Il maliano che promuove le mutilazioni genitali femminili
Un predicatore del Mali (ma residente in Spagna), Moulé Diakité, usa i moderni metodi della comunicazione social per promuovere le mutilazioni genitali femminili, in particolare l'escissione. Oltre allo scandalo, è scontro sull'interpretazione dell'islam.
Le reti social in Africa ad agosto si sono occupate di una delle istituzioni tradizionali africane più radicate e discusse: le mutilazioni genitali femminili, Mgf. Non è un fatto insolito. Le organizzazioni e le istituzioni che cercano di sradicarle si servono anche delle reti social per combatterle, consapevoli dell’efficacia, per rapidità di diffusione e per quantità di persone che si possono raggiungere, di questi mezzi di comunicazione. Ma questa volta a ricorre a Whatsapp non è stata una associazione o un ente che sta conducendo una campagna di sensibilizzazione contro le Mgf. Al contrario, è stato un uomo, un musulmano che si presenta come “predicatore”, Koué Diakité, e lo ha fatto per lanciare una campagna in difesa dell’escissione praticata nel suo paese, il Mali.
La campagna si intitola “Oui à l’excision”, Si all’escissione. “Proteggiamo le nostre figlie”. “Costruiamo il loro futuro”, “Facciamo rispettare la legge”, “Insieme, difendiamo l’escissione in Mali” si legge nei post pubblicati da Diakité. In altri post, che però sembra siano stati realizzati con l’Intelligenza Artificiale, compaiono dei giovani maschi e le scritte sono le stesse. La Bbc, che si è interessata alla vicenda, ha scoperto che Diakité è una persona reale, che vive in Spagna. È da lì che si rivolge al suo paese.
In Mali secondo dati forniti dalle Nazioni Unite, l’89% delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni sono mutilate. Nel paese si pratica l’escissione che consiste nella rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra, con o senza rimozione anche delle grandi labbra. Da molti anni organizzazioni locali e internazionali cercano di dissuadere le famiglie dal sottoporre le figlie all’intervento, con qualche risultato incoraggiante soprattutto a partire dal 2002 quando è stato istituito il Programma nazionale di lotta contro la pratica dell’escissione sotto la guida del ministero per la promozione della donna, dell’infanzia e della famiglia. Ma l’istituzione è profondamente radicata nella cultura e nella società maliane. Inoltre manca una legge che la vieti e le giunte militari al potere dal 2020 hanno altre priorità, soprattutto come non essere sopraffatte dai gruppi jihadisti e dalle pressioni secessioniste dei Tuareg, e, come le amministrazioni precedenti e come la maggior parte dei governi africani, sono caute e esitanti ad adottare misure sanzionatorie sapendo quanto sarebbero impopolari. Anche le autorità religiose – il 94-95% della popolazione è musulmana – non sono propense a prendere posizione perché nell’islam non c’è concordanza di giudizio in merito alle Mgf.
La legge sacra dell’islam, la shari’a, si fonda sul Corano, parola di Allah increata, e sulla Sunna, l’insieme di ciò che il profeta Maometto ha detto, fatto o tacitamente approvato. Nel Corano delle Mgf non si parla. Però Maometto secondo diversi studiosi ha approvato esplicitamente o indirettamente almeno una delle Mgf, l’escissione. Un hadith, uno dei racconti sulla vita del Profeta, riporta che Maometto interpellato in merito da una donna che praticava l’escissione abbia detto “non tagliare severamente, poiché questo è meglio per la donna e più desiderabile per il marito”. Koué Diakité ricorre a un altro hadith, quello in cui Maometto implicitamente riconosce le Mgf perché ha detto: “quando le due parti circoncise si incontrano, il bagno rituale diventa obbligatorio”.
Questo per lui e per tanti altri musulmani è sufficiente per credere che l’escissione sia una inviolabile prescrizione dell’islam. Perciò sentenzia, rivolgendosi a chi lo segue: «lottare contro l’escissione femminile esclude il musulmano dall’islam. Tra i dieci atti che rendono un musulmano un miscredente, c’è l’atto di provare avversione verso anche un singolo insegnamento del Profeta, e su questo non c’è discussione: la mutilazione genitale femminile è un autentico insegnamento dell'islam. Fate attenzione a non morire pensando di essere musulmani mentre non lo siete».
In Mali molte sono state le reazioni indignate e allarmate, e continuano. Zeinabou Tina Idé, attivista di origine nigerina impegnata in campagne per l’accesso a istruzione e sanità e contro le pratiche lesive dei diritti umani, anche lei musulmana, è tra le persone che contestano le affermazioni di Diakité. Sostiene che l’islam non prescrive affatto l’escissione. Lo fa ricorrendo ad Al-Azhar, la massima autorità dell’islam sunnita: «ha emesso una fatwa – spiega – in cui si afferma che le mutilazioni genitali femminili non hanno fondamento religioso e costituiscono un attacco alla dignità umana». Tuttavia la campagna pro escissione la preoccupa: «ciò che mi ha particolarmente preoccupata – dice – è stato il fatto che questa campagna abbia utilizzato i moderni codici di comunicazione sui social media per dare una sorta di parvenza di legittimità a una pratica che mina l'integrità fisica di ragazze e donne».
Sotto pressione, spaventati all’idea di fare qualcosa che li escluda dall’islam, dei genitori musulmani devoti continueranno a mutilare le figlie, come succede nei paesi a maggioranza musulmana in cui sono state adottate leggi che vietano le Mgf. Anche i non musulmani che le praticano sono riluttanti ad abbandonare una pratica che, come le altre che per secoli hanno regolato la vita delle comunità alle quali appartengono, credono sia stata istituita dagli antenati fondatori e per rispetto e timore della loro collera va conservata. Ma è ancora più difficile per un musulmano perché l’islam ha sacralizzato quelle istituzioni proclamandole volontà divina.


