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Il Papa, i comici e l'equivoco su Tommaso Moro

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San Tommaso Moro è stato recentemente citato nel corso dell'incontro che il Papa ha svolto con i comici. Nota era la sua ironia, ma non fu l'ironia a farne un santo martire. Fare di lui un buffone non fa onore ad un uomo che in ogni momento ebbe, sì, la battuta pronta, ma che diede prova di una profondità e di una serietà senza uguali. 

Ecclesia 26_06_2024

Il 22 giugno la Chiesa ha ricordato i martiri inglesi Tommaso Moro, gran cancelliere del Regno d’Inghilterra, e John Fisher, vescovo di Rochester. Entrambi persero la vita per mano del re Enrico VIII a causa del loro rifiuto di firmare l’atto di Supremazia che sentenziava la separazione del Regno dalla Chiesa di Roma e l’insubordinazione al Papa.

Tommaso Moro è stato recentemente, e più volte, citato nel contesto di un incontro avvenuto in Vaticano il 14 giugno tra papa Francesco e una delegazione di comici provenienti da tutto il mondo, in particolare dall’Italia. Un incontro organizzato dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione guidato dal card. José Tolentino de Mendonça con l’aiuto del sacerdote gesuita Antonio Spadaro, presenti, tra gli altri, all’incontro.

Rivolgendosi a questa anomala delegazione nella Sala Clementina il Papa ha confidato che da più di 40 anni prega di prendere la vita con sana ironia recitando le parole attribuite a san Tommaso Moro: «Dammi, Signore, il senso dell’umorismo». Francesco ha invitato gli artisti a conoscere questa preghiera incaricando i superiori di distribuirla.

Al termine dell’incontro la comica italiana Luciana Littizzetto ha solennemente letto la preghiera “Del buon umore” a tutti i presenti che hanno risposto con un grande applauso.

In effetti uno dei motivi per cui il santo inglese è comunemente ricordato – assieme alla composizione di Utopia e alla vicenda del suo martirio – è il suo carattere allegro e la sua proverbiale ironia di cui danno conto le numerose testimonianze di chi lo ha conosciuto, le sue lettere e i suoi epigrammi.

Tuttavia, nel sottolineare un solo aspetto della figura di Tommaso Moro rischiando di ricordarlo solo ed esclusivamente per la sua allegria e la sua sagacia, si insinua un terribile equivoco: quello di considerarlo un semplice buffone, un facilone e un ingenuo pagliaccio dai buoni sentimenti da presentare al mondo per indicare la via del riso e dell’ironia. In realtà è necessario ricordare un dato basilare: nel 2000 Tommaso Moro è stato proclamato da san Giovanni Paolo II patrono dei governanti e politici, non certo patrono dei comici e degli umoristi.

Non è infatti la sua ironia a fare di lui un santo ma il suo vivere sempre ed in ogni situazione, fin dall’inizio della sua carriera, illuminato dalla luce della fede con una coscienza retta e una coerenza che lo ha portato fino al martirio, ossia alla vita donata per la difesa della fede. Dal periodo giovanile di formazione, la sua difficile e travagliata scelta vocazionale, il suo matrimonio, la vedovanza e il secondo matrimonio, l’impegno come giudice nella City e la sua carriera politica alla Corte di Enrico VIII e infine il suo epilogo segnato dal completo isolamento e dal tradimento di chi gli fu amico e confidente.

Fare di Tommaso Moro un buffone non fa onore ad un uomo che in ogni momento ebbe, sì, la battuta pronta – segno di una capacità di affrontare i problemi con la giusta dose di leggerezza – ma che diede prova di una profondità e di una serietà senza uguali al momento di prendere decisioni importanti per la sua vita. Ultima delle quali quella di voltare le spalle al suo Re per seguire la sua coscienza, decisione che comportava gravissime conseguenze non solo per la sua persona, ma per tutti i suoi cari.

Non un buffone dunque, non un comico, ma un uomo che ebbe ben chiare le priorità e seppe distinguere sapientemente il tempo per piangere dal tempo per ridere (cfr. Qo 3,4).