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IMMIGRAZIONE

Il clandestino che pugnala il poliziotto, come (non) funziona l'accoglienza

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Hasan Hamis, l'immigrato marocchino che ha accoltellato un agente di polizia a Milano, lasciandolo in fin di vita, vive in clandestinità nel nostro paese da ben 22 anni. Ha alle spalle precedenti penali gravi, una serie di arresti e tre provvedimenti di espulsione. Però è ancora qui. Come (non) funziona l'accoglienza. 

Attualità 11_05_2024
La stazione di Milano Lambrate, polizia dopo l'aggressione (La Presse)

Si chiama Hasan Hamis, ha 37 anni ed è marocchino l’uomo che nella notte tra l’8 e il 9 maggio tirava sassi a treni e persone alla stazione di Milano Lambrate e che, nel tentativo di sottrarsi all’arresto, ha accoltellato un vice ispettore di polizia, Christian Di Martino, e due agenti della polizia ferroviaria. I due agenti sono stati feriti in maniera lieve, ma Christian Di Martino, colpito tre volte, versa in gravi condizioni. Anche una donna centrata da una pietra è stata portata al pronto soccorso in codice verde.

In casi come questo, quando l’autore di atti violenti è uno straniero di origine africana, qualcuno, anzi molti, insorgono a dire che il fatto di essere straniero è irrilevante e non dovrebbe essere evidenziato e, persino, che la spiegazione, se non la giustificazione, del suo gesto potrebbero essere le sue difficili condizioni di persona indesiderata, costretta a vivere tra gente ostile, impietosa, razzista. La colpa, alla fine, è nel rifiuto di dare “accoglienza ai migranti”, si dovrebbero costruire ponti invece che muri e allora regnerebbero armonia e fruttuosa convivenza.

Somme autorità morali e politiche, in tutto il mondo, fino ai vertici dei massimi organismi internazionali, continuano ostinatamente, deliberatamente a parlare in difesa dei “migranti”, quando invece difendono persone che commettono l’atto illegale, e tale riconosciuto dal diritto internazionale, di entrare in un paese senza documenti validi. Proprio perché si tratta di un atto illegale e quindi uno Stato ha il diritto di respingere chi lo tenta a doverosa tutela della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico, nel 1951 la comunità internazionale ha deciso di convenire che chi si presenta a una frontiera senza documenti, ma in ragione del fatto che sta cercando di salvare vita e libertà minacciate, non può essere respinto, gli è dovuto asilo: è un rifugiato, detentore di uno status giuridico, personale, definito dettagliatamente nei 44 articoli della Convenzione di Ginevra sui rifugiati.   

Non è il caso di Hasan Hamis, un marocchino difficilmente ottiene lo status di rifugiato. Se ha chiesto asilo al suo ingresso in Italia lo ha fatto, come centinaia di migliaia di altre persone, mentendo: un espediente per non essere allontanato, un pessimo modo – l’inganno – di iniziare una nuova vita in un nuovo paese. Eppure in Italia è rimasto, per 22 anni. Si sa infatti che è arrivato nel 2002, anche se – dicono i mass media che ne hanno ricostruito la vita – è stato foto segnalato per la prima volta come marocchino solo nel dicembre del 2012. Come e dove esattamente abbia trascorso tutti questi anni ancora non è stato appurato. Si sa tuttavia che è vissuto prevalentemente in Campania, che lo ha fatto in condizione di irregolarità e che ha precedenti per rapina aggravata, furto, lesioni personali, sequestro di persona, reati contro il patrimonio e relativi al possesso, spaccio di stupefacenti. Dal 2013 al 2020 è stato più volte in carcere a Napoli e ad Ariano Irpino. La condanna più lunga, tre anni dal 2020 al 2023, è stata per rapina e lesioni.

Nelle diverse occasioni in cui è stato fermato e ha subito controlli da parte delle forze dell’ordine si è presentato con almeno 22 diverse identità. Nel 2021 finalmente l’Ufficio Immigrazione della questura di Avellino ha avviato le procedure di identificazione presso il consolato marocchino in Italia, ma non ha ricevuto risposta. 

Risulta inoltre che nei suoi confronti sia stato adottato per tre volte un provvedimento di espulsione: due volte, nel 2004 e nel 2012, dal prefetto di Napoli e una, nel luglio del 2023, dal prefetto di Avellino con esecuzione immediata: non essendoci posto nei Cpr, i Centri di permanenza per il rimpatrio, il questore di Avellino aveva ordinato che lasciasse il territorio nazionale entro sette giorni.

Evidentemente non lo ha fatto, ma forse per questo si è spostato più a nord fino a raggiungere Milano. La sua traccia più recente risale al 5 maggio quando è stato fermato e denunciato dalla polizia ferroviaria di Bologna con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di un rasoio con il quale su un treno aveva minacciato gli agenti e alcuni passeggeri. 

Persino se Hasan Hamis fosse detentore dello status di rifugiato, per le sue azioni avrebbe potuto perdere il diritto di asilo in Italia. L’Articolo 2 della Convenzione di Ginevra afferma che i rifugiati devono rispettare le leggi nazionali degli Stati contraenti: “Ogni rifugiato ha, verso il paese in cui risiede, doveri che includono l’obbligo di conformarsi alle leggi e ai regolamenti, come pure alle misure prese per il mantenimento dell’ordine pubblico”. L’articolo 32 inoltre recita al primo comma: “Gli Stati contraenti possono espellere un rifugiato che risiede regolarmente sul loro territorio soltanto per motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico”. Il secondo e il terzo comma dello stesso articolo affermano che il rifugiato ha facoltà di prestare ricorso facendosi a tale scopo rappresentare davanti a un’autorità competente o a persone da essa designate e ha diritto a un tempo adeguato che gli consenta di farmi ammettere in un altro paese. Si tratta di procedure dai tempi lunghi. Tuttavia, dice l’articolo 32 in conclusione, nel frattempo gli Stati contraenti possono prendere “tutte le misure interne che reputano necessarie” a garantire che il rifugiato in questione non possa attentare alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico.

Quindi, come è possibile che Hasan Hamis sia ancora in Italia? E quanti altri come lui vivono nel nostro paese?