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Il discorso di Biden, una rivoluzione calata dall'alto

Il discorso di Biden al Congresso degli Stati Uniti illustra i progetti per il futuro. Una rivoluzione calata dall'alto, con una spesa pubblica prevista di 6mila miliardi di dollari, più di un quarto del Pil statunitense. E poi: scuola pubblica, sostegno alla comunità Lgbt, limiti alla libertà di portare armi. Tutt'altro che una riconciliazione.

Kamala Harris, Joe Biden, Nancy Pelosi

Questa volta, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, non ha platealmente strappato il testo del discorso del presidente, come aveva fatto, l’anno scorso, con Donald Trump. In questo caso, la Pelosi, assieme alla vicepresidente Kamala Harris, era alle spalle del presidente ad applaudire ogni passaggio del discorso di Joe Biden al Congresso, in cui ha esposto i risultati dei primi 100 giorni della nuova amministrazione ed ha illustrato i programmi per il prossimo futuro. Il presidente “della riconciliazione nazionale” ha tenuto un discorso che avrebbe potuto essere preparato da Nancy Pelosi, appunto, o da un qualunque altro esponente dell’estrema sinistra del Partito Democratico. Mai visto un simile tentativo di trasformare gli Stati Uniti sin dalle fondamenta, a colpi di programmi economici da migliaia di miliardi di dollari guidati dal governo federale (cioè dal governo centrale). Un programma così ambizioso lo si era visto solo nel “decennio rosso” di Roosevelt. Ma non lo si può certo considerare come una politica di riconciliazione nazionale, semmai come una rivoluzione calata dall’alto.

Giusto per quantificare: i programmi sul lavoro, sulla famiglia e sulle infrastrutture costeranno 6mila miliardi di dollari (tre volte tanto il Pil italiano), pari a più di un quarto dell’intero Pil statunitense. L’obiettivo è essenzialmente quello di dare di nuovo al governo federale il ruolo di costruttore di nuove infrastrutture, come ai tempi di Roosevelt e dei decenni successivi di welfare state. Dare al governo federale, sempre, un nuovo ruolo di educatore e di assistente dei bisogni delle famiglie americane, inclusa l’estensione di due anni della scuola dell’obbligo e il potenziamento dell’istruzione pubblica. Il terzo, ridare al governo federale il ruolo di innovatore tecnologico, di guida dei programmi di scoperta di nuove tecnologie verdi e di nuove tecnologie mediche. Obiettivo di lungo termine sarà (come era ampiamente prevedibile che fosse) la lotta al cambiamento climatico, che Biden equipara alla corsa alla Luna lanciata da Kennedy.

L’idea in sé, di affidare allo Stato lo sviluppo del Paese, sia infrastrutturale che sociale, era stata abbandonata all’inizio degli anni Ottanta, con la prima amministrazione Reagan. Gli Usa si erano rapidamente risollevati dalla stagnazione in cui erano finiti, proprio grazie all’era dell’interventismo pubblico. Gli oppositori repubblicani fanno cortesemente notare, anche in questi giorni al Congresso, che il piccolo miracolo economico dell’amministrazione Trump, durato fino all’arrivo in America della pandemia di Covid, fosse dovuto alla più ampia libertà lasciata ai soggetti privati, non al pesante intervento della burocrazia statale.

Il piano di Biden avrà un costo economico immediato: l’aumento delle tasse. Il presidente assicura che verranno pagate di più solo dagli americani con un reddito superiore ai 400mila dollari, dunque l’1% della popolazione. In questo modo soddisfa gli appetiti dei 99 percenters, i contestatori di “Occupy Wall Street”. In quell’1% di super-ricchi ci sono anche tutti gli sponsor principali di Biden, fra cui Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Facebook) e tutto il gotha dell’industria dell’informazione. La pagheranno cara anche i suoi sostenitori? O hanno finanziato Biden sapendo che una scappatoia esiste e che il costo ricadrà, indirettamente, ancora, sulla classe media? Il tempo giudicherà. Intanto non si può che constatare che torna in auge la politica dell’invidia sociale, che è quella su cui si basa la “redistribuzione della ricchezza”. Ed è una politica che aumenta il conflitto, non facilita la riconciliazione, in ogni caso.

Non può passare inosservato anche il piano assistenziale: ottimo sulla carta, ma di fatto è una nazionalizzazione di quel compito che spetterebbe alle comunità locali e ai corpi intermedi. L’istruzione sarà più pubblica che privata, con gran gioia dei sindacati degli insegnanti, ma con buona pace di tutti coloro che (a partire dall’ex ministro De Vos) avevano puntato alla maggior libertà educativa. Una scuola più statale e centralizzata nelle mani del governo federale leverà spazio alle famiglie e avrà un impatto anche sulla cultura, specialmente in un periodo di quasi “rivoluzione culturale”.

Con poche e semplici frasi, a questo proposito, Biden si è rivolto alla comunità Lgbt (in particolare: «A tutti i transgender americani che mi stanno seguendo da casa, specialmente i giovani: siete così coraggiosi! Voglio che sappiate che il presidente è dalla vostra parte»)  promettendole il suo pieno sostegno per l’approvazione dell’Equality Act. Si tratta di una legge, promossa dalla sinistra del Partito Democratico. Di fatto è un emendamento alla Legge sui diritti civili del 1964, che introdurrebbe anche identità di genere e orientamento sessuale fra le caratteristiche delle persone che non possono essere discriminate. Anche qui, sulla carta è tutto all’insegna della tolleranza, ma nella pratica chiunque potrà fare causa (e vincerla) contro il fioraio che non vuol decorare un matrimonio gay, o contro l’orfanatrofio cattolico che non vuole affidare un bambino a una coppia omosessuale. Sulla carta è un provvedimento che dovrebbe portare pace, uguaglianza e libertà, in pratica creerà un conflitto in cui, a perdere, saranno la libertà di religione e quella di espressione, finora protette dal Primo Emendamento della Costituzione.

E sempre a proposito di Costituzione, anche il Secondo Emendamento (libertà di portare armi) è nel mirino di questa amministrazione. Cambiare un diritto ereditato dagli albori della nazione nord-americana acquisisce senso solo se letto nel discorso completo di Biden: fin dalle prime frasi definisce la protesta dei trumpiani al Campidoglio “la più grave minaccia alla democrazia dai tempi della Guerra Civile”. E anche nel capitolo sulla politica estera, dopo aver illustrato i pericoli dell’Isis e di Al Qaeda, Biden annuncia che il maggior pericolo alla sicurezza nazionale è costituito dai “suprematisti bianchi”. Non essendoci sigle terroristiche attive particolarmente note, si tratta di una definizione estendibile a piacimento. E soprattutto ai supporters di Trump. Ma, appunto, questo non è un piano di riconciliazione nazionale, semmai è più simile alla pacificazione di un popolo sconfitto.