Il contagio sociale
Scrive Marcello Veneziani: «Quanto conta in questa sempre più larga tendenza a scoprire pulsioni lesbiche e omosessuali il clima, il tam tam e l’orientamento culturale prevalente?».
Riportiamo un ampio stralcio di un articolo del filosofo Marcello Veneziani: «Lasciate che tocchi un argomento scabroso su cui ci sono divieti preliminari già solo ad accennarne. Quanto conta in questa sempre più larga tendenza, soprattutto femminile, a scoprire pulsioni lesbiche e omosessuali il clima, il tam tam, la pressione mediatica e l’orientamento culturale prevalente? Ho ascoltato ragazze, neanche ventenni, che avevano assorbito dalla scuola, dal cinema, dalla tv, dai social e dalle agenzie pubbliche, una ossessiva, unilaterale predica: il maschio è il nemico, l’amore degenera spesso in sopraffazione maschilista e patriarcale, il sessismo è dietro l’angolo, che porta alla violenza fino al femminicidio. Il messaggio seguente è che noi donne stiamo bene senza partner maschili; anzi le femmine stanno meglio con le femmine e i maschi con i maschi, come si vede sempre più spesso in certe comitive unisex che sembrano riprodurre le classi di una volta, divise tra sezioni femminili e sezioni maschili. Un nuovo bigottismo di segno inverso sta prendendo sempre più piede e spinge alla migrazione dei sessi. Quanto conta in questi outing l’elevazione della lesbica a modello evoluto di liberazione e di emancipazione intellettuale?
Ho conosciuto ragazze, figlie di amici, che sono state allevate e indottrinate non dai loro genitori in questa visione ostile e conflittuale, questa diffidenza femminista verso tutto ciò che è maschile; istigate alla lotta di genere, adottando nuove forme di apartheid dei sessi: meglio farsela tra noi donne, meglio evitare intrusi maschi, che non ci capiscono e vogliono prevaricare. Le mine antiuomo… Come se tutti gli amori e le coppie etero debbano sfociare nella violenza, nell’abuso, nella sopraffazione. E come se in ogni maschio, salvo forse i gay, si nasconda un violento, un oppressore, se non un potenziale stupratore delle donne. Questo, dicono, è il retaggio della società patriarcale che ci portiamo addosso e da cui liberarci.
Torno al punto di partenza e mi chiedo: quanto incide questa martellante campagna nelle scelte e nei comportamenti derivati? C’è un nesso tra quelle scelte omosex e questo clima alimentato tra i sessi, queste continue sollecitazioni a liberarsi dal proprio sesso, questo habitat favorevole a tutto ciò che è omo o trans e sospettoso e ostile verso tutto ciò che è etero, “naturale” e tradizionale? Quanto pesa nella sessualità ancora non definita dei bambini e degli adolescenti questa grande pressione psicologica e sociale? Quanto incide nella scelta sessuale? E quanti danni può produrre nella vita delle persone questa intrusione e questo pesante condizionamento esterno, esattamente come si denuncia l’intrusione inversa dell’educazione tradizionale e dei modelli patriarcali di famiglia, di coppia, di unione?
So che molti dei più invasati integralisti della nuova ideologia gender, fluida o bisex rifiutano a priori con indignazione queste domande e questi collegamenti, anche se poi li praticano disinvoltamente in direzione opposta: quando per esempio caricano sui “retrivi” e “reazionari” difensori della famiglia “naturale” e tradizionale (oggi li chiamano vannacciani) la responsabilità della diffusione di atteggiamenti maschilisti, sessisti, che poi sfocerebbero nella violenza fino il femminicidio. Per loro è possibile caricare reati individuali su scelte culturali e sociali di tipo conservatore e tradizionale mentre non è permesso ipotizzare che alcune scelte individuali, come il diverso orientamento sessuale, subiscano l’influenza di modelli culturali e sociali pervasivi, veicolati dal progressismo radical e dal femminismo più aggressivo. Così portano il gay pride a domicilio, direttamente a casa tua; e guai se osi fiatare».
(Panorama n.29)

