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Intervista / Reynald Secher

Il genocidio vandeano sfata il mito della Rivoluzione francese

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A colloquio con lo storico francese che portò alla luce l'orrore scatenato nella Francia rivoluzionaria contro la popolazione della Vandea, colpevole di essere insorta contro i nuovi principi. "Vendicata" fu ribattezzata dopo la repressione. E poi dimenticata.

Cultura 03_07_2026

Vendée-Vengé: in francese è più immediato il triste gioco di parole con cui la Francia rivoluzionaria mutò il nome della Vandea, dipartimento che divenne epicentro della ribellione ai “nuovi principi”,  ribattezzandola (non con l’acqua ma col sangue) “Vendicata”. E poi dimenticata, per non scalfire il mito della Rivoluzione. Vicenda riportata alla luce da Reynald Secher, che nel 1986 pubblicò Le genocide franco-français: la Vendeé-Vengé, con la prefazione di Jean Meyer e  una presentazione di Pierre Chaunu. La ricerca gli costò cara in termini di “carriera”, ma da allora Secher non ha più smesso di studiare e far conoscere anche al grande pubblico quello che ha definito «genocidio» e «memoricidio». A fine giugno è tornato in Italia, invitato da Alleanza Cattolica - Foedus Catholicum di Modena e altre realtà presenti in Emilia Romagna, a tenere un tour di conferenze a San Giovanni in Persiceto, Piacenza, Pavullo nel Frignano e infine a Ravenna.

Abbiamo incontrato Secher a Modena, in una  giornata di “tregua” fra una tappa e l’altra, beneficiando di una conferenza “a tu per tu”: Secher non si limita al rapido botta e risposta di un’intervista, ma articola le varie dimensioni della vicenda, espone dati e numeri che ha potuto mettere a fuoco anche grazie alla formazione giuridica ed economica: «ho un approccio polivalente, laddove gli “storici puri” hanno fallito». E parte da lontano, dal dopoguerra, con «la presa di coscienza collettiva sui crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio» e la constatazione che «i regimi totalitari del Novecento facevano riferimento allo stesso sistema politico, quello giacobino, che passava attraverso il Terrore». Ma in quel caso «l’orrore è stato sublimato poiché la Rivoluzione è un mito nazionale e mondiale, mentre tutto ciò che era controrivoluzionario non era oggetto di studio e comunque, si diceva, non si poteva approfondire per mancanza di fonti». E anche perché la gauche che dominava il clima culturale non gradiva che si scalfisse il mito della Rivoluzione. Fu Meyer a imbattersi casualmente nella “Vandea militare” nel corso di una ricerca sulla nobiltà bretone. Giunto nei luoghi interessati, percepì un trauma tramandato oralmente: «Vivevamo tranquilli a casa nostra, ci vennero imposte leggi inique e la popolazione, in nome della libertà, in particolare quella religiosa, si è ribellata, subendo un vero e proprio martirio».

Negli anni Ottanta Meyer chiese all’allievo Secher di cercare fonti di prima mano, partendo da un’operazione di «carotaggio» in un comune, il suo, La Chapelle-Basse-Mer – dove ebbe accesso a documentazione rimasta preclusa a Meyer: «conoscevo tutti e tutti conoscevano me, perché discendo da una delle famiglie che hanno plasmato l’identità del luogo». Scopri che le fonti confermavano quel trauma ancestrale e che, contrariamente alla vulgata, «la gente non si era ribellata su pressione della nobiltà o del clero» (anzi, «non ho trovato nessun prete che abbia spontaneamente incoraggiato l’insurrezione»). Semmai il clero aveva istruito questo popolo contadino, che era a suo modo «colto e consapevole della propria identità e indipendenza. E alcuni di loro hanno trasmesso il ricordo che un giorno l’esercito francese venne a fare terra bruciata».

La prima fonte a parlare è il registro di un prete refrattario (cioè rimasto fedele al Papa, rifiutando di prestare giuramento al governo rivoluzionario) che aveva annotato 600 vittime, spingendo Secher a  un confronto tra la popolazione prima e durante la Rivoluzione: «emerse un deficit di 900 persone (su un totale di 3850). Dal registro del prete risulta che l’80% delle vittime sono bambini, donne e anziani e meno uomini adulti». La seconda è ancora più inattesa: «Gli elenchi redatti per ordine di Napoleone, che nel 1808 rimase sbalordito dalla desolazione della Vandea e stabilì sovvenzioni per la ricostruzione delle case: 365 case distrutte, ma qual era il totale? Essendo il discendente del notaio ho accesso al catasto dell’epoca e posso stimare il totale e anche il valore: 365 su 1000, un terzo degli alloggi che rappresenta il 51% del valore».

Le tre province coinvolte «non hanno un’identità comune, se non di natura religiosa». Però c’è un fatto comune: a La Chapelle-Basse-Mer come in tutto il territorio, Secher si trova di fronte a una «insurrezione rurale» in cui «nessun nobile, si tratti di Charette o di La Rochejacqueline, si è messo spontaneamente alla guida degli insorti. Tutti sono stati costretti ad assumere quel ruolo. C’è invece un un uomo del popolo acclamato a “suffragio universale”, Cathilineau». E comune è l’opposizione alla Rivoluzione, che «voleva creare “l’uomo nuovo” giacobino». L’alternativa è «libertà o morte».

La repressione non è l’episodio di una guerra civile, «né è la decisione isolata di un militare o di un deputato, ma del ministro della Guerra», che a sua volta – Secher ricostruisce la «catena di comando» – riceveva ordini precisi dal Comitato di Salute Pubblica, i cui membri avevano «ideato, approvato e messo in atto un sistema di sterminio». Tre leggi in tutto, leggi dell’Assemblea nazionale. Vi è dunque una «pianificazione» estesa nell’arco di 18 mesi e con un obiettivo molto preciso: «eliminare tutti i vandeani, preferibilmente le donne perché generatrici di vita, i bambini perché futuri “briganti” e gli anziani perché testimoni ed educatori».

Nel secolo dei Lumi anche l’innovazione concorre allo scopo, almeno per tentativi, ma i primi esperimenti di asfissia chimica e avvelenamento di massa falliscono e si ricorre a una “gasatura” rudimentale quando la popolazione si rifugia in una grotta «che i rivoluzionari sigillarono e affumicarono bruciando foglie umide». Secher parla di una «proto-industrializzazione» della repressione, come l’idea di sfruttare automatismi per decapitare più persone contemporaneamente – una sola ghigliottina non basta. E comunque si sfrutta qualsiasi cosa: «Tutti hanno sentito parlare degli annegamenti di massa sulle imbarcazioni a Nantes, ma ovunque ci sia acqua la si usa per annegare i ribelli». Scene raccapriccianti descritte da testimoni oculari di entrambe le parti, da sopravvissuti, nonché nei rapporti dei militari. E poi gli incendi, le fucilazioni, i crani spaccati, per uccidere il “vecchio mondo” con i suoi abitanti... Qualsiasi mezzo è buono pur di creare una Vandea senza vandeani, appunto non più Vendée, bensì Vengé. Ma l’eredità giacobina è stata raccolta dalla gauche, che non ha perso il vizio di voler sradicare il cristianesimo e far fuori l'«uomo vecchio» – anche  con aborto ed eutanasia – per creare l'uomo nuovo, come a dire: «se la popolazione non cambia, cambieremo la popolazione... come in Vandea», sospira Secher.



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