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I 149 anni mancanti della Sindone

Un romanzo storico di Ada Grossi prova a dare la risposta che tutti cercano: dal 1204 al 1353 della Sindone si perdono le tracce. Il viaggio ricostruisce con personaggi esistiti e riferimenti storici perfetti il probabile intineraio del volto di Cristo in mano ai templari.

E’ ormai assodato dagli storici che il Mandylion di Edessa non era altro che la Sindone piegata in modo che si vedesse solo il volto di Cristo. Da sempre venerata come «acheropita» (non fatta da mani umane), quest’immagine nell’anno 944 venne solennemente portata a Costantinopoli, capitale dell’impero bizantino. Ci rimase fino al 1204, poi se ne persero completamente le tracce. In quell’anno si svolse la famigerata crociata che non arrivò mai nei Luoghi Santi ma, complice Venezia, si rivolse contro Bisanzio e la mise a sacco.

La Sindone ricompare solo a metà del XIV secolo nelle mani del cavaliere francese Geoffroy de Charny, il quale fa costruire a Lirey, in diocesi di Troyes, una chiesa per accoglierla. Nel 1453 l’ultima discendente del cavaliere, Marguerite de Charny, porta la Sindone a Ginevra. Qui vengono organizzate delle ostensioni (cioè, viene mostrata in pubblico affinché i fedeli possano venerarla). La Sindone passa di mano e diventa proprietà di Ludovico di Savoia, il quale la espone nei suoi domini: a Pinerolo nel 1478 e a Vercelli nel 1494.

A Chambéry, capitale del ducato dei Savoia, la Sindone viene conservata nella cappella del castello («Chapelle du Saint-Suaire»). Nel 1506 il papa Giulio II approva la Missa Sanctissimae Sindonis, e ne fissa la ricorrenza al 4 maggio. Nel 1532 un furioso incendio danneggia la Sindone, che due anni dopo viene restaurata dalle clarisse. Nel 1536 l’invasione francese costringe i Savoia alla fuga; portano con loro la Sindone, che viene esposta a Milano. Nel 1578 san Carlo Borromeo, per ringraziare Dio della fine della peste a Milano, fa voto di raggiungere Chambéry a piedi per venerare la Sindone.

Il duca Emanuele Filiberto, per abbreviargli il viaggio, porta la Sindone a Torino. Nel 1694 nel Duomo torinese viene costruita la Cappella del Guarini per conservarla. Da allora la Sindone è là. Ne esce solo nel 1706 per sottrarsi all’assedio francese (e va a Genova) e nel 1939 per sfuggire alla seconda guerra mondiale (e va a Montevergine, in quel di Avellino).

La storia della Sindone è così perfettamente ricostruita dall’inizio (resurrezione di Cristo) fino al 1204. Poi, dal 1353 circa fino ad oggi. Manca all’appello un secolo e mezzo, per l’esattezza i 149 anni che intercorrono tra queste due date. Il mistero del «tempo mancante» perdura per gli storici. Solo la fantasia ha provato a colmare il vuoto. Il primo a tentare fu il regista Pupi Avati con un romanzo, I cavalieri che fecero l’impresa (da cui lo stesso Avati trasse un film nel 2000). In esso l’autore immaginava che la Sindone fosse rimasta per tutto il secolo e mezzo in mano ai Templari. Questi, nel processo per eresia imbastito loro da Filippo il Bello, furono accusati anche di venerare un idolo, il c.d. Bafometto: qualcuno ha sospettato che la «testa» di tale idolo altro non fosse che il volto della Sindone ripiegata.

Adesso un altro romanzo, forse più suggestivo, interviene a chiedersi che cosa ne sia stato della Sindone negli «anni perduti». L’autrice, Ada Grossi, a differenza di Avati è un’esperta: ricercatrice di storia medievale, paleografa e studiosa di storia della Sindone appunto. Il suo lavoro si intitola proprio Centoquarantanove anni. Gli occhi che guardarono la Sindone (Meravigli, pp. 230, €. 15).

L’avventura comincia nel bel mezzo del saccheggio di Costantinopoli. Un  giovane veneziano, Giovanni, salva dallo stupro la bizantina Sofia, sottraendo al violentatore una sacca. Nella sacca c’è la Sindone, di cui quello chissà come si era impadronito. I due trovano aiuto in un gruppo di Templari che stanno tornando in Europa. Il romanzo ne segue passo passo l’itinerario, dettagliando le tappe come se l’autrice avesse l’occhio sulla mappa dell’Oriente del 1204.

Accuratissima, dunque, la ricostruzione e, una volta tanto, la descrizione dei Templari. Quando il destino separa i due giovani (che nel frattempo si sono innamorati e sposati), lei finisce in un harem musulmano. E i personaggi che compaiono via via sono tutti realmente esistiti. Non solo. Ogni paragrafo è datato e, quando l’azione si svolge in terra islamica, è il calendario musulmano che compare a ogni intestazione. Saltiamo i passaggi: sarà il figlio della coppia a rincorrere le tracce della Sindone, e lo farà decrittando un manoscritto custodito nella basilica milanese di Sant’Ambrogio. Con passaggi di dettaglio che neanche Dan Brown. Il quale, a differenza della Grossi, non è un addetto ai lavori. Buona lettura. 

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