Il Pd teme il giudizio dei gazebo e rinnega le primarie
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Le primarie dovevano essere la prova della superiorità democratica del centrosinistra, oggi vengono trattate dal Pd come una malattia. Il motivo? Perché rivelerebbero le divisioni interne e i rapporti di forza con Giuseppe Conte nella leadership del Campo largo.
C’è una curiosa metamorfosi in corso nella sinistra italiana: quella che per anni ha accusato la destra di leaderismo, di decisioni calate dall’alto e di culto del capo, oggi sembra improvvisamente innamorata della politica senza elettori. Il grande popolo dei gazebo, quello che si metteva in fila la domenica mattina, versava due euro e aspettava il proprio turno per scegliere il segretario o il candidato premier, sembra essere diventato un fastidioso ricordo del passato.
Le primarie, un tempo presentate come la prova plastica della superiorità democratica del centrosinistra, oggi vengono trattate da una parte crescente del Pd come una pericolosa malattia da evitare. Ogni giorno c’è un esponente dem pronto a spiegare che no, adesso proprio non si può: le primarie dividono, lacerano, producono fratture, rischiano di far saltare la coalizione.
L’ultimo è stato Antonio Decaro, governatore della Puglia, che ha riconosciuto come le primarie siano “nel Dna” del centrosinistra, salvo poi avvertire che possono lasciare “fratture” e sostenere la necessità di costruire prima un accordo politico. Prima di lui Roberto Speranza aveva usato toni ancora più drastici, definendo le primarie un possibile “clamoroso autogol” e un “bagno di sangue”. Dario Franceschini non le ha formalmente bocciate, ma ha chiesto che prima venga costruito un patto tra le forze della coalizione, con programma e regole condivise.
L’europarlamentare Stefano Bonaccini, sulla stessa linea, ha spiegato che prima bisogna costruire coalizione e programma e solo dopo scegliere il candidato. Nessuno, dunque, ha ancora scritto ufficialmente il necrologio delle primarie. Ma il messaggio politico che arriva dal Pd è sempre più chiaro: meglio evitare che siano gli elettori a decidere, se esiste il rischio che decidano qualcosa di diverso da ciò che i gruppi dirigenti hanno in mente.
Ed è qui che la faccenda diventa interessante. Perché le primarie, per loro natura, servono esattamente a questo: a decidere. E decidere significa anche poter perdere. Se invece la consultazione popolare deve arrivare soltanto dopo che partiti, correnti e leader hanno già trovato un accordo, allora non è più una vera primaria. È una ratifica. Una benedizione popolare di una decisione presa altrove.
Per anni la sinistra ha spiegato agli italiani che la politica doveva essere aperta, partecipata, contendibile. Ha costruito una liturgia attorno ai gazebo, alle file degli elettori, ai due euro, alle schede e ai risultati comunicati a tarda sera. Le primarie sono state il modo attraverso cui il centrosinistra ha cercato di dare una legittimazione popolare alle proprie leadership. Certo, non sono mai state perfette. Hanno prodotto scontri, campagne aggressive, personalismi e qualche risultato discutibile. Ma avevano almeno un pregio: consentivano agli elettori di parlare. Oggi, curiosamente, il problema sembra essere proprio questo. Perché quando un partito è forte, le primarie sono uno strumento di legittimazione. Quando è debole, possono diventare uno strumento di verità. E la verità, evidentemente, fa paura.
Il centrosinistra non teme soltanto le divisioni che una competizione potrebbe produrre. Teme ciò che quella competizione potrebbe rivelare: i rapporti di forza reali, il peso di Giuseppe Conte, la distanza tra gli apparati e gli elettori, le ambizioni personali, le correnti, le leadership che sulla carta sembrano fortissime e magari nei gazebo lo sarebbero molto meno. E infatti c’è un paradosso che dovrebbe far riflettere: mentre nel Pd si moltiplicano le cautele e gli appelli a non fare le primarie, il Movimento 5 Stelle le difende. Non per improvvisa conversione alla tradizione socialdemocratica, naturalmente, ma perché Giuseppe Conte ritiene di poterle vincere. E allora improvvisamente i grillini scoprono che far decidere gli elettori non è poi così male. Che coincidenza.
Il punto, dunque, non è stabilire se le primarie siano buone o cattive in assoluto. Il punto è capire chi debba scegliere il leader del centrosinistra. Gli elettori o gli apparati? I gazebo o i caminetti? Il voto degli iscritti e dei cittadini oppure la trattativa tra i partiti? Perché se la risposta è che bisogna prima mettersi d’accordo e poi chiedere agli elettori di confermare, allora il centrosinistra ha cambiato modello senza avere il coraggio di ammetterlo. E sarebbe una trasformazione clamorosa.
La sinistra che per anni ha accusato la destra di essere verticale rischia di diventare verticale proprio nel momento in cui è più divisa. La sinistra che contestava il leaderismo oggi sembra preferire la designazione alla competizione. La sinistra che celebrava la partecipazione popolare oggi teme il popolo quando non sa quale risposta darà. Ma c’è un’obiezione ancora più semplice: se le primarie dividono, perché non si costruiscono regole per impedire che chi perde rompa tutto? Se sono rischiose, perché non si stabilisce prima un programma comune, un patto di lealtà e l’obbligo di sostenere il vincitore? Se possono produrre fratture, perché la soluzione dovrebbe essere togliere agli elettori la possibilità di scegliere?
Dire che le primarie sono divisive è un po’ come prendersela con il termometro perché segnala la febbre. Le divisioni esistono già. Le primarie, semmai, le rendono visibili. E forse è proprio questo che oggi qualcuno vuole evitare. Perché un conto è litigare nei corridoi, nelle riunioni riservate e nelle dichiarazioni ai giornali; un altro è scoprire davanti a un gazebo chi abbia davvero il consenso degli elettori.
Così il popolo dei due euro rischia di essere mandato in pensione. Al suo posto tornano i tavoli, le mediazioni, i veti, le telefonate e le riunioni a porte chiuse. Non più “scegli tu chi deve guidarci”, ma “decidiamo noi chi può guidarci e poi chiediamo agli elettori di seguirlo”. Dopo anni di lezioni sul leaderismo impartite alla destra, sarebbe una nemesi quasi perfetta: la sinistra che aveva fatto dei gazebo il simbolo della partecipazione finisce per riscoprire i caminetti. E forse la vera paura delle primarie è proprio questa: che, una volta tanto, siano gli elettori a dire al Palazzo chi comanda.


