• LA RECENSIONE

Il libro sul Risorgimento che non troviamo sui libri

Stragi, una vera e propria guerra di religione, il decollo della mafia e della camorra usate come quinta colonna da parte dei conquistatori, soldati venduti e emigrazioni. Il Risorgimento da riscrivere nel fu Regno delle Due Sicilie nel libro di Fasanella e Grippo. 

Lo storico inglese Denis Mack Smith, esperto di storia italiana, definiva l’Unità d’Italia nient’altro che «un episodio dell’imperialismo britannico». Infatti, quello della regina Vittoria era l’impero più esteso della storia. «Britannia rules all the waves», cantava il popolare inno. E davvero la Gran Bretagna signoreggiava su tutte le «onde» del mondo. Un impero soprattutto marittimo perché commerciale. Ma nella seconda metà dell’Ottocento le vele erano state sostituite dal vapore, il cui principale combustibile era allora lo zolfo. E lo zolfo era di fatto un monopolio siciliano (in Sicilia l’ultima surfara fu chiusa solo negli anni Cinquanta del Novecento, ma ormai serviva solo per i fiammiferi).

Il re delle Due Sicilie, Ferdinando II, aveva provato a mettere il suo zolfo sul mercato, ma l’Inghilterra, con le cattive, riuscì a farselo vendere in esclusiva e al suo prezzo. Il re napoletano allora si rivolse alla Russia, a quel tempo grande antagonista del Regno Unito, col quale conduceva il «grande gioco» kiplinghiano in Afghanistan. Tuttavia, all’ora della guerra di Crimea (Inghilterra e Francia in soccorso dei musulmani turchi contro i cristiani russi), Ferdinando non se la sentì di appoggiare militarmente lo zar, mentre lo scaltro Cavour mandava un suo contingente ad affiancare i franco-inglesi.

Così, il Regno di Napoli si giocò l’unica simpatia internazionale che aveva e rimase solo, alla mercé dei britannici. E questi presero a favorire le mire espansioniste dei Savoia. Nelle mire degli inglesi un forte regno a Sud della Francia e dell’impero austriaco avrebbe bilanciato le potenze a favore dei britannici, fornito loro una fondamentale piattaforma nel Mediterraneo e impacciato le recente occupazione francese dell’Algeria. Ma, soprattutto, cancellato l’odiatissimo papato, inviso alle opinioni pubbliche protestanti e, soprattutto, alla rete internazionale delle massonerie.

E anche la Francia vedeva di buon occhio il nascere di una media potenza a controbilanciare l’impero austro-ungarico, tant’è che nel 1859 guerreggiò col Piemonte contro l’Austria (anche per anticipare l’Inghilterra). Da qui partì il cosiddetto Risorgimento, il cui lato oscuro molti dei nostri lettori conoscono bene. Lo ribadisce, con molti particolari in più, il recente libro di G. Fasanella e A. Grippo: 1861, la storia del Risorgimento che non c’è sui libri (Il Giornale, Biblioteca storica, pp. 274, €. 8,50).

E la croce finì sulle spalle del figlio di Ferdinando, Francesco II, un giovane religiosissimo di madre santa, la b. Maria Cristina di Savoia. Invece, suo cugino, Vittorio Emanuele II, era questo: al Congresso di Parigi del 1856, dopo la Guerra di Crimea, «il trentaseienne Vittorio Emanuele (…) di certo seminò il panico fra le gentili dame – poco abituate a sentirsi chiedere, come avvenne alla povera duchessa di Persigny: “Sotto quella gonna a mongolfiera portate anche le mutande?”».

Uno dei generali di Franceschiello finì linciato dai suoi stessi soldati a cui aveva dato ordine di ritirarsi davanti ai garibaldini. Ma tanti altri erano i traditori, soprattutto nella Marina (allora la più potente del Mediterraneo). Qualcuno si vendette per 14mila scudi, salvo poi scoprire che i «liberatori» sull’assegno avevano scritto 14 e basta. Ne morì di crepacuore. E avanti con malversazioni, truffe, plebisciti truccati, donnine di non specchiata virtù usate come agenti d’influenza, voltafaccia, menzogne, attentati, ruberie, delitti eccellenti, morti sospette e insabbiamenti.

Per tacere delle stragi e della vera e propria guerra di religione, nonché del decollo della mafia e della camorra usate come quinta colonna quando non di vera e propria polizia da parte dei conquistatori. Oggi nascono come funghi libri tesi a dimostrare che tutto ciò non è vero, che i «lager dei Savoia» non sono mai esistiti e via contro-revisionando.

Ma, comunque la si veda, due fatti sono inconfutabili: grandissima parte dei soldati borbonici prigionieri si rifiutarono di passare al nuovo regime; il quale, non sapendo dove metterli, tanto erano numerosi, chiese all’Argentina uno spazio in Patagonia da adibire a lager, ma l’Argentina rifiutò sdegnata. Quegli ex soldati «terroni» e «cafoni» preferirono andare ad arruolarsi con i confederati nella Guerra di Secessione, poveri sfortunati conterranei due volte sconfitti per avere combattuto per il Sud. Infine, in questo 150° anniversario, l’altro fatto inconfutabile: milioni di emigranti che, per la prima volta, la nuova Patria aveva messo alla disperazione.