• ORA DI DOTTRINA / 35 - IL SUPPLEMENTO

Il cammino verso la Chiesa cattolica, secondo Howard

Thomas Howard è un grande convertito dall'evangelicalism alla fede cattolica, e rileggere le sue ragioni ci aiuta a comprendere ed apprezzare quegli elementi della nostra fede che stiamo ignorando o apertamente disprezzando.

Thomas Howard

Al pubblico italiano il nome di Thomas Howard (1935-2020) probabilmente non suonerà molto familiare. Forse qualcuno avrà letto il suo saggio sul mondo epic fantasy di C. S Lewis (1898-1963), Narnia e oltre, ma per lo più l’itinerario che lo ha portato dall’evangelicalism della sua zelante famiglia al cattolicesimo, passando per la Chiesa episcopaliana, rimane poco noto. Di certo meno conosciuto di quello di Newman, Chesterton e Bouyer, che tanto hanno influito sulle scelte di Howard. Docente di Inglese al Gordon College e, dopo la sua conversione al cattolicesimo, al St. John’s Seminary. dedicandosi soprattutto alle figure letterarie di Charles Williams (1886-1945), T. S. Eliot (1888-1965), e del già menzionato Lewis.

«Forse il modo più semplice di porre la questione sarebbe dire che è la stessa vecchia storia che si trova in Newman, Knox, Chesterton e tutti gli altri che hanno fatto questo passo», scriveva in un post-scriptum ad uno dei suoi capolavori, Evangelical is not enough, pubblicato nel 1984, appena un anno prima del suo ingresso nella Chiesa cattolica. Una “vecchia” storia che Howard ha avuto il pregio di saper raccontare in tutto il suo spessore e con uno stile letterario nobile e memorabile e che merita di essere conosciuta anche qui in Italia.

Nella pubblicazione appena menzionata, Howard spiega le ragioni della sua adesione alla Chiesa anglicana americana, nella quale aveva trovato un cristianesimo più completo rispetto a quello evangelical, e che lo porterà a maturare il passaggio definitivo alla Chiesa cattolica. Riflessioni che si prestano ad una autentica apologetica ad intra, un’apologetica per tornare, noi cattolici, a comprendere ed apprezzare quegli elementi della nostra fede che stiamo ignorando o apertamente disprezzando.

Per qualche domenica ne seguiremo l’itinerario, che trova il suo esordio in un’esperienza vissuta a dodici anni, quando un suo amico e coetaneo lo aveva invitato ad entrare in una chiesa anglicana. Le vetrate colorate, l’ambiente poco illuminato, la lampada rossa vicino all’altare; ed il suo amico che in questo spazio così diverso da ogni altro, sapeva come muoversi, quali gesti compiere. Un’esperienza semplice, ma che gli si impresse nella memoria. Anni più tardi si rese conto che l’esperienza delle chiese tradizionali anglicane, nella loro densità di simboli ieratici, così diverse dalle sale di culto protestanti, non gli permetteva più di rimanere all’interno di una dimensione disincarnata della fede: «Mentre stavo con il mio amico nella sua chiesa quel giorno, mi trovavo su un terreno familiare fintanto che potevo riconoscere a che cosa alludevano i diversi arredi: la croce, l’altare, le candele e cose del genere. Ma ero su un terreno sconosciuto nella misura in cui queste cose erano realmente rappresentate qui, nel mondo visibile della mia esperienza corporea. Credevo che “la verità cristiana” dovesse essere mantenuta in modo incorporeo. Era per il mio cuore, non per i miei occhi».

Il minimalismo nella dimensione materiale del culto è sempre portato avanti come una salutare prevenzione di forme religiose magiche o idolatriche; come sottolineatura dell’importanza dell’interiorità, di quel culto “in spirito e verità” insegnato nel Vangelo. In altre parole, una modalità di vivere la fede e il rapporto con Dio ritenuta più pura ed elevata. Ma è veramente così?

«È nel mondo fisico che l’intangibile ci incontra. Un bacio sigilla un fidanzamento. Il rapporto sessuale suggella un matrimonio. Un anello indica il matrimonio. Un diploma corona anni di studio […] Questo simbolismo rivela quel genere di creature che siamo. Asportare tutto questo dalla pietà e dal culto significa ritenere che il vangelo ci allontana dalla nostra umanità per condurci in una dimensione disincarnata. Significa trasformare l’Incarnazione in una mera dottrina». Howard tocca qui la ragione antropologica che ha guidato lo sviluppo della liturgia in duemila anni; prima che arrivasse la nuova ondata di gnosticismo in salsa utilitaristica.

Perché quando l’insistenza sull’interiorità va a discapito dell’esteriorità non siamo più di fronte al sempre opportuno richiamo del Signore Gesù ad evitare ogni forma di ipocrisia che porta a pulire l’esterno del bicchiere per non curarsi dell’interno (cf. Mt 23, 26); siamo invece in presenza di una nuova forma di gnosticismo, che disprezza la materia e la corporeità, inventandosi un “uomo interiore” che deve disfarsi del fardello dei cinque sensi, per essere più puro, più spirituale, più razionale. Un uomo che non esiste, se non in pensieri deliranti, perché noi «siamo creature fatte per inchinarsi non solo spiritualmente (gli angeli lo fanno), ma con le ossa delle ginocchia e i muscoli del collo. Siamo creature che esclamano a gran voce nelle grandi processioni, “ad altare Dei”, non solo nei loro cuori (gli spiriti incorporei fanno così), ma con i nostri piedi, cantando grandi inni con le nostre lingue, con le nostre narici piene del fumo dell’incenso».

È quest’uomo impastato di materia, la cui parte più nobile è certamente lo spirito, che ha ricevuto la vocazione di glorificare Dio mediante la materia. L’uomo “spirituale” non si contrappone a a corporeo o materiale, ma a “carnale”, nel senso che san Paolo ha dato a questo termine, ossia l’uomo travolto dalle passioni, nel quale domina il principio della filautia, il disordinato amore di sé.
Il culto a Dio deve essere anche esteriore, precisamente perché è interiore: è tutto l’uomo che glorifica il suo Dio e gli riporta quella creazione che Dio aveva condotto ad Adamo.

Il disordine che il peccato originale ha introdotto nella creazione, ha trovato una risposta definitiva nell’Incarnazione del Verbo. Essa «ci trasfigura l’intera trama della vita, ce la riconsegna e riconsegna noi a lei in quella fluidità che avevamo perduto nel nostro esilio dall’Eden. Ancora una volta possiamo stare nel nostro giusto rapporto con le cose, come signori e non come schiavi. Ancora una volta siamo nella nostra dignità come quella di Adamo, grazie al Secondo Adamo e possiamo incominciare ad imparare di nuovo il solenne ufficio per il quale siamo stati creati, vale a dire benedire Dio e condurre l’intera creazione in questa benedizione».

Tutto può e deve essere ricondotto a Dio: ogni cosa, ogni attività umana, ogni luogo ed ogni tempo. Ma la realtà è assai più triste. E’ per questo che abbiamo bisogno di spazi, di tempi, di riti, di oggetti che siano sacri, che siano cioè dedicati esclusivamente a Lui. Dobbiamo imparare nuovamente la nostra vocazione sacerdotale di ordinare l’esterno e l’interno, il materiale e lo spirituale a Colui che ha li ha creati e riscattati.

 

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