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Il mito della decrescita va al governo

Quanto ai temi economici il Movimento 5 Stelle si rifà in gran parte alla teoria della "decrescita felice". Si possono condividere le esigenze di fondo, ma la risposta alla crisi economica non può passare da misure irrealistiche.

Crisi economica

Alla base ci sono tante buone idee: il rispetto della natura, l’uso intelligente delle risorse, la condivisione degli acquisti, l’attenzione alla qualità della vita, il risparmio energetico, un sano distacco dalla tecnologia. E’ su questi principi, ampiamente condivisibili, che trova le sue fondamenta quel movimento della “decrescita felice” che è stato lanciato in Francia da Serge Latouche e che ha trovato spazio anche in Italia e alcune delle cui tesi sono state riprese anche dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.

E c’è anche un altro principio, anche questo altamente condivisibile, quello secondo cui non si deve giudicare la realtà economica solamente dai numeri, in particolare dal quel Prodotto interno lordo che è da sempre considerato il termometro della salute economica delle nazioni, ma si deve tener conto anche dei fattori qualitativi, magari arrivando a misurare anche ambiziosamente anche la felicità.

Tutto bene allora? La decrescita può essere veramente una soluzione di fronte alla crisi economica più grave dopo quella del 1929? E’ realistico pensare, come propone Grillo, che sia possibile “lavorare meno per lavorare tutti” dimezzando l’orario di lavoro e dando a tutti un reddito di base (o di cittadinanza) anche a chi non può o non vuole lavorare?

E’ a questo punto che il realismo dei valori si scontra con le logiche di una realtà umana, prima che economica, con le regole di una dinamica sociale dove i valori non sono solo nel rapporto con il mondo esterno, ma sono essenzialmente nella persona e nel rapporto con gli altri.

E allora ci sono due enormi punti deboli su cui è necessario riflettere. Il primo è strettamente economico. E’ vero che atteggiamenti responsabili come il risparmio energetico possono portare ad una positiva diminuzione del valore della produzione e ad una riduzione dell’inquinamento e quindi ad un aumento della qualità della vita. Ma non è vero il contrario: se la frenata dell’economia deriva, come ora, dal calo della domanda, dalla frenata demografica, dalla mancanza di competitività, le ricadute sociali in termini di minori redditi e di disoccupazione non possono che essere fortemente negativi.

Il secondo problema è di carattere generale. Il bene principale che una società moderna deve difendere è quello della libertà, una libertà che ovviamente si ferma dove inizia la libertà dell’altro. Quindi dobbiamo puntare ad una società capace di creare le condizioni per un’alta qualità della vita, ma profondamente rispettosa della volontà di ciascuno di impegnarsi nel lavoro, nella vita sociale, nella testimonianza della propria fede. Una società capace di creare ricchezza e di sollecitare la responsabilità di ciascuno, e se necessario l’intervento dello Stato, perché questa ricchezza venga condivisa con l’efficacia della solidarietà.
In pratica la decrescita può essere un effetto (preterintenzionale) di scelte responsabili e condivise, ma è enormemente pericoloso pensare che sia un obiettivo, una finalità della politica. “Crescere meno” è del tutto diverso dal “crescere meglio”.  Perché se utilizzato bene il progresso della scienza e della tecnica può essere una soluzione ai problemi della società molto più che la speranza bucolica di un ritorno alla natura.