• LA METAMORFOSI

Il centrodestra di governo si scopre "chiusurista"

Salvini, Gelmini, Carfagna, Tajani: fino a due mesi fa demolivano le strategie del governo sulla gestione della pandemia. Oggi si accodano con una linea chiusurista. Dimenticano che prima o poi la pandemia finirà e si dovrà andare a votare e in quel momento dovranno giustificare la sua disastrosa gestione sanitaria, sociale e economica. 

Si sa che quello a guida Draghi è un governo di emergenza basato sul compromesso tra forze politiche che nelle campagne elettorali torneranno a contrapporsi. Ciò non toglie che questi partiti dovrebbero, pur nell’attuale clima di solidarietà nazionale, dimostrare coerenza con le posizioni espresse sulla pandemia all’epoca del precedente governo.

Tutto questo non sta accadendo e le posizioni del centrodestra e del centrosinistra sul Covid sono praticamente sovrapponibili da quando a Palazzo Chigi è arrivato l’ex Presidente della Banca centrale europea.

Basterebbe recuperare le dichiarazioni di qualche mese fa degli attuali Ministri leghisti e di quelli di Forza Italia per scoprire la differenza. All’epoca del governo Conte, quindi soltanto sei o sette settimane fa, da quegli autorevoli rappresentanti del Carroccio o forzisti partivano bordate all’indirizzo del premier ma soprattutto del Ministro della salute, Roberto Speranza, colpevole secondo loro di alimentare un pessimismo cosmico e una strategia di chiusure indifferenziate destinate a stroncare ogni residuo di fiducia degli italiani nella ripresa sociale ed economica.

Speranza è rimasto al suo posto, con tutto il suo staff. Il comitato tecnico-scientifico ha cambiato composizione ma nel complesso riflette la stessa idea di rincorsa al virus e di santificazione del vaccino come unico antidoto al Covid; al suo interno continuano a non esserci rappresentanti dei medici di base che curano da oltre un anno il Covid a casa con i farmaci ben noti e continuano a non esserci rappresentanti di altre categorie strategiche per la valutazione dell’impatto delle misure di contrasto alla pandemia, ad esempio gli psicologi, i sociologi e gli economisti. Lo spartito, quindi, è rimasto identico: chiudere, chiudere, chiudere fino a quando i contagi non scenderanno, ma seguendo lo stesso canovaccio, cioè senza minimamente ancorare le decisioni sulle libertà delle persone a evidenze scientifiche, che peraltro non ci sono, soprattutto per quanto riguarda l’utilità dei lockdown. Le statistiche, elaborate sulla base di dati parziali e in alcun modo rappresentativi dell’evoluzione della pandemia, soddisfano un bisogno di legittimazione dell’ideologia “chiusurista”, senza contribuire minimamente a farci uscire dal famoso tunnel nel quale, anche e soprattutto per scelte sbagliate di chi governa al centro e in periferia, ci ritroviamo ancora oggi.

Queste cose per molti mesi le hanno dette anche alcuni renziani, ma soprattutto le hanno ripetute Matteo Salvini e tanti esponenti di Forza Italia che ora sono diventati ministri e che, come per incanto, non le dicono più. Oppure le dicono a bassa voce per non irritare Draghi e, nel contempo, per non deludere i propri elettori, che altrimenti scapperebbero tutti tra le braccia di Giorgia Meloni, che invece queste cose le ha dette e le dice tuttora, essendo rimasta fuori dalla stanza dei bottoni. Certo, la leader di Fratelli d’Italia porterà a casa le presidenze di alcune commissioni di garanzia e altre poltrone spettanti alle opposizioni, ma intanto sulla pandemia non ha cambiato affatto opinione e continua a evidenziare i ritardi e le nefaste conseguenze della linea Speranza.

E allora una domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno: il vero Salvini è quello di due mesi fa che tuonava contro Speranza e dichiarava la necessità inderogabile di “tornare a vivere” o quello di oggi che addirittura giustifica il Ministro della salute e si limita a chiedere qualche riapertura “se i numeri lo consentiranno”?

Stesso discorso si potrebbe fare per Mara Carfagna, Ministro per il sud, che nei giorni scorsi ha posto con insistenza l’accento sulla “catastrofe sanitaria” e sull’esigenza di continuare a tenere bloccato il Paese anziché su quella di farlo ripartire in sicurezza, cosa che sosteneva prima di entrare nel governo Draghi.

Mariastella Gelmini, neo ministro per gli affari regionali, non le è da meno e sembra irriconoscibile rispetto a quando, durante i talk show Mediaset, snocciolava le cifre dei fallimenti delle aziende a causa delle prolungate chiusure o denunciava la cattiva gestione della pandemia da parte di Speranza in materia di mascherine, vaccini, piano pandemico.

Anche Antonio Tajani, che fa le veci di Berlusconi alla guida degli azzurri, si limita ad auspicare nuovi ristori e l’accelerazione delle vaccinazioni, come un qualsiasi rappresentante di secondo piano del governo, senza minimamente graffiare.  Pure alcuni governatori sembrano del tutto appiattiti sull’ideologia “chiusurista”. L’unico che un po’ si distingue è il ligure Giovanni Toti.

Nessuno nega la pericolosità del virus o l’esigenza di tutelare la salute delle persone. Se, però, per un anno si è criticato quanto faceva il governo Conte e sono state auspicate ricette alternative, come il potenziamento delle cure domiciliari e la definizione di protocolli per le riaperture, non è corretto di punto in bianco trincerarsi dietro un governo di salute pubblica e avallare quello che si considerava nefasto.

Questi politici di centrodestra dimenticano che l’attuale parentesi emergenziale avrà un termine e che, nella migliore delle ipotesi per loro, fra massimo due anni si tornerà a votare. Con un Parlamento numericamente ridimensionato e una popolazione stanca, sfiduciata e sempre più distante dalle liturgie della politica. Che, probabilmente, sarà più incline a dare il suo voto a quanti non hanno avuto nulla a che fare con la disastrosa gestione della pandemia.