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Il Brasile si “ferma” per la sua prima santa

Mentre a Roma si svolge il Sinodo sull’Amazzonia, con tanto di riti pagani e prelati che si vergognano dell’evangelizzazione, in Brasile c’è grande attesa per la canonizzazione di suor Dulce, prima santa nativa del Paese. Anche la politica si ferma per lei, gigante di carità che confidava nella Divina Provvidenza. La conferma che non la mentalità del secolo ma la santità attrae e fa fiorire la Chiesa.

Lasciate stare i riti pagani arrivati fin dentro la Basilica di San Pietro, i diversi prelati dimentichi del Primo Comandamento (e giù a cascata) nonché pieni di vergogna per l’evangelizzazione, le chiese profanate con immagini di donne che allattano volpi, sindacalisti rivoluzionari ed ecologisti assurti a neo-profeti. Mentre in Vaticano si apre il settimo giorno del Sinodo sull’Amazzonia, dove l’Amazzonia è solo un pretesto per diffondere l’apostasia, in Brasile c’è un’ampia schiera di persone a cui il Sinodo non interessa né tantomeno scalda il cuore, ma che attende trepidante il momento in cui Maria Rita de Sousa Brito Lopes Pontes - semplicemente suor Dulce (1914-1992) - diventerà la prima donna nata nel Paese carioca a essere proclamata santa.

Il momento sarà domani, domenica 13 ottobre, e la Provvidenza ha voluto che ciò avvenga appena un giorno dopo la festa di Nostra Signora di Aparecida, patrona del Brasile, che appunto si celebra oggi, per di più un sabato, giorno dedicato alla Madonna.

Per la canonizzazione della religiosa, conosciuta anche come «Beata Dulce dei Poveri» e «l’Angelo buono di Bahia», i titoli sulle testate nazionali - inclusa la versione brasiliana della laicissima BBC - si sprecano. Tra coloro che ricordano l’aiuto di suor Dulce, pure lo scrittore Paulo Coelho, che in un’intervista ha rivelato: «Stavo chiedendo l’elemosina a Bahia, ero fuggito da casa, e lei mi nutrì».

Nemmeno il mondo della politica rimane indifferente. Anzi. Per l’evento, è stata posticipata l’approvazione del più importante progetto di legge governativo, quello sulla sicurezza sociale. Il Senato ha fissato la scadenza per il voto finale al 22 ottobre perché, riferisce il Catholic Herald, molti senatori si recheranno a Roma per la cerimonia. Che verrà trasmessa dal vivo in televisione in tutto il Brasile, con inizio prima ancora che spunti l’alba.

Seconda di sei figli, Maria Rita nacque da una famiglia benestante, rimanendo orfana della madre ad appena sette anni. Crebbe con una grande devozione a sant’Antonio di Padova, pregando il santo portoghese di aiutarla a capire se sposarsi o farsi suora. Un giorno, quando aveva ancora 13 anni, una delle zie che si curò di educarla la portò a conoscere i quartieri più poveri della sua città, Salvador. Con il consenso della famiglia, prese a occuparsi dei più bisognosi a casa sua e il 13 agosto 1933, diciannovenne, fece la sua professione nelle Suore missionarie dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio, ricevendo il nome religioso di suor Dulce, in onore della defunta mamma. Altra stella della sua vocazione fu santa Teresa del Bambin Gesù, che le ispirava pensieri così: «Su esempio di Santa Teresina, penso che devono essere graditi al Bambino Gesù tutti i piccoli atti d’amore, per quanto piccoli possano essere».

Era dall’amore di Dio che discendeva quella carità che la faceva girare per le strade di Salvador, con il suo abito bianco e blu, e stendere le mani chiedendo «aiuto per i miei poveri». E di fronte alle miserie materiali e spirituali non si scoraggiava né pensava a scorciatoie umane, ma confidava nell’aiuto del Creatore. Così diceva: «Ci sono momenti in cui ci sentiamo abbandonati perché abbiamo dimenticato l’onnipotenza di Dio. Lui vede tutto. Quindi bisogna credere ed essere certi che nulla è impossibile ai Suoi occhi».

Fu così che dopo essere stata sfrattata da un paio di luoghi dove accoglieva i malati, nel frattempo diplomatasi infermiera, trasformò in un ambulatorio il pollaio del Convento di Sant’Antonio, dando il la a quello che sarebbe divenuto il più grande e importante ospedale di Bahia, dove oggi vengono curate anche 5.000 persone al giorno. Dedicandolo a san Francesco, fondò pure il primo movimento operaio cattolico di Bahia e si adoperò per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Si preoccupò anche dell’istruzione delle giovani generazioni e nel 1959, per dare continuità a quanto di buono era riuscita a seminare, fondò quella che è oggi nota come “Associazione Opere Sociali Suor Dulce”.

Nel 1980, durante il primo viaggio di Giovanni Paolo II in Brasile, ricevette l’incoraggiamento del Santo Padre, che la chiamò all’altare per una benedizione speciale, tirò fuori dalla tasca un rosario e glielo donò dicendo: «Continua, suor Dulce, continua». La religiosa continuò l’opera che la Provvidenza le aveva messo tra le mani finché ne ebbe le forze. Quando papa Woytjla, 11 anni più tardi, fece ritorno in Brasile, suor Dulce si trovava già in ospedale, ricevendo la visita del santo polacco. In ospedale, dove era stata ricoverata per problemi respiratori, passò gli ultimi 16 mesi della sua vita terrena, tornando alla Casa del Padre il 13 marzo 1992, a 78 anni non ancora compiuti. «Un esempio per l’umanità», la chiamò Giovanni Paolo II. Ed è di esempi così, alla sequela di Cristo, che ha bisogno la Chiesa per rifiorire. Perché solo la santità, e non il conformarsi alla mentalità di questo secolo, è la sorgente della sua attrazione.