero illecitamente. Dal 1960, anno dell’indipendenza, a oggi i proventi derivanti dalla vendita del petrolio stornati dalle casse dello Stato superano da soli i 400 miliardi di dollari. Dopo quasi 60 anni che il Paese esporta greggio, il 68% della popolazione vive tuttora sotto la soglia di povertà, vale a dire con meno di 1,25 dollari al giorno. Inoltre il Paese dipende ancora all’80% dalle esportazioni di petrolio.  Una prima conseguenza di questo insieme di fattori è che la Nigeria ha riserve di valuta estera limitate e quindi ridotti margini di resistenza alla pressione esercitata sul bilancio nazionale dai minori introiti: 4,1 miliardi di dollari, meno della metà rispetto al dicembre 2012. Per un confronto, l’Arabia Saudita dispone di riserve per un ammontare di 745 miliardi di dollari. 

Altri Paesi africani produttori di petrolio sono nella stessa situazione della Nigeria sotto questo profilo. Come la Nigeria, inoltre, non dispongono di raffinerie sufficienti al fabbisogno nazionale (certi non ne hanno affatto) e quindi devono importare benzina e altri combustibili. Per renderli accessibili alla popolazione, li immettono quindi sul mercato al dettaglio a prezzi inferiori a quelli di acquisto, con ingenti perdite per le casse statali. Quando si riducono drasticamente le entrate pubbliche, una misura compensativa è aumentare il prezzo dei carburanti per ridurre gli oneri statali. Questo comporta una crescita generale del costo della vita proprio mentre in altri Paesi la minor spesa energetica si ripercuote positivamente sui prezzi di molte derrate. 

La Nigeria sta per andare alle urne e perciò lo schieramento politico al potere tenterà di ritardare la manovra per non alienarsi l’elettorato: due anni fa l’annuncio di un leggero aumento del prezzo della benzina aveva provocato proteste tali da indurre il governo a rimandare la decisione. A dicembre molti sindacati del settore petrolifero sono entrati in sciopero accusando il governo di aver lasciato andare in rovina le raffinerie e di rendere difficile il trasporto del petrolio per scarsa manutenzione delle strade. Chiedevano anche una riduzione del prezzo del petrolio e iniziative efficaci contro il furto di combustibili.  L’Angola invece ha già disposto a ottobre un taglio dei sussidi statali che ha comportato un aumento del 25%. Inoltre il governo angolano ha deciso di potenziare un’altra importante fonte di ricchezza nazionale, i diamanti, i cui proventi nei primi nove mesi del 2014 hanno raggiunto i 6,5 milioni di dollari. 

Per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2015 la Nigeria avrebbe bisogno che il prezzo del petrolio salisse a 118 dollari al barile. Per l’Algeria, che pur avendo riserve di valuta pari a 200 miliardi di dollari a fine anno ha chiesto all’Opec un taglio nella produzione per far risalire il prezzo del greggio, il barile dovrebbe costare 131 dollari. L’Arabia Saudita ha dichiarato che l’Opec non ridurrà la produzione neanche se il prezzo scendesse a 20 dollari al barile.