• EDITORIALE

Il governo delle larghe attese

Con l'economia reale in declino, il governo Letta non trova strumenti e misure per smuovere i mercati. Anche perché la crisi è strutturale e richiede un sostegno alla famiglia e alla natalità. Esattamente l'opposto di quanto va di moda.

Enrico Letta

Il Governo presieduto da Enrico Letta ha superato il primo mese di vita. Nato dopo le contese della campagna elettorale e dopo la prova di debolezza dei partiti nell’elezione del presidente della Repubblica non si può certo dire che abbia raccolto consensi ed entusiasmi, anche se c’era la comune convinzione che un Governo di questo tipo fosse la migliore delle soluzioni possibili.

Per giudicare questi primi trenta giorni di attività bisogna innanzitutto ricordare la grande differenza nello scenario politico ed economico tra il novembre 2011, quando in una situazione di collasso finanziario toccò a Mario Monti cercare di togliere le castagne dal fuoco, e l’aprile 2013, con una crisi ancora più grave sul piano economico e sociale.

Il Governo Monti ha avuto il compito di ristabilire la fiducia verso l’Italia, una fiducia che  l’inconsistenza dei Governi precedenti avevano compromesso: ma ha ottenuto questo risultato attraverso misure, in particolar modo fiscali, che hanno depresso la domanda interna, scoraggiato i consumi, affievolito la fiducia delle famiglie e delle imprese. Il rigore e l’austerità sono arrivati subito, mentre gli interventi per la crescita sono rimasti sulla carta o comunque senza efficacia.
E’ così che ora l’Italia si trova in una situazione profondamente diversa rispetto a 18 mesi fa. Non c’è più un problema finanziario,  la stessa Unione Europea ha archiviato la procedura di infrazione per i disavanzi eccessivi, lo spread è tornato a livelli fisiologici, le aste dei titoli pubblici non presentano problemi con tassi di interesse che si mantengono particolarmente bassi.

Ma a fronte di questa realtà, comunque positiva, c’è una situazione dell’economia reale e della società profondamente critica. La disoccupazione, soprattutto giovanile, aumenta di giorno in giorno; le imprese che falliscono crescono di numero, la produzione industriale continua a segnare livelli negativi; la domanda interna si mantiene su livelli molto bassi. L’unico raggio di luce è dato dalle esportazioni che continuano a crescere interessando anche settori, come la meccanica, in cui è necessario innovazione e flessibilità produttiva.

Di fronte al tema del rilancio dell’economia il Governo Letta più che di larghe intese è finora apparso come un Governo di larghe attese. Non senza giustificazione: in primo luogo perché ha dovuto affrontare alcuni problemi immediati, come la proroga della cassa integrazione in deroga e la sempre più intricata vicenda dell’Ilva, ma in secondo luogo perché è tutt’altro che facile individuare strumenti, misure, interventi, leggi o regolamenti che aiutino concretamente a smuovere l’economia.

E questo perché in larga parte la crisi dell’economia italiana è una crisi strutturale, cioè deriva dal cambiamento di fondo di alcuni fattori di base, e non una crisi solamente congiunturale, cioè legata ai naturali cicli dell’economia. Le ragioni per quest’ultima tesi sono molteplici: la durata della crisi, una durata superiore anche alla crisi del ’29; la crescente difficoltà di dare prospettive di lavoro ai giovani;  l’inefficacia delle politiche pubbliche di sostegno all’economia. Ma soprattutto i grandi cambiamenti di fondo che hanno interessato nell’ultimo decennio il sistema economico globale, come la rivoluzione tecnologica, la globalizzazione e i profondi cambiamenti sul fronte demografico.

Le misure per la crescita non possono che passare da un sostegno alle famiglie, da un impegno profondo per la formazione e l’istruzione, da un aiuto alle imprese nella loro strategie di innovazione e di penetrazione sui nuovi mercati. Tutti elementi che non solo hanno un costo, ma hanno anche effetti sicuramente positivi, ma solo nel medio/lungo periodo. Eppure è questa la strada da seguire. Per molti aspetti invece la società italiana sembra ferma nel difendere i vecchi principi e le vecchie regole.

Proprio la dinamica demografica è quella che dovrebbe preoccupare di più per i suoi effetti economici e invece di politiche attive per la famiglia si parla molto poco e ancora meno si adottano provvedimenti nei Paesi, come l’Italia, maggiormente interessati al crollo delle nascite.  Le tendenze sociali e politiche sembrano andare in un’altra direzione e parlare di stabilità della famiglia e di incentivi alle nascite rischia di apparire “politicamente scorretto” in un mondo in cui vanno di moda i matrimoni “alternativi”, le convivenze senza impegni né figli, le famiglie formate da una sola persona.

Per il Governo Letta l’impegno non è da poco. Si può sperare che superato il mito del bipolarismo a tutti i costi si possa anche cambiare qualcosa nella strategia dei sindacati, nell’immobilismo della burocrazia, nel protagonismo della magistratura e magari anche nei valori sociali. In un mondo che cambia continuare a stare fermi e ad adorare il passato sarebbe semplicemente una sciagura.