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IL CASO PRIDE

Il dogmatismo Lgbt purga Arisa. Servirebbe ai cattolici

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La realtà LGBT è dogmatica perché predica verità definitive e inconfutabili. Chi mette solo in forse uno di questi "dogmi", seppur alla lontana, merita la scomunica. È quanto è successo ad Arisa, che ha espresso simpatia per la Meloni, pur non condividendone il pensiero sui "diritti Lgbt". Però i cattolici dovrebbero imparare dagli Lgbt a difendere l'intransigenza dei principi, ma per pura fedeltà alla Verità. Invece...

Editoriali 01_06_2023

I cattolici dovrebbero imparare dal mondo LGBT. Leggete qui. Nella trasmissione La Confessione sul canale Nove la cantante Arisa dichiara con coraggio in merito al rapporto tra le rivendicazioni LGBT e la premier Meloni: “Mi piacerebbe che le persone avessero la pazienza e l'amore di farle capire certe cose, perché lei è veramente una che può portarci ad alti livelli, ha la cazzimma e noi serve una persona così. Le sue non sono posizioni aperte, però secondo me lei si comporta come una mamma molto severa e spaventata. Una madre che non è solo madre di un figlio, ma ne ha quattro e allora sembra che lei faccia cose che vadano bene per tutti e quattro i figli, magari penalizzandone uno. Ci vuole tempo e dialogo".

Notate: Arisa non ha detto “Abbasso i diritti dei gay ed evviva la Meloni”. Ha solo detto che è comprensibile, ma non giustificabile, il timore del premier verso la galassia LGBT e che occorre dialogare con lei per farle aprire gli occhi. Ciò nonostante, Arisa ha subìto la purga arcobaleno e quindi, dato che doveva essere presente come guest star al pride di Milano, gli organizzatori di questo evento le hanno fatto sapere che non è più persona gradita, proprio lei che è stata madrina del pride 2022.

Su Instagram la cantante ha risposto con sobrietà: "Cari ragazzi e ragazze mi spiace immensamente per il momento che stiamo vivendo e spero che col tempo potremo di nuovo comunicare. Per adesso sono solo insulti pesantissimi da parte di alcuni di voi che non so come decifrare. Oggi al mio manager è stato consigliato da parte degli organizzatori, di dirmi di non presentarmi al Pride di Milano a causa dell’ipotesi che alcuni membri della comunità possano in qualche modo mettermi in imbarazzo, io sarei venuta volentieri, però se ho fatto qualcosa di così tanto grave da meritare un trattamento così esclusivo, credo che non parteciperò neanche al Pride di Roma". Questa la sua conclusione scevra da qualsiasi tono bellicoso: "Mi dispiace davvero tanto. Buon Pride a tutti, divertitevi anche per me, vi auguro di trovare un piano di svolta e di realizzare i vostri sogni legittimi per essere felici. Ve lo auguro davvero dal profondo del cuore. Io continuerò a vivere frequentando gli amici di sempre e mi farò raccontare".

A Domenica in ha pure aggiunto: “Ho detto che la Meloni mi piace, poi che ci siano difficoltà sull’accettazione e sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQ+ è vero: vorrei che fosse chiaro che io non sono una voltabandiera, sono quindici anni che sono dalla parte di questa comunità e continuerò a starci fino alla fine della mia vita".

Contraddittorio, ma non usuale, questo trattamento per Arisa da parte di chi si presenta coma alfiere delle differenze e della tolleranza. Ma è noto che per gli ideologi di ogni genere le uniche differenze da accogliere e da tollerare sono le proprie, non certo quelle degli altri. È una inclusività a senso unico, un dovere di non discriminazione a carattere unilaterale. È dello stesso avviso la cantante che sempre nel suo post su Instagram aggiunge: "Prima di salutarvi un’ultima cosa la voglio scrivere: la diversità è fatta di opinioni, di esperienze e di modi di vedere la vita. La diversità è ricchezza. Me l’avevate insegnato voi. Non condannate la gente perché non la pensa esattamente come voi, magari quella gente lì vi ama lo stesso, ma voi pensate di no".

Arriva la replica di Wladimiro Guadagno, in arte Vladimir Luxuria: “Ognuno è libero di cambiare idea ma non puoi meravigliarti se non ci sono stati i nostri applausi” e poi prosegue dicendo che con questa destra è impossibile il dialogo perché sono su posizioni inconciliabili con le rivendicazioni del mondo LGBT.

Qualche riflessione su questa vicenda. La realtà LGBT è dogmatica perché predica verità definitive e inconfutabili. Chi mette solo in forse uno di questi dogmi, seppur alla lontana, merita la scomunica.  Arisa non ha fatto nulla di tutto questo, ma si è azzardata solo a gettare un ponte dialogante con la Meloni per avvicinarla alle gaie istanze dei manifestanti del pride. Ma dato che nell’immaginario collettivo arcobaleno la Meloni è il nemico – a torto dato che appoggia tutte le loro istanze eccetto l’utero in affitto e la legge sull’omofobia – ecco che, Arisa è diventata a sua volta nemico del popolo, il popolo gay e trans. Questo accade perché esiste l’equazione “chi parla con l’avversario è uguale a lui” e quindi la pensa come lui. Ecco perché Luxuria sostiene che la cantante abbia cambiato idea.

In apertura di questo articolo abbiamo scritto che i cattolici dovrebbero imparare dal mondo LGBT. Dovrebbero imparare l’intransigenza dei principi, la compattezza del complesso dogmatico, la fedeltà cieca alla verità e la scelta severissima dei front men, cioè di coloro che diventano ambasciatori di un certo pensiero. Non dovrebbero di certo seguirli nella mancanza di empatia verso i dissenzienti (evitiamo di dire “la mancanza di carità” per motivi di sano realismo). Se Arisa è stata ostracizzata non perché abbia disconosciuto le istanze arcobaleno, ma perché ha ipotizzato un dialogo con il nemico, figurarsi cosa potrebbe accadere per chi voglia dissentire anche su un solo punto della agenda gender.

In casa cattolica invece capita l’opposto. Oggi sotto questo tetto c’è solo posto per chi dissente su diversi punti della dottrina cattolica, gli altri sono intransigenti e quindi non cristiani, dunque sono ipso facto fuori dalla Chiesa. Oggi il credente può essere abortista e cattolico, omosessualista e cattolico, pro-eutanasia e cattolico, divorzista e cattolico, amante delle provette in cui si distillano bimbi e cattolico, anticoncezionalista e cattolico, abusatore seriale della liturgia e cattolico, sincretista religioso e cattolico, ambientalista, femminista, liberista, vetero comunista e cattolico. Ma se sei fedele alla dottrina, allora non sei cattolico. Non è possessione diabolica o schizofrenia, ma solo l’attuazione di un processo di sostituzione: il cattolico è sparito ed è stato sostituito da tutti questi loschi figuri che si attribuiscono titoli di cattolicità in modo arbitrario.

Ecco perché, per fare un esempio recente recente, possiamo avere un cardinal Zuppi, presidente della Cei, che un giorno dichiara "Nessuno ha intenzione di rimettere in discussione la 194” e il giorno dopo invia un messaggio ai partecipanti della marcia per la vita, il nostrano life pride. Se ci fossero stati al posto nostro gay e trans di certo non avrebbero invitato un tipo come Zuppi ad inviare un messaggio per sostenere la marcia, bensì lo avrebbe bandito per sempre per mancanza di coerenza, sommergendolo di post al vetriolo, chiamandolo a pubblica gogna sui media, chiedendo e richiedendo fino allo sfinimento di ritrattare, di scusarsi, di piangere amare lacrime di pentimento, di giurare che la 194 è una legge orribile e va abrogata al più presto, sempre però nella consapevolezza che tutto questo sarebbe stato insufficiente per un qualsiasi perdono, per una qualsiasi remota speranza di riabilitazione, ma più che sufficiente per creare preziose occasioni per ribadire un pensiero fieramente pro-life.

In casa cattolica questo non avviene proprio perché, come accennato, ormai tutto si tiene, anche gli opposti. Di là, nel mondo gaio, è vietato addirittura dialogare con gli antagonisti, di qui, sotto le cupole di Santa Romana Chiesa, si dialoga non solo con l’errante – e questo è doveroso – ma anche con l’errore. Anzi, è solo l’errore ormai a parlare e noi stiamo zitti, zitti.