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Il nuovo baratro: l’eutanasia per frattura dell’anca

Provincia del Quebec, un rapporto della Commissione sul fine vita rileva che ci sono almeno 13 casi in cui i requisiti legali per l’eutanasia sono stati violati e, in tre di questi, la persona poi uccisa aveva «una frattura dell’anca». È la riprova che una volta che passa il concetto che esistano vite indegne di essere vissute si spalancano le porte dell’inferno.

Cosa può spingere a chiedere l’eutanasia? Se in Italia si pone questa domanda a un qualsiasi tifoso dell’autodeterminazione assoluta, ci si sentirà rispondere che è ovvio: la «dolce morte» è sempre l’extrema ratio, l’ultima spiaggia di persone flagellate dal dolore verso le quali sarebbe disumano non provare pietà. Posto che a nessuno dovrebbe essere riconosciuto il «diritto» di morire - che poi, sul piano pratico, sarebbe il «diritto» di essere uccisi -, la realtà dell’eutanasia è nei fatti molto diversa. E inquietante.

L’ultima prova ci arriva dal rapporto della Commissione sul fine vita del Quebec. Si tratta di 40 pagine con le quali sono stati esaminati i casi di 1.300 persone che, tra il 1° aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’«aide médicale à mourir» (AMM), ossia alla morte medicalmente assistita. Il documento spiega che nell’88% dei casi le persone eutanasizzate avevano più di 60 anni, nel 75% avevano il cancro, nell’88% una diagnosi fino a sei mesi di sopravvivenza e nell’89% una sofferenza fisica e psicologica.

Fin qui tutto ‘normale’, si fa per dire: 1.300 persone eliminate in un anno in una provincia che ha meno abitanti della Lombardia non sono poche. Anzi, è una vera e propria mattanza. Ma il peggio deve ancora venire. Il rapporto spiega infatti che in 13 casi «i requisiti per la somministrazione dell'AMM previsti dalla legge non sono stati rispettati». Tradotto dal burocratese: 13 persone sono state uccise in modo illegale in un Paese che pure riconosce il «diritto» di essere uccisi. Ma son solo l’1%, ribatteranno gli ultrà dell’autodeterminazione. Che però, se si trattasse di qualche loro parente, forse sarebbero più cauti. Ma andiamo avanti perché ora arriva il “dettaglio” più sconvolgente.

A pagina 11 il report afferma: «In tre casi, la Commissione era del parere che le informazioni fornite non dimostrassero che la persona aveva una malattia grave e incurabile nel senso stretto della Legge». Leggendo queste parole, uno può credere che i tre pazienti che hanno ottenuto la morte non fossero prossimi alla morte ma comunque, come si usa volgarmente dire, messi proprio male. E invece no. Infatti la Commissione del Quebec, in una nota a piè di pagina – il diavolo si nasconde sempre nei dettagli! -, precisa a che cosa si riferisce quando, sopra, parlava di «malattia non grave e incurabile nel senso stretto della Legge»: «In tutti e tre i casi, la diagnosi della persona era una frattura dell’anca».

La nota continua poi con una sottolineatura che ha del tragicomico: «La Commissione è del parere che la frattura dell’anca non sia una malattia grave e incurabile». Ci si può fermare qui. Perché ce n’è evidentemente già abbastanza per chiedersi - per quanto critica possa essere una frattura dell’anca, specie per chi non è più giovanissimo - dove si stia andando se basta questo, ormai, per ottenere la soppressione della propria vita. Il tutto dando ovviamente per scontato che le persone eutanasizzate per «frattura dell'anca» fossero quantomeno consenzienti; anche fosse: non possono più confermare né smentire, oggi.

Viceversa, noi che siamo spettatori, per quanto apparentemente distanti, di questo scempio, abbiamo il dovere di capire che il Quebec è molto meno lontano di come sembra. Per un motivo semplice: una volta che passa il principio che esistano vite indegne di essere vissute - come da decenni spiegano, inascoltati, i bioeticisti più coscienziosi - si spalancano non metaforicamente ma letteralmente le porte dell’inferno. Naturalmente, aspettiamoci presto le minimizzazioni, pure davanti all’eutanasia per «frattura dell'anca», ad opera degli ayatollah del laicismo. Per loro va sempre tutto bene. Ma chiunque abbia un minimo di buon senso può giudicare da sé l’orrore verso cui, con l’eutanasia, stiamo andando.