Il governo Meloni e il Board of Peace: l'importante è partecipare
Oggi, 19 febbraio, si riunisce per la prima volta a Washington il Board of Peace per Gaza, voluto da Trump e creato a modo suo. L'Italia partecipa, assieme all'Ue, in veste di osservatore. E scoppia la polemica.
Oggi, giovedì 19 febbraio, a Washington, si riunisce nella sua prima sessione, il Board of Peace (letteralmente: “tavola per la pace”), organismo sovranazionale voluto da Donald Trump per implementare il piano di pace nel Medio Oriente, dopo due anni di guerra a Gaza.
Annunciato a settembre e approvato con una risoluzione Onu a novembre, il Board of Peace ha iniziato ad assumere immagine e carattere di Donald Trump: il presidente si è autoattribuito una carica di segretario a vita, sceglie i membri del direttivo, chiede un miliardo di dollari di gettone per partecipare, propone di espandere i suoi scopi a tutte le aree di crisi, non solo a Gaza, fino a far balenare l’idea di una seconda Onu. Per questo motivo, il Board of Peace, nonostante l’unanime approvazione per il suo scopo primario (Gaza), oggi è oggetto di mille polemiche internazionali, a partire dalla diserzione dei pesi massimi dell’Europa (i governi di Regno Unito, Francia e Germania), a cui si contrappone l’inclusione di dittatori nemici dell’Europa ma non disdegnati da Trump, come Putin e Lukashenko.
L’Italia si trova nel mezzo di questa diatriba. Partecipare nonostante la compagnia sia contestata? O restare fuori per principio? La soluzione optata dal governo Meloni è: presenza in veste di osservatore. E non siamo i soli: alla riunione hanno confermato la partecipazione in veste di osservatori anche Cipro, Giappone, Grecia, mentre per l’Ue ci sarà il commissario per il Mediterraneo, Dubravska Suica. Quindi non c’è alcuna “rottura” con Bruxelles, contrariamente a quel che denuncia l’opposizione, ma neppure un rifiuto per principio. «Lo facciamo perché abbiamo già dato molto per Gaza e continueremo a farlo, siamo tra i Paesi al mondo che ha dato di più», spiega il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. All’atto pratico, per il dopoguerra a Gaza: «siamo pronti a formare la nuova polizia gazawa e quella palestinese, siamo pronti a incrementare i nostri carabinieri a Rafah».
Il Board of Peace non è un club fine a sé stante, ma ha il suo corrispettivo sul campo nel Cmcc (acronimo di Centro di coordinamento civile e militare), in cui già operano anche militari italiani, al fianco di colleghi americani, per coordinare il flusso di aiuti per la Striscia di Gaza, garantire la sicurezza e dirigere i lavori di ricostruzione. Se il Board è la mente e il Cmcc è il braccio, noi ne siamo già parte attiva.
In Parlamento è stata approvata dalla maggioranza la risoluzione che autorizza il governo a partecipare in veste di osservatore. Le obiezioni dell’opposizione, come quella di Giuseppe Provenzano (Pd), secondo il quale è «uno strappo alla collocazione internazionale del nostro Paese», sono decisamente sopra le righe, proprio perché l’Italia partecipa assieme all’Ue, in una sessione in cui si parla di Gaza in conformità con il mandato Onu.
Più che altro la sinistra italiana dimostra di temere Trump più di quanto ami la pace a Gaza. Angelo Bonelli (Avs) accusa: «Avete dichiarato fedeltà al sovrano Trump». Carlo Calenda (Azione) esorta: «Basta inginocchiarsi a Donald Trump». Davide Faraone (Iv) accusa il ministro Tajani di avere “tradito” il suo stesso europeismo e ironizza su un ruolo «più da guardone che da osservatore». Ma non si capisce, appunto, cosa la sinistra proponga in alternativa. Non c’è, infatti, alcuna iniziativa di pace per Gaza al di fuori di quella proposta da Donald Trump e approvata dall’Onu.
La questione più spinosa riguarda composizione, scopi e modalità di azione del Board of Peace. La composizione, abbiamo già visto, include leader democratici così come dittatori che hanno come unico comun denominatore quello di essere ben accetti personalmente da Donald Trump e disponibili a pagare un gettone di un miliardo di dollari, rinnovabile ogni tre anni. Gli scopi, se il mandato dovesse estendersi ad altre aree di crisi, oltre a Gaza, diventano alquanto oscure. Restando a Gaza, poi, il Board of Peace si occupa di ridare una vita a una popolazione palestinese, ma senza rappresentarla. Se l’Autorità Palestinese è esclusa perché ritenuta inaffidabile e ormai estranea a Gaza dal 2007, se Hamas, ovviamente, non può essere considerato come legittimo rappresentante, poiché è nella lista nera dei terroristi (e ha dato inizio alla guerra, il 7 ottobre 2023), allora chi formerà il futuro governo palestinese? Chi sono e come vengono cooptati i membri del governo tecnico di cui si parlava nel piano di pace di Trump? Ci sono difficoltà anche nella composizione della Forza di stabilizzazione, istituita a ottobre, a causa di veti incrociati: Israele non vuole la presenza di truppe della Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non intendono partecipare per non mostrare alcuna collaborazione militare con Israele. La stabilizzazione è un compito difficile, considerando che Hamas non ha ancora consegnato le armi e dichiara di non volerlo fare. Chi lo disarma e come?
Sono domande che non possono essere eluse. Ma proprio per questo, forse è meglio essere presenti, almeno da osservatori, che farsi scivolare la storia sopra la testa, senza nemmeno esservi partecipi.


