• IL RICORDO

I 21 martiri uccisi dall’Isis, veri fedeli di Cristo

Sono passati cinque anni da quando, sulle spiagge libiche, 21 giovani cristiani vennero brutalmente sgozzati da uomini dello Stato Islamico. Venti erano cristiani copti, egiziani che lavoravano in Libia, il 21° proveniva dal Ghana. Prima dell’esecuzione, elevarono la loro preghiera: Ya Rabbi Yassou, “O Signore Gesù”. La Chiesa copto-ortodossa li ha dichiarati martiri, e un libro ne ha ricostruito la vita. Fatta di un Vangelo realmente vissuto, senza compromessi con il mondo.

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Sono passati cinque anni da quando, sulle spiagge libiche, 21 giovani cristiani vennero brutalmente uccisi, sgozzati, da altrettanti assassini appartenenti al sedicente Stato Islamico per aver rifiutato di rinnegare la loro fede in Gesù Cristo. Un omicidio volutamente spettacolarizzato dai terroristi islamici attraverso la diffusione del video dell’orribile massacro, al fine di dimostrare la propria forza e creare panico e sottomissione tra i cristiani di tutto il mondo. Il video fu intitolato dagli autori: “Messaggio firmato col sangue alla Nazione della Croce”. Era il 15 febbraio 2015.

Ciò che colpì chi trovò il coraggio di guardare quelle terribile immagini fu l’arrendevolezza dei giovani prigionieri. Un’arrendevolezza che si dimostrò in realtà essere nient’altro che la piena accettazione di una morte oramai inevitabile e il desiderio di donare totalmente a Gesù gli ultimi momenti della propria vita.

Impossibile dimenticare quella fila di uomini vestiti con tute arancioni sfilare lungo la spiaggia, con le mani legate dietro la schiena, sotto il controllo di uomini mascherati, vestiti completamente di nero e armati con coltelli dalle lunghe lame.

Di quei 21 uomini, 20 erano cristiani copti, egiziani che lavoravano in Libia; il ventunesimo era proveniente dal Ghana. Ciascuno dei prigionieri fu costretto a inginocchiarsi nella sabbia, e quindi decapitato. I loro corpi sono stati ritrovati il 7 ottobre in una fossa comune nei pressi di Sirte, grazie alle confessioni di alcuni islamisti arrestati dopo la caduta della città libica.

Dal video si evince in maniera inequivocabile il labiale delle vittime mentre le lame dei coltelli toccavano la loro gola in attesa dell’ordine da eseguire. Una preghiera: Ya Rabbi Yassou, “O Signore Gesù”. In un’intervista rilasciata alla rivista Tempi, il vescovo di Minya, da dove provenivano gran parte dei cristiani uccisi, monsignor Anba Macarius ha affermato:

«La tradizione cristiana ci dice che questa è un’abitudine dei martiri, che loro chiedano cioè agli aguzzini di lasciarli pregare prima di essere uccisi. In quel momento hanno pregato per i loro assassini, per i giudici che li hanno condannati e per i boia. Quando muovevano le labbra, chiedevano a Dio di confermarli nella fede e di perdonare i loro uccisori, così come insegnato dal primo martire, Gesù Cristo: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

La Chiesa copto-ortodossa li ha dichiarati martiri. I loro nomi sono stati inseriti nel Sinassario copto (equivalente al martirologio della Chiesa latina): il Patriarca ortodosso Tawadros II ha stabilito che la loro memoria fosse celebrata proprio il 15 febbraio.

Durante l’udienza generale del 18 settembre del 2019, parlando del martirio, papa Francesco ha ricordato questi giovani che morirono pronunciando il nome di Gesù: «I martiri danno la vita, non nascondono di essere cristiani. […]Pensiamo, quattro anni fa, a quei copti ortodossi cristiani, veri lavoratori, sulla spiaggia della Libia: tutti sono stati sgozzati. Ma l’ultima parola che dicevano era “Gesù, Gesù”. Non avevano svenduto la fede, perché c’era lo Spirito Santo con loro. Questi sono i martiri di oggi!».

IL LIBRO

Lo scrittore tedesco Martin Mosebach, rimasto inizialmente colpito da un’immagine trovata su una rivista, ha guardato quel video, come tanti altri, rimanendo sconvolto dai volti degli uomini uccisi: non mostravano terrore o paura, ma affrontavano l’atroce morte con accettazione e calma. Questi uomini erano pronti per testimoniare la fede fino al martirio. Dunque si interrogò sulla vita e la fede di questi uomini: da dove provenivano, che formazione avevano ricevuto e che tipo di tradizione e cultura li aveva portati ad una così eroica accettazione del martirio?

Il libroThe 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs” (pubblicato originariamente in Germania nel 2018 e tradotto in inglese nel 2019) vuole essere una risposta a queste domande. La storia è raccontata in 21 capitoli, ognuno dei quali inizia con la foto di uno degli uomini martirizzati. Nel 2018 Mosebach si è recato in Egitto per visitare i villaggi da cui provenivano i venti cristiani decapitati. Ha parlato con le loro famiglie e con i loro vicini, con i loro vescovi e sacerdoti. Tra di loro, nessun sentimento di vendetta, solo l’orgoglio di avere un martire in famiglia, un santo in Cielo.

L’autore del libro ha parlato con i copti che vivono e lavorano al Cairo che lamentano il silenzio del governo e dei media locali sulla reale situazione dei cristiani in Egitto. Una minoranza religiosa discriminata e troppo spesso vittima di violenze e di omicidi. Come sottolinea Mosebach, i venti martiri non sono infatti gli unici copti vittime di persecuzione: le stragi ad Abassia nel dicembre del 2016 e della Domenica delle Palme del 2017, avvenute ad Alessandria e al Cairo, ne sono un chiaro esempio.

Proprio questo stato permanente di persecuzione ha rafforzato la fede dei cristiani d’Egitto, permettendo loro di vivere il cristianesimo in maniera radicale senza scendere a compromessi con il mondo e con la società nella quale vivono. Mosebach racconta che molti parenti e conterranei di questi martiri parlano di miracoli avvenuti grazie alla loro intercessione. Guarigioni straordinarie, icone che lacrimano… la consapevolezza di questi eventi prodigiosi è stata confermata da fonti vicine alla Chiesa cattolica egiziana, pur con la dovuta prudenza. Il governo egiziano ha deciso di costruire ad El-Aour una chiesa copta in loro onore: la “Chiesa dei Martiri della Fede e della Patria”, già divenuta meta di pellegrinaggi.

Nato nel 1951, Mosebach è un romanziere, sceneggiatore, drammaturgo e poeta. I suoi romanzi tradotti in inglese includono “The heresy of formlessness” e “What was before”. Disponibile anche in inglese la sua raccolta di saggi del 2019, “Cattolicesimo sovversivo: papato, liturgia, chiesa”. “The 21” è il suo primo saggio.

Questa indagine nella terra dei martiri è un documento prezioso perché ci mostra una chiesa viva che forma cristiani che abbracciano il Vangelo con la loro vita, senza adattarlo o sminuirlo, senza addomesticarlo o alleggerirlo, ma comprendendolo ed assumendolo in tutta la sua radicalità.  La persecuzione e il martirio fanno parte del messaggio evangelico come una possibilità sempre latente, perché il cristiano è chiamato a “dare la vita” per poi ritrovarla.  «…Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16, 24-26)

Sono parole dure, che scandalizzano. «Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”». Parole difficili da accettare per noi cristiani d’Occidente, troppo spesso abituati, nel nostro borghesismo spirituale, a contestualizzare, a commentare, a inculturare, a scendere a compromessi… Parole che, al contrario, molti uomini hanno accolto e - con l’aiuto della Grazia - messo in pratica, anche ai nostri giorni: santi e martiri che ci ricordano che essere cristiani vuol dire seguire la via della Croce, rinunciare a vivere per sé stessi ed essere pronti a dare la propria vita per amore a Cristo.

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