Il negoziato infinito che lascia nell’incertezza il Golfo Persico
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Il destino del negoziato di pace che dovrebbe chiudere il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele ma vinto sul piano militare dall’Iran resta incerto. Teheran non molla sul controllo di Hormuz. E la profonda crisi sta minando i rapporti tra Washington e le monarchie arabe del Golfo.
Mentre l’Iran si accinge a celebrare da domani e fino al 9 luglio i funerali solenni della Guida Suprema, Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nel primo giorno dei raid aerei statunitensi e israeliani contro la Repubblica islamica, il destino del negoziato di pace che dovrebbe chiudere il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele ma vinto sul piano militare dall’Iran resta incerto.
Il Pakistan, che da mesi svolge il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran, ha confermato che le due parti hanno registrato un «progresso positivo» nei colloqui indiretti svoltisi a Doha sul memorandum d'intesa. In un comunicato diffuso giovedì, il Ministero degli Esteri pakistano ha precisato che i mediatori pakistani e qatarioti hanno tenuto incontri separati con i delegati iraniani e americani nella capitale qatariota, ottenendo avanzamenti concreti sulla discussione del memorandum d'intesa firmato a Islamabad e seguita dal vertice di Lucerna, in Svizzera. Le due delegazioni hanno concordato di riprendere i negoziati «nel più breve tempo possibile» al termine delle cerimonie di commemorazione di Ali Khamenei. Anche il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha riferito di «sviluppi positivi» ma senza entrare nei dettagli.
L'Iran ha reso noto di aver raggiunto un accordo con gli Stati Uniti sullo sblocco di parte dei 6 miliardi di dollari di fondi congelati in Qatar, che la Repubblica islamica potrà utilizzare per acquistare beni di prima necessità, ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, al termine dei colloqui indiretti di Doha. Il tema più rilevante resta forse quello del controllo dello Stretto di Hormuz e a tal proposito Gharibabadi ha le idee chiare. «Hormuz è definito sotto il comando dell'Iran, non del Comando Centrale statunitense. Un vertice militare in Bahrein non può creare ordine giuridico e sicurezza per il Golfo Persico. La sicurezza regionale sarà garantita dalla fine dell'intervento e dal ritiro degli Stati Uniti dalla regione, dal rispetto della sovranità dei paesi e dall'accettazione delle nuove realtà geopolitiche, non sotto l'ombrello militare statunitense». Secondo il giornale web americano Axios, gli Stati Uniti stanno cercando di dissuadere l’Iran dallo stabilire un sistema di pedaggi per l'attraversamento dello Stretto di Hormuz prospettando la revoca delle sanzioni che per Washington potrà però avvenire solo dopo un accordo sul programma nucleare iraniano. Secondo la fonte dell’amministrazione americana, un accordo sul nucleare avrebbe «cento volte più valore dell'usare tattiche da gangster per provare a fissare un pedaggio».
Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, dopo aver ribadito che Teheran preferisce la via diplomatica con Washington ma è pronta alla guerra se necessario, ha sottolineato che l’Iran non intende cedere sui propri diritti nello Stretto di Hormuz, ribadendo che la sovranità su questa via d'acqua strategica è «un dono divino», spetta a Iran e Oman e che il transito avviene secondo le regole fissate da Teheran. Ha aggiunto che il memorandum d'intesa prevede il passaggio gratuito per soli 60 giorni.
Per il vicepresidente americano JD Vance, «abbiamo in mano tutte le carte vincenti per la trattativa: vogliamo ovviamente che abbia successo, ma anche in caso contrario avremmo comunque raggiunto l'obiettivo fondamentale, ovvero garantire che l'Iran non arrivi mai a possedere un'arma nucleare. Gli iraniani non hanno colpito navi nelle ultime due settimane e il petrolio continua a fluire attraverso lo Stretto di Hormuz, in parte perché il presidente Trump ha chiarito che, se avessero attaccato le navi, avremmo risposto. Dunque, a volte serve la politica del bastone e della carota». Vance, parlando con Fox News, ha aggiunto: «Credo davvero che gli Stati Uniti si trovino in una posizione di grande vantaggio, qualunque sia l'esito finale del negoziato. Se la trattativa dovesse avere successo, cosa che ovviamente auspichiamo, ci troveremmo di fronte a un Iran trasformato in modo permanente: un Paese che non finanzia più attori regionali, terrorismo e instabilità, che ha rinunciato definitivamente a qualsiasi ambizione di dotarsi di armi nucleari e che, di conseguenza, viene riaccolto nell'economia globale». Si tratta di uno scenario che «sarebbe un risultato eccellente per il popolo americano e per l'intera regione. Ma se, d'altra parte, gli iraniani non dovessero cambiare atteggiamento, se non dovessero concedere quanto richiesto nei negoziati, il loro programma nucleare rimarrebbe comunque distrutto, così come le loro forze armate convenzionali, e gli Stati Uniti manterrebbero comunque una posizione di netta superiorità rispetto a loro», ha concluso Vance.
Vance non ha parlato degli arsenali di missili balistici iraniani, che durante il conflitto Washington e Israele volevano annientare senza però riuscire a colpire fabbriche e depositi posti a oltre 100 metri di profondità o all’interno di montagne. Giovedì il ministro della Difesa ad interim iraniano, il generale Majid Ebn-e-Reza, ha ribadito che la produzione di missili e droni dell'Iran non è un tema inserito nel negoziato e che rappresenta una linea rossa. Il militare ha evidenziato i risultati raggiunti nella guerra contro Israele e Stati Uniti e ha assicurato che Teheran continuerà a sviluppare queste capacità.
La profonda crisi determinata dal fallimentare attacco di USA e Israele all’Iran sta minando i rapporti tra Washington e le monarchie arabe del Golfo, Arabia Saudita in testa. Al punto che, come ricordava il 30 giugno il Wall Street Journal, Riad aveva negato temporaneamente l'accesso al suo spazio aereo a cento velivoli americani pronti a decollare per partecipare al Project Freedom, un'operazione volta ad aprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Come conseguenza di quell’attrito, gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di ridurre la propria presenza militare in Arabia Saudita, concentrando le forze in Paesi che si sono mostrati più solidali come Israele e Giordania. Le stesse fonti hanno precisato che la pianificazione è ancora in una fase iniziale e che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva ma la vulnerabilità delle basi americane nel Golfo rispetto agli attacchi di missili e droni iraniani sta provocando un danno reputazionale considerevole agli Stati Uniti e a Israele.
La scorsa settimana il segretario di Stato Marco Rubio si è recato nel Golfo per incontri con alti funzionari della regione e ha visitato gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e il Bahrein, ma non l'Arabia Saudita. A Riad devono essersi offesi non poco se il principe ereditario Mohammed bin Salman ha declinato l’invito a partecipare al G7, protestando contro la gestione della guerra all'Iran da parte degli Stati Uniti. Bin Salman ha puntato molto su Donald Trump ma l’atteggiamento della Casa Bianca suscita crescenti perplessità anche tra gli alleati più stretti degli USA, in Medio Oriente come in Europa. Non aiutano commenti come quello fatto l’1 luglio da Trump: «La guerra in Iran sta andando avanti, e la sto vincendo molto facilmente». Di questo passo il rischio è che la prossima “vittoria” di Trump mandi a rotoli le tradizionali relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita, compromettendo la presenza statunitense nel Golfo Persico.

