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Huma, la cristiana rapita, ottiene almeno un processo

Huma Younus, ragazza cattolica pachistana rapita il 10 ottobre scorso, per essere convertita a forza all'islam e sposata dal rapitore, è stata a suo modo "fortunata". Almeno viene intentato un processo per la sua causa. I genitori, grazie all'aiuto dell'avvocatessa Tabassum Yousaf e di Aiuto alla Chiesa che Soffre, sono determinati a chiedere giustizia.

Manifestazione per Huma (a sinistra l'avvocatessa Tabassem Yousaf)

Paradossalmente fortunati. Per quanto possano esserlo i genitori di una ragazza che è stata rapita, violentata, convertita a forza all’islam e obbligata a sposare il proprio rapitore. Ma la storia di Huma Younus, ragazza cattolica rapita il 10 ottobre scorso a Karachi dal musulmano Abdul Jabbar, è paradossalmente una vicenda fortunata rispetto a quella di centinaia di altre ragazze cristiane che affrontano lo stesso destino in Pakistan.

Perché per la prima volta un caso simile è arrivato dinanzi ad un’Alta corte pachistana, ovvero un tribunale di secondo grado, e per la prima volta, il 3 febbraio prossimo, una vittima potrebbe testimoniare in aula. La maggior delle famiglie delle ragazze rapite è costretta ad arrendersi a causa della mancanza di risorse economiche e delle pressioni dei rapitori che spesso minacciano di accusare genitori e avvocati blasfemia (cosa che è accaduta anche nel caso di Huma). E dunque il corso della giustizia si arresta o addirittura non parte neanche, giacché gli stessi poliziotti “invitano” i genitori a non registrare le denunce o non effettuano accurate indagini.

A differenza di altri, il padre e la madre di Huma, Younus Masih e Nagheena Younus, sono riusciti ad andare avanti grazie al sostegno dell’avvocatessa cattolica Tabassum Yousaf, che li difende pro bono, e della Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre. Il sostegno di ACS ha inoltre permesso di affiancare alla Yousaf, anche un avvocato musulmano della Corte Suprema, Mujahhid Hussein. La sua esperienza, unita alla sua fede islamica, può fare la differenza. Ieri, alle 12 ora locale si è tenuta la prima udienza presso l’Alta Corte di Karachi. I giudici Muhammad Iqbal Kalhoro e Irshad Ali Shah, hanno convocato il poliziotto incaricato delle indagini, Akhtar Hussain, chiedendogli conto del perché Huma fosse assente e intimandogli di fare in modo di condurre la ragazza alla prossima udienza. Ai più attenti non è sfuggito un gesto di intesa tra l’avvocato di Jabbar e il poliziotto Hussain, a corroborare i forti sospetti della complicità di quest’ultimo con il sequestratore di Huma.

Lo stesso agente ha riferito in aula che lo scorso 9 gennaio Huma è stata convocata al tribunale di primo grado per firmare una dichiarazione in cui afferma di essere maggiorenne. Il rapitore Jabbar si è infatti sempre difeso sostenendo che la “moglie” abbia 18 anni, nonostante tale tesi sia confutata da più di un documento prodotto dalla famiglia della ragazza, quali certificati di nascita e di battesimo (registrato presso la parrocchia cattolica St. James di Karachi) e attestato di frequentazione scolastica che riportano tutti la medesima data di nascita: 22 maggio 2005. La ragazza però non avrebbe dovuto firmare nessuna dichiarazione in assenza della “controparte”, ovvero dell’avvocato e dei genitori, i quali non sono mai stati informati dagli agenti della presenza della figlia né al tribunale, né alla stazione di polizia. Motivo in più per credere che i poliziotti stiano cercando di aiutare il sequestratore.

Vedremo se il 3 febbraio finalmente la giovane cattolica sarà presente in aula. Ad ogni modo il caso di Huma detiene anche un altro primato. È infatti la prima volta che si chiede l’applicazione del Child marriage restraint act, legge che vieta i matrimoni con minori entrata in vigore nel 2014 nel Sindh, provincia di cui è capoluogo Karachi, e finora mai applicata.

Qualora ciò accadesse, rappresenterebbe un preziosissimo precedente legale anche per tutte le altre ragazze cristiane rapite, violentate e obbligate a convertirsi e a contrarre matrimonio islamico con il proprio rapitore. Ma portare a casa Huma non sarà facile e lo sanno bene i suoi genitori che attraverso ACS hanno lanciato un accorato appello alla comunità e ai grandi media internazionali, affinché non cada il silenzio sulla vicenda. Come nel caso di Asia Bibi, anche qui la pressione mediatica e l’interesse mondiali possono fare la differenza. «Alzate la voce in difesa di Huma – chiede nel video la madre - Mia figlia ha 14 anni, se vostra figlia di 14 anni stesse subendo tutto questo, voi che cosa fareste? Quanto soffrireste? Considerate la nostra bambina come se fosse vostra figlia. Aiutateci per favore!».