• L'ANALISI

Il Nord Africa teme l'effetto contagio

Grande incertezza sul futuro della Tunisia, ma il rischio che cadano altri regimi della regione è alto. A cominciare dall'Egitto.


I drammatici eventi in Tunisia  fanno nascere due interrogativi: il primo riguarda i possibili scenari del paese dopo Ben Ali; il secondo, l’impatto che i fatti in Tunisia possono avere sugli altri paesi nord-africani retti da regimi autoritari o semi-autoritari.

Quanto alla prima questione, bisogna tener presente che la vera forza che guida il Paese è l’esercito. Nel 1987 erano stati i generali a decretare la fine del vecchio Bourguiba e a portare alla guida del governo Ben Ali. Ora ripetono l’operazione, ma il contesto è decisamente cambiato, la Tunisia è cresciuta sia come popolazione – soprattutto giovane – sia come ricchezza, sia soprattutto come coscienza, visto che oggi con Internet e i satelliti è possibile conoscere un mondo che venti anni fa non era neanche immaginabile. Del resto la corruzione e l’aumento delle disparità sociali createsi con il governo di Ben Ali rendono urgenti delle riforme politiche ed economiche, senza le quali sarà ben difficile riportare la situazione sotto controllo. Lo dimostra il fatto che la fuga di Ben Ali non ha placato affatto le proteste anche perché la guida ad interim è stata affidata Mohamed Ghannouchi, che di Ben Ali era il fedele esecutore. D’altra parte, nell’opposizione legale, non si vede un’alternativa. Malgrado ciò il comitato di transizione, se non vuole perdere il controllo del Paese, deve varare subito delle riforme, a cominciare da quella elettorale, già promessa, in modo che entro sei mesi si possa votare in modo democratico.

Ma qui si intrecciano le vicende della Tunisia con quelle del resto del Nordafrica e del Medio Oriente. Algeria, Marocco, Egitto, anche la Libia, pur con situazioni interne diverse fra loro, condividono però con la Tunisia una lunga stagione di governi autoritari che si sono dimostrati incapaci di rispondere alle sfide della modernizzazione dei rispettivi paesi e che sono ormai al capolinea. In questi anni uno dei principali puntelli dei regimi è stata la minaccia del fondamentalismo islamico, che ha giustificato l’autoritarismo. Ma questo, ormai, non regge più, sia perché oggi prevale l’insofferenza verso regimi incapaci e corrotti, sia perché il fondamentalismo si presenta come l’unica alternativa capace di rispondere a questa situazione. Al punto che i partiti religiosi contano di poter conquistare il potere con le elezioni democratiche. Nella migliore delle ipotesi potrebbe fare scuola il “modello Turchia”, dove un partito islamico bilanciato dall’esercito riesce a far convivere istanze religiose e laiche. Ma nella peggiore si potrebbe replicare quanto già successo recentemente a Gaza con la vittoria di Hamas e più indietro con il tempo in Algeria, con la larga vittoria elettorale del Fis (Fronte Islamico di Salvezza).

Il timore di un contagio nella regione è perciò palpabile, e un’avvisaglia se ne è avuta ieri addirittura in Sudan, dove le opposizioni hanno invitato la popolazione a scendere in piazza come in Tunisia. Ma l’anello più debole è senz’altro l’Egitto, come abbiamo visto nelle scorse settimane, dove siamo nel mezzo di un processo di transizione che sta creando una notevole instabilità e dove la presenza fondamentalista è molto più minacciosa che in Tunisia o Marocco.
Per questo sarà importante vedere cosa accadrà nei prossimi giorni e settimane in Tunisia.