• IL DIBATTITO

Il crocifisso? Il fatto è che non sappiamo più cosa sia

La forza con cui viene combattuto il crocifisso è direttamente proporzionale alla tiepidezza con cui viene difeso. Soprattutto tra i cattolici. 

Non si sono ancora spente le polemiche nate dalla provocazione del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti sul fatto che nelle aule scolastiche sarebbe meglio mettere una cartina del mondo al posto del crocifisso. Ma forse bisognerebbe capire perché la forza con cui viene combattuto è direttamente proporzionale alla tiepidezza con cui viene difeso. Basti pensare alla reazione di Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale: aveva ribattuto che «togliere il crocifisso dalle aule delle nostre scuole darebbe solo manforte a Salvini», il quale aveva giustamente replicato che «signor vescovo, con tutto il rispetto: un ministro della Pubblica Istruzione che dice di togliere i crocifissi dalle scuole sbaglia non perché è un errore culturale, perché è un atto di arroganza e ignoranza; lo attacca perché sarebbe fare un favore a Salvini…Ma ti pare che debba essere io a difendere la fede, i valori?». Verrebbe da ridere se la domanda non fosse quantomai drammatica, dato che la risposta è che sì, sicuramente l’ex ministro degli Interni ha meno vergogna di esporre i simboli della fede cattolica che ha reso grande l’Europa rispetto a tanti prelati per cui “il punto non sono i simboli religiosi”, ma l’accoglienza, la coerenza e i ponti.

Certo, fa specie constatare che a mostrare il Rosario in piazza e in Parlamento, consacrando l’Italia al Cuore Immacolato di Maria sia stato Salvini, ma soprattutto viene un groppo in gola pensando che la Chiesa lo attacchi per questo facendo il gioco dei suoi nemici. Come se la presenza o meno di quei simboli nella vita pubblica fosse un aspetto secondario della fede e del perseguimento del bene comune. 

Eppure, la coscienza della Chiesa è sempre stata un’altra: se oggi vanno per la maggiore le polemiche di prelati e riviste cattoliche contro il leader leghista, “perché usa i simboli religiosi inopportunamente” o “perché questo non è il tuo compito”, viene in mente un episodio molto significativo della guerra civile spagnola dove un gruppo di suore carmelitane, guidate da santa Meravillas, furono disposte a morire pur di impedire la distruzione del monumento dedicato al Sacro Cuore di Gesù, a cui, non un sacerdote, ma il Re Alfonso XIII aveva solennemente consacrato la nazione nel 1919. Il Signore chiese più tardi alla santa di fondare un monastero proprio vicino alla statua. Un monastero che, le rivelò Dio, «deve essere il balsamo che cura le ferite che i peccatori mi infliggono. La Spagna si salverà con la preghiera». Ma con lo scoppio della guerra civile, migliaia fra vescovi, suore, frati, sacerdoti e fedeli laici furono uccisi e le chiese e i conventi bruciati. 

Il fatto impressionante è che di fronte alla violenza le suore non cominciarono a temere per la loro vita, ma per una possibile distruzione della statua, motivo per cui chiesero il permesso di poter uscire dalla clausura nel caso di un attacco al monumento. Il permesso fu negato ma le suore, pronte a tutto, arrivarono al papa, Pio XI, scrivendogli che «qui il Signore ha accanto a sé soltanto 21 monache carmelitane. Soltanto. Sono esse obbligate dalla santa clausura a lasciare che il Sacro Cuore venga abbattuto dal suo trono, senza poter accorrere vicino a Lui per difenderlo o almeno per non lasciarlo solo in mezzo ai suoi nemici? Non è possibile fare in modo che Egli abbia attorno a sé dei cuori, poveri sì (Lui lo sa bene) ma molto innamorati? Per noi la sorte più crudele non sarebbe quella di perdere la vita, ma quella di non potergli fare compagnia. Se Lui dovrà ascoltare le grida di odio dei suoi nemici, che possa almeno ascoltare anche il nostro canto di lode». Il papa commosso le assecondò.

Insomma, per le religiose stare vicino a quella statua e difenderla era stare vicino al Signore. A dire che la forma e il contenuto coincidono e che non possono vivere uno senza l’altro. Ma forse è proprio a quel contenuto che non si crede abbastanza. O forse lo si preferisce etereo e privato della sua presenza concreta che pretende di incidere in ogni aspetto della vita di chi si dice suo fedele. La scomparsa dei simboli coincide, infatti, con la volontà di escludere la fede dalla vita pubblica, in modo che essa non ne sia plasmata, come denunciò ripetutamente papa Benedetto XVI parlando del laicismo ateo. Soprattutto, a pensare alla coscienza dei martiri della guerra civile spagnola, alcuni uccisi solo perché in possesso di un rosario o di un crocifisso, si capisce che ciò che maggiormente si è persa è la coscienza del soprannaturale, di una realtà spirituale che si mischia con quella materiale. Esattamente come ha scelto di mischiarle Dio incarnandosi in Gesù (vero uomo e vero Dio). 

Infine, viene da pensare all’importanza che ha negli esorcismi la presenza del Crocifisso, tanto da esserne raccomandato l’uso durante il rituale, per ricordare quanto il Signore scelga di farsi presente anche attraverso le immagini e gli oggetti che lo rappresentano. Questo fatto e l’episodio delle religiose spagnole rivelano che i simboli della fede cattolica non sono solo un richiamo all’appartenenza ad una religione o ad una cultura plasmata da questa, ma il veicolo della presenza di Dio, tanto da aiutare e proteggere chi li porta con fede e gli ambienti in cui sono esposti. Si capiscono così gli effetti tremendi che avrebbe sul bene comune, già fortemente compromesso, la loro scomparsa. Non si spiegherebbe altrimenti l’astio e la lotta imperterrita che gli atei e i nemici della chiesa muovono contro questi segni. E nemmeno le urla e le imprecazioni di alcuni ministri come la Cirinnà di fronte al Rosario sventolato da Salvini in Parlamento.