• IL BELLO DELLA LITURGIA

I santi Arcangeli, alla presenza della Maestà di Dio

La ricchissima tradizione iconografica sui tre Arcangeli celebrati il 29 settembre ci aiuta a comprenderne il ruolo. Guido Reni raffigura san Michele come un giovane aitante dal viso gentile, nell’atto di incatenare Satana. San Gabriele, nel dipinto di Giovanni Bellini, si presenta alla Beata Vergine con un giglio in mano. E Filippino Lippi rappresenta san Raffaele mentre tiene per mano Tobiolo, da lui soccorso nelle difficoltà.

Filippino Lippi, Tre arcangeli e Tobiolo, Torino – Galleria Sabaudia

Benedite il Signore, voi tutti suoi Angeli,
potenti esecutori dei suoi comandi,
pronti al suono della sua parola.
(Salmo 102,20)

L’esistenza degli angeli è una verità di fede. Vivono in contemplazione del mistero di Dio di cui sono i messaggeri, rendendo a noi percepibile la Sua trascendente presenza. Nella terza gerarchia angelica figurano gli Arcangeli (etimologicamente, “capi degli angeli”). Le Sacre Scritture ne menzionano tre, Michele, Gabriele e Raffaele: il nuovo calendario liturgico li celebra tutti insieme il 29 settembre. Grazie alla ricchissima tradizione iconografica riusciamo a scoprire il ruolo e le specifiche mansioni di ciascuno di loro.

Michele, Mi-ka-el. Il suo nome significa “Chi come Dio?”. È l’affermazione della potenza divina, è il comandante delle milizie celesti, impegnato nella perenne lotta tra bene e male. Viene, dunque, sempre rappresentato come un guerriero mentre sconfigge Satana, spesso identificato in una creatura mostruosa.

Guido Reni se lo immagina come un aitante giovane dal viso gentile. Il suo pennello magistrale ha messo su tela un preciso passaggio dell’Apocalisse che così recita: “Un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò”.

Nel dipinto che il bolognese realizzò nel 1635 su commissione del cardinale Antonio Barberini per la chiesa di Santa Maria Immacolata Concezione a Roma, dove ancora si trova, Michele, le ali spiegate, la spada sguainata, sembra essere appena planato sul demonio, prostrato a terra e incatenato nei pressi di una caverna infuocata. L’angelo ribelle è qui un essere ambiguo, col volto umano e il corpo che termina in una coda attorcigliata. Il suo aspetto truce si contrappone alla bellezza dell’arcangelo e, quindi, del bene che trionfa sul male.

Gabriele, Gavri’-el. Il suo nome significa “Forza di Dio”. Del resto è lui che l’Onnipotente ha scelto per rivelare a Maria l’incarnazione del Verbo. È comunque il messaggero per antonomasia, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento. Viene rappresentato con il baculus viatorius, il bastone del messo imperiale, ma al cospetto di Maria questo strumento da viandante si trasforma in giglio, simbolo di purezza (vedi il dipinto a fianco di Giovanni Bellini e bottega, Angelo Annunciante, Venezia - Gallerie dell’Accademia).

Raffaele, Rafa-el, ovvero “Dio guarisce”. Ne parla il Libro di Tobia, di cui l’arcangelo accompagna il figlio lungo un viaggio intrapreso per riscattare un credito del padre che verrà, infine, da lui miracolosamente sanato dalla cecità. E con Tobiolo (o Tobia), appunto, è per lo più rappresentato. Lo tiene per mano anche nel dipinto di Filippino Lippi, in cui i due sono affiancati da Michele e Gabriele, riconoscibili dai propri attributi: la spada per il primo, il giglio per il secondo.

Rispetto a loro Raffaele svolge compiti più umili ma non per questo meno importanti. È, infatti, l’angelo che ci accompagna nella quotidianità, che va in soccorso di coloro che sono in difficoltà. L’angelo custode per eccellenza, insomma. Che, rivelandosi a Tobiolo, così ci ammonisce: “Sono Raffaele, uno dei sette Angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della maestà del Signore. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a Colui che mi ha mandato”.