• GIOCHI DI POTERE

Grillo vs Conte, il comico ridicolizza il suo Movimento

Lo scontro frontale tra Grillo e Conte ha certamente risvolti economici e di potere, anche legati alla gestione dei dati dei militanti. Imprevedibile l’esito di questo “Vietnam”, che intanto avvantaggia Di Maio e sorprende per la ritrovata intesa tra il comico e Casaleggio.

Le contraddizioni in salsa grillina sono l’ingrediente più succoso del menù offerto dalla legislatura iniziata nel 2018. L’improvvisa e inattesa ascesa al potere, con quasi il 33% dei consensi, da parte del Movimento Cinque Stelle ha messo a nudo fin da subito l’inconsistenza della sua proposta politica e della sua classe dirigente, confermando l’amara verità che quando si vota sull’onda della protesta di solito il rimedio è peggiore del male.

Ed è quello che hanno sperimentato milioni di italiani che guardavano con interesse alla novità pentastellata, sperando di ridimensionare l’odiata casta e che ora si ritrovano un Paese paralizzato anche per le lotte intestine tra i miracolati di tre anni fa, disposti a tutto pur di non abbandonare il nido dorato di Montecitorio o Palazzo Madama per tornare a casa e cercarsi un lavoro.

Lo scontro frontale tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo ha diverse chiavi di lettura. La più maliziosa è che sia stato tutto concordato per aggirare l’ostacolo del terzo mandato, che impedirebbe a molti esponenti grillini di ricandidarsi al prossimo giro. Farlo, invece, sotto un altro cappello (il partito di Conte? Un nuovo Movimento Cinque Stelle con altre regole?) potrebbe salvare capra e cavoli e non far perdere definitivamente la faccia a Luigi Di Maio, Roberto Fico e tanti altri parlamentari che hanno già svolto due mandati elettivi. Dunque, il buttarla in caciara sarebbe l’unico espediente per azzerare la situazione e consentire ai veterani di rimanere nel Palazzo, quel Palazzo così tanto vituperato fino a non molti anni fa. Una sorta di modello Gattopardo: tutto cambia affinché nulla cambi.

Ci sono invece interpretazioni più realistiche e meno fantasiose che evidenziano da un lato lo spirito democristiano e da Prima Repubblica dell’ex premier, che vorrebbe trasformare i Cinque Stelle in un movimento moderato, e, dall’altro, la ritrovata indole barricadera di Beppe Grillo che - dopo aver elogiato Conte quando era presidente del Consiglio, accogliendolo nella cerchia degli “elevati” e dopo aver applaudito al cambio di maggioranza, da quella gialloverde a quella giallorossa - ora demolisce l’“Avvocato del popolo” e lo definisce inadeguato e privo di capacità manageriali e doti politiche.

Dietro questa escalation ci sono certamente risvolti economici e di potere, anche legati alla gestione dei dati dei militanti e simpatizzanti. Non a caso Grillo ha annunciato che le prossime votazioni sul futuro del Movimento si terranno sulla piattaforma Rousseau, che era stata condannata dal Garante della privacy a cedere quei dati ai 5 Stelle. La ritrovata intesa tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio ha del paradossale, dopo la battaglia legale delle ultime settimane, e conferma la totale confusione che regna nel mondo grillino.

A trarre vantaggio da questo “Vietnam”, che ha ben poco di politico e tantissimo di opportunistico e utilitaristico, sarà soprattutto Luigi Di Maio, ricollocatosi nell’area europeista e atlantista con il Governo Draghi e da sempre timoroso dell’ascesa di Conte alla guida del Movimento.

Come finirà questo thriller in casa pentastellata nessuno può prevederlo, visto che Grillo, da bravo comico, sta trasformando ancora una volta tutto in commedia e ci ha peraltro già abituato a repentini dietrofront e bizzarre giravolte. Anche a causa delle sue vicende personali (vedi il suo video polemico sul figlio, poi rinviato a giudizio per presunta violenza di gruppo ai danni di una ragazza), Grillo sta dimostrando nervosismo, arroganza e protervia, mentre Conte con supponenza, anche guardando a sondaggi che lo darebbero ancora fortemente ben visto dall’opinione pubblica, sta provando ad alzare il prezzo.

Il governo non risentirà di questo terremoto tra i 5 Stelle. L’ultima cosa che farebbero i parlamentari del Movimento è staccare la spina a Mario Draghi, con il rischio di tornare alle urne e perdere il diritto alla pensione, che scatta dopo i fatidici quattro anni, sei mesi e un giorno.

Diverso il discorso dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Cinque Stelle, Pd e altri partiti di sinistra, se compatti, avrebbero la possibilità di intestarsi in Parlamento una maggioranza favorevole all’elezione di Draghi al Quirinale, oppure potrebbero imporre un loro candidato. Se divisi, potrebbero per converso fare il gioco del centrodestra che, anche grazie ai delegati regionali, la spunterebbe se proponesse un moderato non sgradito a parte della sinistra. Anche perché molti senatori e deputati grillini sono comunque all’ultimo giro di giostra e, a meno di miracoli, non verranno ricandidati. Quindi faranno pesare il più possibile il loro voto a favore del prossimo inquilino del Quirinale. Non si sa mai che qualcuno, facendo le liste per le prossime politiche, si possa ricordare di loro e mostrare riconoscenza.

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