• Spiritualità giuseppina

I carismi di san Giuseppe e i tanti ordini in suo onore

Tra i tanti ordini religiosi nati in Italia che si ispirano allo sposo di Maria ci sono gli Oblati di San Giuseppe, che coniugano una profonda vita contemplativa e carità operosa; i Giuseppini del Murialdo, dediti in particolare alla formazione dei giovani; le Figlie di San Giuseppe di Rivalba, nel cui carisma c’è la speciale cura verso Gesù Sacramentato.

San Giuseppe è l’ombra del Padre e per la sua vita attenta a compiere la volontà di Dio è certamente uno speciale custode della vita consacrata. Sono  numerosi gli ordini religiosi che in Italia e nel resto del mondo si ispirano alla sua figura. Si è scelto qui di focalizzare l’attenzione sulla profonda spiritualità giuseppina dei santi fondatori di alcuni degli ordini nati nel nostro Paese che si richiamano esplicitamente allo sposo di Maria.

GLI OBLATI DI SAN GIUSEPPE

«Ognuno prende le proprie ispirazioni dal suo modello San Giuseppe, che fu il primo sulla terra a curare gli interessi di Gesù, esso che ce lo custodì infante e lo protesse fanciullo e gli fu in luogo di padre nei primi trent’anni della sua vita qui in terra». Da questa consapevolezza del santo sacerdote torinese, poi vescovo di Acqui, Giuseppe Marello (1844-1895) nasce nel 1878 la nuova Compagnia di San Giuseppe, meglio nota col nome di Oblati di San Giuseppe.

Nascondimento, operosità e paternità spirituale nel solco del padre putativo di Gesù sono i tratti che contraddistinguono il nucleo di giovani al servizio di un orfanotrofio presso l’Opera Pia Michelerio; «certosini in casa e apostoli fuori casa», si impegnano a educare cristianamente i giovani nelle scuole e nei convitti e ad alleviare le sofferenze dei più poveri. Catechesi, attività scolastiche e oratoriali, discernimento vocazionale in centri d’accoglienza sono il cuore della carità operosa anche del ramo femminile della stessa congregazione, le Oblate di San Giuseppe, attive nell’apostolato in special modo in Brasile, Filippine, Perù e Nigeria.

«Tu che dopo la Vergine benedetta primo stringesti al seno il Redentore Gesù, sii il nostro esemplare nel nostro ministero che, come il tuo, è ministero di relazione intima col Divin Verbo». In una preghiera composta dal sacerdote torinese, san Giuseppe è invocato quale modello per la vocazione sacerdotale, ma anche come patrono e intercessore per chiunque desideri coniugare sulle sue orme vita interiore e autentico zelo apostolico. Di qui il vescovo di Acqui lo invoca ancora con parole che lasciano trasparire grande fiducia nel suo celeste patrocinio: «Eccoci tutti per Te e Tu sii tutto per noi. Tu ci segni la via, ci sorreggi in ogni passo, ci conduci dove la Divina Provvidenza vuole che arriviamo, sia lungo o breve il cammino, piano o malagevole, si vegga o non si vegga per vista umana la meta. O in fretta o adagio noi con Te siamo sicuri di andar sempre bene». Consacrati e laici donano perciò docilmente e continuamente la propria volontà al Padre buono quale oblazione a Dio gradita nel carisma del Santo Patriarca perché, come scrive Marello, «ogni momento che passa è una nuova occasione che dobbiamo sfruttare e della quale ci tocca rispondere un giorno al cospetto di Dio».

I GIUSEPPINI DEL MURIALDO

«Il nostro santo». Viene chiamato così San Giuseppe dai Giuseppini di San Leonardo Murialdo (1828-1900). Sacerdote torinese come Marello, Murialdo manifesta una grande e sincera devozione per il padre putativo di Gesù. In diverse conferenze medita con sapienza teologica sulla sua figura: «San Giuseppe ha la missione di nascondere Gesù Cristo fino all’ora della sua manifestazione. Siccome oscurare la glora divina è maggior miracolo che manifestarla, l’onnipotenza e la sapienza di Dio non si manifestarono meno grandi in San Giuseppe che in tutti gli altri santi. La gloria di San Giuseppe brilla agli occhi di Dio e degli angeli in ragione della sua oscurità agli occhi degli uomini. Dotato di ogni virtù in grado più eminente, è stato sollevato all’altissima dignità di sposo della più gloriosa fra tutte le donne mortali, della quale fu custode, come di Gesù, il più ricco tesoro che c’è non solo sulla terra ma anche in cielo, dignità che lo rende oggetto di santa invidia da parte degli angeli. Assume per lui cuore e tenerezza di padre e diviene per lui per affetto ciò che non è per natura. Il cielo e la terra ubbidiscono a un cenno di Dio e Dio vuol ubbidire ad ogni cenno di Giuseppe; tutti gli uomini della terra invocano Dio col nome di Padre e il Figlio di Dio chiama Giuseppe con questo dolce nome. San Giuseppe è modello perfetto e protettore della vita interiore. La sua vita fu un’orazione e una contemplazione continua; le azioni esteriori non hanno mai interrotto il suo raccoglimento e la sua attenzione alla presenza di Dio. Giuseppe fu la Provvidenza di Gesù e di Maria. Gesù Cristo esaudisce i suoi servi, non esaudirà il suo padre putativo? Ci benedica il Signore e ci benedica il caro e venerato san Giuseppe nel quale, dopo Dio e Maria, noi mettiamo ogni nostra speranza».

Tale devozione profonda traspare anche nella scelta del nome della congregazione che fonda nel 1873, ancorata ai principi di «obbedienza pronta al volere del Padre in spirito di fede; scelta evangelica della vita povera, oscura, laboriosa di Gesù; spirito di famiglia vissuto nell’umiltà, nella carità e nell’accoglienza verso tutti, specie i più umili; impegno nella formazione dei giovani (a imitazione di san Giuseppe che educò il suo figlio Gesù)». Forte dell’esperienza maturata al Collegio degli Artigianelli di Torino, fonda la prima casa-famiglia d’Italia e considera l’educazione umana e  cristiana dei giovani, soprattutto la formazione professionale di quelli più poveri e svantaggiati, il cuore dell’apostolato della sua famiglia spirituale.

LE FIGLIE DI SAN GIUSEPPE DI RIVALBA

«Vi chiamerete Figlie di San Giuseppe, perché a imitazione di questo grande santo, dovete essere le custodi di Gesù Sacramentato conducendo una vita santa ad imitazione della Sacra Famiglia di Nazareth. Lì dovrete specchiarvi, cercando di praticare le virtù che si ritrovano in quella Santa Casa». Con queste parole un altro “santo sociale” piemontese dell’Ottocento, il beato Clemente Marchisio (1833-1903), spiega le ragioni del nome dato alle sue figlie spirituali, le Figlie di San Giuseppe di Rivalba. Figlio di un umile calzolaio di Racconigi, padre Clemente fa costruire un asilo infantile e un laboratorio tessile per le ragazze, poi un’intuizione improvvisa: vuole che le suore si occupino di rendere degno tutto ciò che avviene sull’altare, poiché durante le missioni si rammarica che chiese e paramenti sacri siano di frequente indecorosi e indegni del Signore. Inizia così il lavoro delle suore di produzione delle ostie e del vino che diventeranno Corpo e Sangue di Gesù Cristo. «Questa volta il Signore ha finalmente voluto pensare a sé stesso!», commenta con ironia papa Leone XIII rispetto al loro carisma. Di tale primato di Cristo nella vita consacrata Marchisio era profondamente consapevole, perciò ripeteva spesso: «La Messa è la mia vita».

Dona Ora