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Il Papa su Twitter: ne vale la pena?

Un mare di "followers" per i tweet del Papa, ma anche una valanga di insulti e profili "doppioni" per irridere Benedetto XVI e i suoi fedeli. A un mese dallo sbarco della Santa Sede su Twitter, un bilancio su questo esperimento.

Benedetto XVi su Twitter

Venti tweet, sette profili in lingua che si "seguono" uno con l’altro, oltre 1.400.000 followers. A un mese dallo sbarco della Santa Sede su Twitter, un bilancio di “Pontifex” (questo l’account scelto per il Santo Padre) è già possibile farlo.
Terreno insidioso, se non ostile per la Chiesa, quello del social network che ha come simbolo un uccellino blu e un gergo tutto suo. Sulla piattaforma virtuale più "cool" del momento, infatti, non si svolgono orazioni, si “cinguetta” all’interno degli ormai noti 140 caratteri e l’importanza dei profili si conta, sulla base di quanti utenti sono disposti a “seguire” (pigiando il tasto “follow”).

Tanto per intenderci, se Barack Obama è già oltre i 25 milioni di followers, l’icona gay-pop Lady Gaga presto raggiungerà i 33. E gli stessi politici italiani, su numeri decisamente più bassi, si stanno giocando una partita tutta virtuale. Per un Monti (158.000 followers) che annuncia la “sua salita” twittando (e stupisce i commentatori per il suo linguaggio adolescenziale fatto di “wow” e faccine ammiccanti) c’è un Berlusconi che insegue forzando i toni (65.000) e un Bersani (215.000) che osserva sornione, forte del fatto di essere partito in anticipo.

Ma quando si parla del Papa le logiche sono e devono essere completamente diverse. Non possono di certo bastare gli “otto consigli per cinguettare bene” al Professor Monti firmati da Beppe Severgnini, cultore e guru (autonominato) del social network che tanto piace ai giornalisti. Soprattutto per chi pensa, come chi scrive su queste colonne, che la parola del Pontefice, rispetto a quella dei pur rispettabili opinionisti e politici, abbia un “altro” valore.

Dato che l’argine, ad ogni modo, è già stato rotto e, come avrete capito, l’avremmo caldamente sconsigliato, proviamo a guardare a ciò che sta succedendo senza pregiudizi, con la viva speranza che chi se ne sia fatto promotore abbia dato a chi guida la Chiesa, già gravata da ben altri pesi, tutti gli elementi necessari per valutare questa decisione.

Partiamo dalle dolenti note. Alcuni pericoli, facilmente prevedibili alla vigilia, si sono purtroppo tramutati in realtà.
Al di là della scelta infelice riguardo all’account (Pontifex è anche il nome di un sedicente sito “ultracattolico” che ha già messo in imbarazzo la Santa Sede), per ogni messaggio (o tweet) del Papa, i commenti ironici e gli insulti si sprecano. D’altra parte, la parola della Chiesa sui social network per molti è un corpo estraneo da scacciare. E, forse per la prima volta nella storia, con questa facilità, si può calpestarla, sicuri del proprio anonimato. Fermare quest’onda di fango non è fisicamente possibile.
Certo, laddove ci fosse diffamazione, si potrebbe chiedere l’intervento delle autorità (dalla Polizia Postale in sù), ma la facilità con cui si possono creare infiniti profili rende questo tipo di difesa del tutto vano.

Ma la cosa più inquietante sono i profili “fake”. In poche parole i doppioni. Da quelli palesemente irrisori, a quelli che, più perfidamente, imitano in tutto e per tutto l’account Pontifex, giocando in qualche modo alle marionette. Citarli darebbe soltanto visibilità a questi tristi, ma numerosi, buontemponi.

Eppure, nonostante tutto, sono proprio le parole di Benedetto XVI l’unica cosa che riluce e che non sembra poter mai soccombere davanti a tanta miseria.
«Quando ci affidiamo totalmente al Signore, tutto cambia. Noi siamo figli di un Padre che ci ama e non ci abbandona mai» ha twittato nei primi giorni del nuovo anno il Papa. E forse, questa coscienza è l’unica cosa che salva, anche dai cattivi consigli.